Recensioni

Uno slittamento, forse neanche impercettibile, segna questo nuovo passo della Barbieri, ormai tra le voci più riconosciute e valide della new wave delle sisters with transistors. Probabilmente c’entrano un paio di fattori diciamo genericamente esterni, ma manco troppo a dirla tutta, all’ambito squisitamente creativo/compositivo: l’aver inaugurato la propria etichetta (Light-Years, ovvero nomen omen) e quindi, di fatto, l’autoprodursi, con tutto ciò che, al netto della questione strettamente economica, questo rappresenti e voglia rappresentare, e l’aver concepito queste musiche in quel periodo di reclusione forzata che tutti e tutte, chi più, chi meno, abbiamo vissuto in maniera traumatica, come una cesura, uno scarto dirimente tra un a.L. e d.L.
E questa costrizione, questa impossibilità e insieme necessità di movimento si avverte nelle musiche di Spirit Exit, più “aperte”, più fluttuanti tra estremi – l’algida distanza dei synth e le melodie vocali, per quanto “aliene”, mai così presenti –, più idealmente in viaggio nello spazio e nel tempo, quasi a sfidare la forzata immobilità, come ricorda l’artista stessa nella press. E si avverte proprio perché, a differenza dei lavori precedenti, questo è stato pensato, composto, registrato quasi totalmente in studio, con l’aggiunta di elementi se non nuovi per lo meno diversi rispetto al passato (archi, chitarre, piano, arrangiamenti più massimalisti, soprattutto l’utilizzo “organico” della voce) che spostano l’asse delle musiche verso un altrove che ha molto a che fare anche col clash delle tre muse ispiratrici dell’album, ovvero Santa Teresa d’Avila, Emily Dickinson e la filosofa Rosi Braidotti.
Quindi stratificazioni ora evanescenti e pulviscolari, ora massicce e dense di synth modulari in prospettiva geneticamente kosmische, riflessioni sul post-umano, connessioni con l’universo, tante melodie vocali “alienate” come fossero un continuum col flusso elettronico (Broken Melody, con una Barbieri robotica e quasi androide), arie quasi medievali rese in una modalità futuribilmente straniante (ascoltate Canticle Of Cyro e ditemi se non pensate a una sorta di Dead Can Dance del post-umano), ambient mesmerica e allotropa (Knot Of Spirit) e molto altro ancora, più evidente o più celato tra i dettagli, fanno di questo Spirit Exit un deciso passo in avanti per la ricerca sonora della giovane artista italiana.
Dimostrando, cioè, una consapevolezza/visionarietà filosofico-esistenziale, prima ancora che strettamente musicale, che fa della Barbieri una sorta di “acrobata del tempo” di Andersoniana memoria prestata alla musica.
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