Recensioni

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L’EP di debutto dei King Hannah uscito alla fine del 2020, Tell Me Your Mind And I’ll Tell You Mine, lasciava intravedere spiragli piuttosto interessanti, quantunque in parte offuscato da una lentezza a tratti mellifua che ne rendeva ancora un po’ incerta la direzione. Mentre il fenomeno esplodeva sulla scia della cover di Bruce Springsteen State Trooper, pubblicata nel 2021, si alimentava – dapprima timidamente e poi sempre più prepotentemente – un’hype carica di aspettative. S’intravedeva, a ragione, una sapiente capacità di attingere da una molteplicità di fonti autorevoli senza ombra di timore reverenziale: spaziando dal migliore cantautorato di matrice folk-blues al dream pop, passando persino da reminiscenze bristoliane à la Portishead, Hannah Merrick e Craig Whittle avevano davanti a sé due opzioni: giocare al ribasso, accontentandosi di una comfort-zone da talentuosi replicanti, o puntare al rialzo, osando essere semplicemente loro stessi.

I Am Not Sorry, I Was Just Being Me è un disco piuttosto disarmante nella sua onestà. Non che questo equivalga a una qualche forma d’ingenuità; tutt’altro: è un album ponderato; cattivo il giusto (neanche troppo nella sostanza, come vedremo più avanti), conturbante per indole – senza ombra di compiacimento, ha dentro la sua buona dose di sarcasmo, traumi e cuori infranti, ma è anche pieno di buoni sentimenti. E poco importa se a tratti ci ricorderà qualcosa di già sentito (d’altronde si compiace della deliberata ricerca di sonorità 90’s molto DIY, quindi sarebbe più strano il contrario): è sincero e diretto anche nei suoi rimandi, che servono semplicemente a intercettare uno spettro di influenze e suggestioni che ci raccontano il DNA musicale (di tutto rispetto) di una giovane band che non si offende se gli dici che ti ricorda PJ Harvey, ma che anzi ti ringrazia di cuore, perché lo prende come un complimento.

Proprio a proposito di PJ Harvey, il transfer è pressoché immediato sin dalla prima traccia: Well Made Woman è la perfetta trasposizione in chiave millennial delle atmosfere di To Bring You My Love. Ho scoperto, intervistando Hannah Merrick e Craig Whittle, che nel titolo non c’è ombra di ironia: poteva essere un decalogo delle cose più odiose che il mondo chiede a una donna affinché possa definirsi “ben fatta”, e invece è davvero un’ode alle ragazze coraggiose che si fanno il culo. Occasione mancata, potrebbe obiettare qualcuno, ma qui forse l’ingenuità è tutta nostra, che automaticamente interpretiamo un testo del genere indovinando la cattiveria che ci avrebbe messo Polly Jean.

Le suggestioni harveyane ritornano ciclicamente: All Being Fine (stavolta più nel mood Stories From the City, Stories From The Sea, come pure Ants Crawling on an Apple Stork – sebbene la voce maschile potrebbe deviarci e farci pensare piuttosto a Kurt Vile) o la potente e oscura Big Big Baby (nuovamente ascrivibile alla To Bring My Love Era), solo per citare le evidenze più incontrovertibili.

Ma, come anticipato, c’è molto altro: un trip-hop rivisitato con gusto e criterio (l’intro di The Moods That I Get In sembra un omaggio alla scena di Bristol anni ‘90, per non parlare di Foolius Caesar, che fa rivivere i Portishead più languidi, in stile Glory Box); il dream-pop cinematico della scuola Beach House (come nell’intermezzo Death Of the House of The Phone); un blues vagamente psichedelico in stile Opal/Mazzy Star, come nella title track I Am Not Sorry, I Was Just Being Me, Berenson o nella traccia conclusiva, It’s Me and You, Kid, commovente anche nel testo: il racconto di un’amicizia e delle sue grandi speranze, dove forse troviamo l’essenza più vera di questo sodalizio. Hannah Merrick mi ha stupito raccontandomi che quella è una frase che si ripetono da anni ogni volta che uno dei due si sente sopraffatto o giù: è il loro piccolo modo per rassicurarsi reciprocamente sul fatto che andrà tutto bene, «It’s Me and You, Kid». Una specie di promessa, profondamente legata alla loro musica, e che pure riesce a trascendere la musica stessa.

Il giudizio complessivo dell’ascolto è largamente positivo: merito di una manciata di ottimi brani, dell’accuratezza nella costruzione delle atmosfere, nella ricerca di uno stile personale pur nella folla dei fin troppo facili citazionismi. I King Hannah posseggono anima e carattere, e scommettiamo che faranno ancora grandi cose.

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