Recensioni

7.5

Che Stefano Pilia tendesse quasi naturalmente alla composizione classica-contemporanea era evidente a chi ne seguiva le gesta non solo su disco ma anche nei vari live in solo e più in generale nel suo percorso come artista. Di questa tendenza è perfetto esempio Spiralis Aurea, nuovo doppio album incastonato in una copertina e un artwork di una ricercatezza tale che se in passato abbiamo tessuto le lodi della Die Schachtel e di Dinamo Milano, ora non sappiamo veramente che aggettivi usare, al punto che verrebbe da usare solo degli imperativi e cioè compratelo, guardatelo, toccatelo per averne una idea più reale di mille parole.

Alla fin fine però, soddisfatti tatto e vista, è l’udito e quindi l’ascolto che gratifica un disco e il suo autore, e in Spiralis Aurea, sorpresa ma non troppo come si diceva sopra, non si troverà traccia di rock o simili e (quasi) neppure di chitarre, eccezion fatta per quelle trafficate con la sodale Alessandra Novaga in CODEXIII (( )) (for el. guitar quartet and synth) – i synth sono appannaggio di IOSONOUNCANE – e, con l’aggiunta della 12 corde di Adrian Utley dei Portishead, in Hannah (for electric guitar quartet); in entrambi i casi, ovviamente, più che trasfigurate.

Sì, perché questo disco è tutto modularità e trasfigurazione, a partire dagli ensemble variabili e mobili che hanno accompagnato Pilia nelle registrazioni (coinvolgendo un parterre de roi che da Enrico Gabrielli arriva a Silvia Tarozzi, Valeria Sturba, il quartetto d’archi Ensemble Concordanze e moltissimi altri) e continuando per le forme musicali assunte da queste composizioni determinate da numeri e da rapporti di particolari serie numeriche, à la Fibonacci per intenderci, così come da figure geometriche dal valore fortemente simbolico. Un percorso, insomma, più che un disco, in cui tutto è connesso e collegato e in cui tutto è un discorso a parte, come appunto una serie di tappe (anche biografiche, oltre che formative e costitutive dell’uomo prima ancora che dell’artista) che si srotolano ora chiesastiche, ora ambientali, ora austere come tasselli di un mosaico più ampio in cui ogni suono, ogni vibrazione di strumento, ogni (apparentemente aleatoria) combinazione esiste prima di essere prodotta. E in cui, mettendo da parte il suo strumento ma anche il suo approccio “materico” al suono, il ruolo di Pilia è quasi per “sottrazione” qualcosa che lo coinvolge in pieno, che lo travolge e ce lo rende non come un semplice “direttore di orchestre” quanto come una sorta di tramite per la materializzazione di queste composizioni.

Non un disco facile, insomma, e non solo nel senso dell’approccio che richiede anche e soprattutto all’ascoltatore, ma un lavoro denso, stratificato, ricercato, che va decrittato suono dopo suono, passaggio dopo passaggio, al punto da ritrovarsi estasiati e persi come in una selva di simboli, rituali, codici, tracce, indizi, rimandi, ritorni ciclici che indubbiamente aprono una nuova fase nel percorso di questo alchimista sonoro.

Amazon
SentireAscoltare

Ti potrebbe interessare

Le più lette