Recensioni

Un nuovo progetto di Diamanda Galás è un evento da non lasciarsi mai sfuggire. Nonostante una longeva carriera che ha spostato di molto l’asse della sperimentazione vocale verso orizzonti inediti e travolgenti, la Serpenta ha sempre mantenuto la promessa di gestire ogni singolo passo artistico con una carica di necessità espressiva senza eguali. Sin dai primi dirompenti lavori, la prerogativa creativa è sempre stata accompagnata da un altrettanto viscerale impegno critico, dall’attenzione all’ingiustizia sociale – i diritti dei malati di AIDS o dei portatori di disabilità mentali – ai tratteggi impietosi dell’oppressione del regime fascista che ha governato la Grecia dal 1967 al 1974, fino ai genocidi armeno, assiro e anatolico.
Album come The Litanies of Satan (1982) e Diamanda Galás (1984) avevano da subito evidenziato una visione compiuta e personale quanto destabilizzante nel mettere in suono il lato oscuro dell’essere umano. Elementi che Broken Gargoyles riprede sia dal lato strutturale – come i succitati lavori si compone di due lunghe tracce – che nel tiro incompromissorio, seppure elegantemente aggiornato, e non di meno in quello concettuale capace di porre l’attenzione in modo ancora originale sull’irriducibile perfidia dell’umanità.
L’opera nasce come installazione sonora al Kapellen Leprosarium ad Hannover, in Germania, un santuario costruito intorno al 1250 e che nel Medioevo fungeva da luogo di quarantena per coloro che soffrivano di peste e lebbra. Finalizzato in collaborazione con il sound designer Daniel Neumann, il lavoro contiene alcuni versi tratti dalle poesie Das Fieberspital e Die Dämonen der Stadt del poeta tedesco Georg Heym. La prima a descrivere l’orribile stato delle persone colpite dalla febbre gialla che vivevano nella paura e nel delirio a causa dell’isolamento nei reparti medici nella Germania dell’inizio del XX secolo. La seconda è invece un tratteggio dei cupi presagi della prima guerra mondiale tramite lo sguardo del dio Baal, il quale di notte osserva (come un gargoyle) una città dal tetto di un isolato e lascia che una strada bruci all’alba.
Evidente e riuscita l’intenzione di rapportare il passato storico all’attualità: da un lato la disastrosa gestione pandemica che ha di gran lunga aumentato le diseguaglianze, dall’altro un percepito senso di distruzione che, memore di tutte le guerre attualmente in corso per il globo, ha anticipano il conflitto in Ucraina come esempio emblematico di errore della cultura in cui si cade troppo spesso. E poi il suono, un mix di musica colta, strutture post-industriali e ricerca personale che ancora oggi continua a rapire e far riflettere.
Nautilus apre con rintocchi distrutti di pianoforte per sovrapposizioni vocali cariche di dolore, i versi arrivano perentori con il tedesco ad aggiungere una durezza estrema nell’indicare la tragedia. Un trascinarsi tra strida infernali e lamenti esasperati nell’oscura fantasmagoria di un mondo in frantumi, che in Abiecto procede per passi lenti e carichi di inquietudine, sussurri malvagi e puntellati da nere pulsazioni elettroniche che si moltiplicano in giochi di specchi. Poi esplodono improvvisamente in urla terrificanti, mentre dal buio emergono fragili invocazioni di un aiuto che non arriverà mai a lenire un dolore spinto alla follia di derive irrazionali.
Non serve ricordare le eccezionali e uniche qualità performative della cantante, qui in stato di grazia, ma non si può assolutamente tacere sulla stupefacente capacità di scrivere e incarnare ferocemente il dolore facendone realizzare il senso profondo. Un nuovo e totalizzante capolavoro che non può lasciare indifferenti.
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