Recensioni

Sonancy, ovvero thirty years in the making, se è vero quello che ci stiamo rigirando tra le mani. I Loop, proprio loro, i campioni dell’acid-rock/space-rock/trance-rock inglese (chiamatelo come volete, avete ben capito quale sia la sostanza) dei tempi che furono tornano a distanza di quei 30 anni che “cosa vuoi che siano”.
Dopotutto non è successo quasi nulla di rilevante nel frattempo, no? O forse sì, e probabilmente molto di ciò che è successo in ambito chitarristico ha anche i Loop come riferimento, mentori e/o istigatori. La press ci ricorda come la formazione inglese fosse una specie di «Suicide che suonavano con gli Stooges a bordo di un’astronave costruita degli Hakwind e pilotata dai Can», quindi facile comprendere ciò a cui si faceva riferimento e l’ambito che il trio originario di Croydon, Londra, e capeggiato da Robert Hampson, oramai unico membro al timone, bazzicava al tempo insieme a Spacemen 3 e My Bloody Valentine e che ha poi, indirettamente, influenzato: chiedere ai cataloghi Fuzz Club o Rocket Recordings, giusto per rimanere in Albione, per maggiori informazioni.
Sia come sia, Sonancy è qui e ora la rappresentazione plastica della nuova incarnazione dei Loop: ad accompagnare il perno Robert Hampson troviamo infatti Dan Boyd alla chitarra e la sezione ritmica degli Heads, altra elefantiaca band inglese al crinale tra stoner e psych, ovvero Wayne Maskel (batteria), unico “superstite” del quartetto riformatosi nel 2013, e Hugo Morgan (basso).
Contestualizzata la band e informati sull’ammodernamento, passiamo al disco e quindi alla cosa più facile: Sonancy è in tutto e per tutto i Loop, cosa a cui Hampson tiene molto stando alle dichiarazioni che si leggono in giro («I wouldn’t call us space rock, I wouldn’t call us psych, I wouldn’t call us Krautrock. We’re Loop. Whatever comes outunder the same Loop is Loop») e probabilmente basterebbe, non solo ai fan di lungo termine quanto anche ai neofiti, l’ascolto dell’opener Interference per riconoscere quel suono – chitarra chirurgica, drumming imperioso e marziale, groove alieno e circolare – per abbandonarsi a quell’impatto, per chiudere in un attimo lo iato trentennale che divide da A Gilded Eternity, per rendersi conto che sì, sono passati 30 anni, le nostre orecchie ne hanno sentite di simili e anche di più dure e più lunghe e più feroci, che l’impatto/novità ormai non può esserci, ma che è doveroso riconoscere ai Loop – a Robert Hampson, in realtà, dato che è lui da molto tempo i Loop – non solo il ruolo di prime-mover, di ispiratori, di padrini per questo suono, ma anche e soprattutto il semplice fatto di essere tra i campioni del genere. E quando una band nuova con le chitarre e i loop e lo space-rock e il kraut ecc. ecc. ecc., incontra i Loop, beh, il seguito lo potete immaginare.
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