Recensioni

Li conosciamo già bene i quattro Horse Lords (Andrew Bernstein, sax, percussioni, elettronica; Max Eilbacher, basso, elettronica; Owen Gardner, chitarra, elettronica e Sam Haberman, batteria) per via di almeno un paio di album-bomba all’interno di una discografia che si va facendo corposa: Interventions del 2016, ovvero il disco che li sdoganò anche al di qua dell’oceano, e The Common Task del (maledetto) 2020 che ne certificò il valore. Se non li conoscessimo già però sarebbe bello tracciare, tra le ascisse e le ordinate proposte dalla press-sheet, cosa e come sarebbe la musica di questo quartetto. Eccoli i nomi del classico “riyl” (recommended if you like, ovviamente): Mdou Moctar, This Heat!, Battles, Ndagga Rhythm Force, Can, Captain Beefheart, Art Ensemble of Chicago, LaMonte Young.
Difficile da immaginare il punto di incontro tra nomi così eccitanti eppure anche così diversi, per provenienza, approccio, anagrafe e collocazione temporale, dispersi tra improvvisazione, afro-beat, psichedelie, minimalismo, jazz più o meno spiritual o free e krautismi vari. Beh, la risposta sarebbe facile: l’esatta convergenza dei nomi e dei suoni di cui sopra è proprio in questo disco.
Comradely Objects è infatti un vero e proprio caleidoscopio poliritmico e sfaccettato, stordente ed estatico nel suo essere al tempo stesso fisico e cerebrale, nel suo muoversi agilmente tra spazi e tempi diversi (la Londra bianca del post-punk che flirta col dub, il sud-est asiatico del gamelan, il jazz libero dell’America dei ’60, ecc.), nel suo reiterare fino allo sfinimento gli intrecci di chitarra e sax eppure in grado di cesellare piccoli passaggi stranianti sortendo sempre l’effetto ipnotico. Basterebbe ascoltare l’attacco di Zero Degree Machine per abbandonare ogni tentativo di resistenza e cedere al trip prismatico dei quattro, oppure perdersi nell’Africa aliena e alienata di Mass Mend (una specie di Talking Heads che suonano tuareg-blues in Indonesia?) o ascoltare May Brigade per ritrovarsi in qualche club inglese di fine ’60 tra art-rock ubriaco, jazz free-psichedelico e disfacimento da contemporanea astratta o, ancora, ritrovare nei 3 minuti di Rundling la stessa libertà engagé, la stessa leggerezza complessa, la stessa ricerca gioiosa di collettivi come la Orchestre Tout Puissant Marcel Duchamp. Basta così con le giocose descrizioni ma sappiate che dentro i 40 minuti di Comradely Objects troverete interi multiversi sensoriali e sostanziosa gioia per orecchie curiose.
Ah, gli Horse Lords sono quattro, sono bianchi e sono americani, quindi pure privilegiati. Eppure questo disco è quanto di più politico si possa sentire in giro sin dalla scelta del titolo, su cui vi invitiamo a indagare (piccolo indizio: costruttivismo), perché il bello dei nostri tempi è che abbiamo tutto a portata di click ma sembra sempre più mancarci la curiosità per affrontare la complessità dell’esistente.
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