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7.5

Da qualche parte online, a proposito della proposta di Makaya McCraven, si legge qualcosa che ha a che fare con l’etichetta “jazz” e con la idea di cambiarla in qualcosa tipo “improvised music of black origin”. E no, politically correct o rivendicazioni varie non hanno nulla a che vedere con questa idea – anche se sono ovviamente centrali nell’operato del Nostro, vedi l’incipit della traccia che dà nome all’album, con un campionamento della voce di Henry Belafonte che cita John Henry in merito alla questione afro-americana –, dato che la riflessione rimandava al portato della musica del batterista/aggregatore americano.

E in effetti ci sta tutta come idea, specie se si considera il ruolo di Makaya nella scena “jazz” più aperta e coraggiosa di Chicago, così come il suo procedere discografico, almeno a nome suo. Improvvisare per poi decostruire e riassemblare tra cut-up, loop e interventi elettronici, e poi arrangiare il tutto per suonare dal vivo, cogliendo l’occasione per improvvisare sulle risistemazioni e sui riassemblamenti, in un continuo sommarsi e stratificarsi di impro-jazz e avventuroso hip-hop mobile, modulare e modulabile.

Detta in maniera così grossolanamente semplice, nulla di nuovo. Eppure, Makaya, non solo come musicista quanto come aggregatore (e non solo per la fantastica International Anthem), è ormai al pari di uno Shabaka qualitativamente e quantitativamente parlando, eppure sembra un passo oltre come visione d’insieme. E In These Times, che già dal titolo sembra proporsi come una sorta di fermacarte sul futuro, una istantanea di ciò che sarà partendo da dove si è arrivati, è stranamente meno avanguardistico rispetto ai precedenti lavori in cui Makaya è stato coinvolto.

Parliamo di suono in senso stretto: meno improvvisato, più meditato, ovviamente più ampio come orizzonte sonoro quasi si volessero mostrare tutti i rivoli in cui il jazz (o quella “roba improvvisata e d’origine black”, vedi sopra) si è espanso e si sta espandendo, tra schegge etno, saliscendi tra passato e presente, le giuste iniezioni “altre” (vedi alla voce hip-hop e/o elettronica), notturni pianistici in punta di dita, funkettoni e souloni a go-go ma senza mai esagerare, un po’ di fumosa atmosfera filmica à la Spillane, lasciti e memorie caraibiche, del sano groove.

Un bell’ottovolante, vero? Ecco, la sensazione è proprio quella: aver condensato in un disco iridescente, multicolore, poliritmico, privo di centri di gravità, l’evidenza della libertà di una idea prima ancora che di un suono.

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