Recensioni
Comet Is Coming
Hyper-Dimensional Extension Beam
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Stefano Pifferi
- 20 Ottobre 2022

Mentre il nostro desiderio di asteroidi impazziti chiamati a metter fine a questo scempio di civiltà va sempre più scemando, accontentiamoci della cometa di Shabaka Hutchings giunta al dispaccio numero quattro. Terminologia viatoria e immaginario cosmico-futuristico per un progetto e un disco ovviamente al crinale tra steroidea tecnologizzazione della musica e visionarietà aliena e alienata, incentrato sul «futuro della tecnologia, dell’umanità e della spiritualità» come molte delle produzioni post-pandemiche e che si innesta in una discografia ormai sostanziosa per numero e di livello per ciò che concerne la qualità.
Ai lati di King Shabaka (sax tenore) troviamo come al solito Danalogue (all’anagrafe Dan Leavers: tastiere, elettronica) e Betamax (ovvero Max Hallett alla batteria) e altrettanto come al solito sono questi ultimi a innervare il suono del trio, spostandolo agilmente, quasi con una (in)naturale nonchalance, dagli orizzonti Impulse! di riferimento a quelli da dancefloor alieno, unendo alle dimensioni che furono genericamente cosmic-jazz una spinta, come si diceva sopra, steroidea ancor più corposa sul versante dei beat e della dance in senso stretto; termine da prendere con le molle ovviamente, visto che è pur sempre risemantizzato secondo le direttive del King, che plana e fraseggia e riparte fluviale col suo sax sempre più libero e consapevole, quasi che la chiusura dell’altra grossa band, i Sons Of Kemet, lo avesse definitivamente fatto concentrare sui Comet.
Dancefloor alieno, si diceva, spezzato, nervoso, umorale e prismatico come si ascolta in Technicolor, specie nella seconda metà, in cui schizofrenia ritmica e trasversalità stilistica creano un ibrido che sballottola su Marte e ritorno l’ascoltatore pur senza l’utilizzo di droghe. Oppure il procedere tronfio e gonfio di Pyramids, tutto massimalismo e prepotenza (di ritmi, di sax, di atmosfera) con quel suo far riemerge carsicamente quasi una cassa dritta (non lo è, ma lo sembra). O ancora in una Atomic Wave Dance che prende l’afro-beat, lo pompa al limite del ca(co)foni(co) e si precipita in un tourbillon iridescente di schegge e (polvere di) stelle.
Hyper-Dimensional Expansion Beam però non è un album che vive di soli steroidancefloor, ma anche di unione/contrasto tra opposti, di libertà estrema nello svariare tra dinamiche e dimensioni anche apparentemente distanti e che dimostra una volontà di ricerca e un dinamismo compositivo che fa dei Comet una delle band più particolari e di Shabaka uno dei punti di riferimento del “nuovo jazz”. Prendete quel buco nero che è Angel Of Darkness, spazio profondo e abissi di suono, un procedere sottotraccia quasi sludge, tastiere atmosferico-cinematiche e un sax che è una spina nel fianco, in una sorta di versione afro delle brutture di Ultralyd, Noxagt o di consimili progetti scandinavi. O le svisate synth-sci-fi di Aftermath, che sembrano calare Carpenter in un incubo nello spazio profondo e che invece capovolge il tutto a furia di flautini pastorali in una specie di Jodorowsky black, tutto soul e spiritualità astratta. O ancora l’hard-soul-prog (ok, è una definizione del cazzo ma ascoltatela e dite la vostra, andrà bene lo stesso perché è veramente tanta roba messa insieme) della conclusiva Mystik, che se possibile ci spiazza ancora e piazza ancora un colpo. L’ultimo di questo disco, il primo del prossimo, perché la cometa non è ancora arrivata ma la strada che sta tracciando è tra le più evidenti ed eccitanti.
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