Recensioni

7.2

Continua il suo percorso “enne-mondista”, il duo + ospiti italiano, anche questa volta dispiegando un notevole stuolo di musicisti: da Pasquale Mirra a Beppe Scardino, da Colin Stetson a Xenia Rubinos, da Mick Jenkins a Gianluca Petrella solo per nominarne alcuni, l’ensemble che a vario titolo impreziosisce questo nuovo lavoro del duo bolognese è veramente un giro del mondo in suoni e colori o una galassia in espansione ruotante intorno all’innominato nucleo.

Scenario, il terzo album lungo della formazione, sin dal titolo rimanda a una dimensione scenica, insieme di partecipazione e celamento tra un di qua e un di là dalle quinte entro cui si svolge l’azione. In questo caso l’accoppiata iniziale è sintomatica di quali siano le quinte e quali gli spazi dell’azione musicale del duo: Deserving My Devotion è un minuto scarso di tappeto sonoro i cui due soli strumenti apparentemente antitetici (synth e oud) rappresentano il digitale e l’analogico, la tradizione e l’innovazione, il progresso e l’atavico. Twist Into Any Shape, invece, aggiunge un terzo, decisivo elemento, ovvero il ballo, il ritmo, il movimento, liberatori e catartici viste le note circostanze in cui è stato elaborato questo nuovo disco.

Sull’unione di queste dicotomie – in apparenza solo oppositive e alle quali potremmo aggiungere quelle da loro suggerite, ovvero «sacro e profano, classico e contemporaneo, passato e futuro» – si basa quindi tutto l’equilibrio dell’album, come d’altronde sul clash di apparenti opposti si è costruita anche la discografia precedente dei C’mon Tigre. Quindi musiche jazzate, bossate, ritmate, sperimentali, tradizionali che si incontrano ora trascinate dall’elettronica, ora dai fiati, ora dalle voci in un turbinio che è un continuo invito al movimento; che disegnano paesaggi globali e ibridi mantenendo vive le specificità e le peculiarità di ogni singola dose musicale messa in quel gioco ricombinatorio che è la costante dell’espressione musicale della formazione; che trovano un linguaggio medio come forma espressiva universale in grado di shackerare gli ingredienti vari e gustosi in una formula ormai rodata e ben oleata, che non eccede mai in un versante ma anzi predilige il mix, la fusione, l’amalgama. Volete qualche esempio?

Quella specie di techno-world astratta di Sleeping Beauties in cui il sax di Stetson fa da traino, ora ritmico, ora solista; l’elettromagnetismo (post)bossanovista di Kids Are Electric, che smonta e riassembla frammenti anche distanti tra di loro in un ipnotismo di massa; la notturna ballata suadente, soffusa e claudicante di Supernatural che riecheggia Tom Waits come i Portishead o i Dos Santos di Logos in un viaggio sottocutaneo tra Lagos, New Orleans e la Bogotà. Insomma, terzo disco e terzo centro per quella che realisticamente è la via contemporanea, no boundaries, no limits, alla world perché fondamentalmente è essa stessa the whole world.

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