Recensioni

Uno dei vantaggi, forse l’unico, della rivoluzione digitale nel mondo musicale (ma non solo, ovviamente) è la certificazione che le geografie del rock sono ormai cambiate. O meglio, forse lo erano anche prima dell’irruzione a gamba tesa della tecnologia nella vita di tutti i giorni e l’impianto fortemente anglosassone-centrico del mondo del rock era soltanto la dimostrazione vivente della limitatezza dei nostri sguardi: per fare un esempio che probabilmente capiranno solo i più attempati, si pensi all’etichetta di genere “world”, ovvero quanto di più limitante e “suprematista” si potesse concepire nonostante i buoni propositi. Sia come sia è indubbio che l’azzeramento delle distanze via pc ha alimentato non solo la produzione ma anche la circolazione di musica a questo punto soltanto geograficamente lontana dai nostri orizzonti.
Tutto questo preambolo per dire che anche dall’Europa meno solitamente trafficata possono uscire robe affascinanti e aliene, da non intendersi come “non di questo mondo”, dato che risulta davvero umana in senso più ampio possibile. Quello che il trio sloveno Širom – Iztok Koren, Ana Kravanja e Samo Kutin, tutti a percussioni, voci, strumenti autocostruiti, violini, banjo e solo il dio della musica sa quant’altro – mette in scena è, parole loro, una sorta di “imaginary folk”, definizione che, come al solito, dice tutto e non dice nulla, ma almeno ci consente di inquadrarli genericamente, e di comprendere i paletti entro cui si muovono più che liberamente. Di base, sempre per loro ammissione, la Organic Music Society di Don Cherry e gli Art Ensemble Of Chicago, ma possiamo tranquillamente aggiungere ingredienti e gradienti di e da quartomondismo hasselliano, minimalismi, reiterazioni e ciclicità varie ispirate da Terry Riley o Steve Reich, così come da Can e Faust, echi e slanci che rimandano all’ambient di Laraaji, musiche folkloriche e tradizionali di quella terra di infinite leggende che è l’Europa dell’Est, tanto che questo ricercare nomi e traiettorie rischia di diventare un esercizio di stile e/o di volgare saccenza che non rende onore alle musiche dei Širom.
Perché se quei nomi, più come idea di libertà applicata alla musica che come suono in senso stretto, sono indubbiamente nell’orizzonte del trio, è il trio stesso a ricreare un proprio orizzonte liberandosi dalle succitate influenze, disgregando la composizione, sciogliendola in un oceano montante di suoni, creando umori più che sonorità in senso stretto. Ne esce un disco fluviale (quasi 80 minuti di musica distribuiti su 5 tracce) di ipnotico e anarchico avant-free-folk post-primitivista che vive di momenti più accesi (il finale di Grazes, Winkles, Drifts Into Sleep è un crescendo che fa venire in mente i GY!BE alle prese con l’acoustic folk) e altri più intensi e meditativi – la prima parte di A Bluish Flickering, labirinto di percussioni tenui e indizi sonori dispersi che vanno via via riaggregandosi in una “camera con vista oriente” – e che disperde, risemantizza e reinventa input, influenze e rimandi dal jazz come dall’etno-folk (l’attacco e lo sviluppo di Wilted Superstition Engaged In Copulation è totalmente in nome del groove etno-alieno à la Natural Information Society), va incessantemente di poli- e multi-ritmie, evoca un comune passato ancestrale e da lì si slancia verso un futuro in continuo movimento rétro.
Le coordinate entro cui si muove il trio sloveno dovrebbero essere chiare; scoprire il mistero e il fascino, l’abbandono e l’ipnosi evocati da questi mondi immaginati, creati, messi a disposizione dai Širom è l’unico compito che si chiede all’ascoltatore.
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