Una tensione tra rilassamento e turbamento accomuna molti degli ascolti più indelebili del mio 2023, caratterizzato da un obliquo ritorno alle chitarre e a un “experimental rock” che il sempre più falsamente lusinghiero Spotify Wrapped non ha mancato di registrare a fianco di rimasugli deconstructed club (tra cui le colonne sonore per videogiochi mancati di KAVARI) e qualche virata di mezzo tra hip-hop e musica elettronica in senso lato (il folgorante Yallah Beibe di MC Yallah e l’elegante ritorno di Kelela con RAVEN, di cui ho scritto su SA).
Una sete di futuro continua a motivare una personale ricerca del nuovo tra algoritmi, Cafe OTO, newsletter semipubbliche e passaparola, mentre sullo sfondo le chitarre vanno perdendo, pare, il loro tradizionale ruolo di “significante del passato” nei circoli avant-elettronici. Arca impugna l’acustica nei suoi Instalive a intervalli regolari, Eartheater suona dal vivo come una risposta postumana a Regina Spektor e Philip Sherburne, uno dei critici musicali più future-positive in circolazione, parla di un revival shoegaze. Giusto per dare un quadro. Se da una parte la mia lista di album preferiti (potete pure chiamarla classifica, se vi pare), sembra catturare qualcosa di questo graduale ritorno, la speranza è che nella cultura musicale alternativa non torni anche il rockismo che tanto ha orientato le generazioni passate nel discriminare e ordinare il presente “per tutti”.
«Have you ever overstepped your boundaries, again and again?». La domanda compare nel brano Irrigation da pmxper, disco collaborativo di Pavel Milyakov e Perila uscito sul finire dell’estate. L’ambient di pmxper si propone come rilassante e distensiva per il suo uso di sonorità soffuse e ipnotici loop; subconscia e intrusiva nella misura in cui finisce per introdurre di nascosto questioni esistenzialiste, turbando l’ascolto. Non è forse un caso che gli spoken di Perila e l’ossessivo basso di Milyakov mi abbiano riportato all’espressionismo dell’ex Wire Bruce Gilbert, tanto i suoi Dome quanto le inquiete collaborazioni con Angela Conway (l’album One Of Our Girls del 1989, in particolare). Se chitarre devono essere, che torni anche lo spirito inquisitivo e decostruttivo del post-punk, rinvenibile anche in Eyeroll di Ziúr, in cui Edoardo Bridda, scrivendo su queste pagine, ha scovato, non a caso, possibili collegamenti con Pere Ubu e Pop Group.
La musica della polacca Martyna Basta sembra catturare una dimensione tra il sonno e la veglia, complici le sue interpretazioni vocali spezzate, i graffianti rumori di sottofondo e le texture elettroacustiche in cui zither, chitarra e sussurri intessono un impalpabile gioco di luci e ombre. Oltre alla spiritica title-track, le due parti del brano Podszepnik hanno trasformato il suo album Slowly Forgetting, Barely Remembering in una sorta di porto sicuro e un pretesto per recuperare album e brani ambient di matrice folk-rock, dai dischi dell’ex Rodan Tara Jane O’Neil al freak folk di Spires That In The Sunset Rise, passando per il canone dell’etichetta Kranky, che proprio quest’anno ci ha graziato con Exit Simulation di Niecy Blues. Nella sua musica ho trovato un’ibridazione di Janet Jackson circa 1998, trip hop e atmosfere slowcore che non avevo mai nemmeno contemplato. Piuttosto buffo che nel brano Analysis Paralysis l’artista finisca per fare il verso proprio a chi ancora parla di retromania («There’s nothing new under the sun / It’s already been done»).
Il disco di Spivak You Win Again, ulteriore conferma del fiuto di Ecstatic Recordings, ha travolto la mia estate con una ventata di nostalgia per intimismo e chitarre lo-fi, frase che mai avrei pensato di pronunciare da metà anni Dieci in avanti, ma che l’abile sincretismo synth-rock della musicista cipriota ha trasformato in una sorta di presa di coscienza. Nel brano Satellites, compagno di camminate introspettive nelle Walthamstow Marshes di Londra, campeggia, inequivocabile, il verso «Soft guitars make the room go up in flames», osservazione applicabile a molti altri dischi a base di chitarre che hanno saputo riaccendere la mia passione per il rock. Mentre il debutto solista di Coffin Prick Laughing si propone coscientemente come figlio di Another Green World di Brian Eno, dei This Heat e di un synth-pop “contrario” di metà anni Ottanta, i Godflesh di Purge sono tornati con vigore a inquadrare l’industrial metal come “unfinished business”. Il gruppo di Filadelfia Poison Ruïn, invece, in Härvest ha unito punk e dungeon synth (!) al fine di raccontare alienazione e malaise contemporanee, istigando a una presa di coscienza di classe a mezzo di descrizioni e provocazioni che pescano da un immaginario agreste. «There’s a frost on the field/A tax on the yield», urlano nella title-track. «Would you turn against the grain?».
Immagini rurali campeggiano anche in I Inside the Old Year Dying di PJ Harvey, che a questo giro (e verrebbe dire, per fortuna) al politico ha preferito il realismo magico. Recensendo l’album su SA parlavo di un disco “sfuggente”, un po’ a causa del suo sound crepuscolare, un po’ per quel suo dipendere dalle allucinazioni in versi di Orlam, il suo materiale di partenza e una delle letture più disorientanti in cui mi sia mai immerso. Il mio più grande timore, quello che l’album non potesse mirare alla longevità, è stato accantonato: I Inside the Old Year Dying vanta alcuni dei brani più complessi e atmosferici della carriera di Harvey, ma un po’ come il non facile Is This Desire?, un impianto narrativo, una varietà nel sound e una dinamica teatralità nell’uso della voce invitano alla riscoperta. Il suo live alla Roundhouse di Londra di cui ho scritto da queste parti, non ha fatto altro che confermarlo, presentandomi la mia artista preferita di sempre al massimo della sua forma. Altra frase che non avrei mai pensato di dire.
Deludenti dal vivo, invece, Tirzah e Bianca Scout, i cui album ho consumato in cuffia e forse proprio per questo faticato ad apprezzare live, complici due performance a dir poco inconcludenti. Che Tirzah potesse concepire di borbottare per poco più di mezz’ora nella penombra tutto sommato ce lo si poteva aspettare, considerata la brutalità del suo trip9love…???, uno scheletrico album caratterizzato da ripetizione, sbavature, rumore e interpretazioni vocali distaccate. trip9love…??? si pone come una sorta di esperimento di radicalizzazione dell’estetica che la musicista di Londra va perfezionando con Mica Levi dai primi anni Dieci e che quest’anno è arrivata senza compromessi. Delle ammorbanti atmosfere hypnagogic di The Heart of The Anchoress, disco rivelazione di Bianca Scout registrato in tre giorni presso la St. Giles Church di Camberwell, invece, dal vivo non ho trovato traccia alcuna, il che non ha fatto altro che alimentare il mistero di un’artista che riesce a spaziare con disinvoltura tra ambient metropolitana, musica sacra e un romanticismo goth.
Restando in tema romanticismo, nella mia lista compare, un po’ a sorpresa, For Lovers Only / Rain Suite di SG AKA Andrew Pekler, un album di evanescenti composizioni alla chitarra elettrica che sembrano ricercare un sentimentalismo dai contorni sfocati, allusioni a un’Americana ancora in cerca di autore. Non potevano che comparire in lista, invece, i dischi Fade Into You di Romance e Dog Dreams (개꿈) di Lucy Liyou, artisti accomunati da un eclettismo che all’ambient più cupa e all’influenza della musica classica aggiunge un apprezzamento per niente ironico, anzi, serissimo, della musica pop. Non ci sono sample di Céline Dion a questo giro (Romance se ne occupò l’anno scorso nell’ottimo Once Upon A Time), ma chi può dirlo davvero? I materiali di partenza restano perlopiù indecifrabili (fatta eccezione per un sample di I’ll Show You di Justin Bieber in Never Will), ma nelle ondate orchestrali di Fade Into You si intuiscono un gusto per glamour e melodramma, ciascun brano paragonabile allo scatto di un decadente fuoriscena (si ascoltino gli archi piangenti di When You Wish Upon A Star).
L’amore della musicista di San Francisco Lucy Liyou per il pop compare invece forte e chiaro in Dog Dreams (개꿈): nel monumentale brano April In Paris a fianco di riflessioni su identità, trauma e cambiamento compare un sample da un’intervista in cui Mariah Carey parla della sua carriera come “fairy tale-esque”. In Fold The Horse da detriti digitali e soffuse pennellate sintetiche emergono con forza i melismi divistici della stessa Liyou, artista che con questo album si conferma una delle voci più interessanti del panorama ambient/sperimentale, capace di resuscitare persino l’ormai trita estetica ASMR in coraggiose composizioni al limite del filosofico («I can be everything/A son/A daughter/Spring»).
E a dir poco filosofico è anche il disco con cui chiudo questa lista rock-friendly, uno dei più elettronici del lotto ma non per questo meno allineato con quel modernismo popolare che tanto piaceva a Mark Fisher e che, ne sono convinto, continua a manifestarsi nel presente. In Scream If You Don’t Exist, un titolo-provocazione che echeggia il cinismo tipico delle sue tele, Richie Culver torna a esplorare questioni di classe sociale e alienazione in una serie di densi spoken supportati da composizioni minimaliste per lo più beatless, oscure e penetranti come la nebbia del Nord inglese delle sua originaria Hull (dove si formarono i Throbbing Gristle, non a caso). Moor Mother e billy woods prestano la loro oratoria in due ottimi brani (Restaurants e Swollen), che finiscono per sconfinare in ambito industrial rap, ma è in solitaria che Culver raggiunge il picco della sua arte declamatoria. In Weakness la sua voce emerge da un cupo vortice post-rave e annuncia: «Please do / Do take my kindness for weakness / For I am weak / and that’s OK”. Sembra quasi una possibile risposta a una delle domande poste da Pavel Milyakov e Perila in quel pmxper di cui prima si parlava. Per quanto apparentemente deprimente, suona più liberatoria di un qualunque buon proposito di inizio anno. «It’s always been OK».
Top 20 album
- Martyna Basta – Slowly Forgetting, Barely Remembering
- pmxper – pmxper
- SG – For Lovers Only / Rain Suite
- Spivak – You Win Again
- PJ Harvey – I Inside the Old Year Dying
- Ziúr – Eyeroll
- Romance – Fade Into You
- Kelela – Raven
- Richie Culver – Scream If You Don’t Exist
- MC Yallah – Yallah Beibe
- Tirzah – trip9love…???
- Coffin Prick – Laughing
- Bianca Scout – The Heart Of The Anchoress
- Niecy Blues – Exit Simulation
- L’Rain – I Killed Your Dog
- Lana del Rey – Did You Know That There’s A Tunnel Under Ocean Blvd
- Godflesh – Purge
- Caroline Polacheck – Desire, I Want To Turn Into You
- Poison Ruïn – Härvest
- Lucy Liyou – Dog Dreams (개꿈)