Recensioni

Lucy Liyou è al secondo disco in due anni e da un fertile backgroud come quello di San Francisco si è ormai accreditata come carismatica worldbuilder sonora di matrice avant-ambient, seppure dalle coordinate piuttosto vaste ed eterogenee. Il mondo di Lucy Liyou è liquido, intangibile, dove affiorano, a tratti, elementi concreti: standard jazz, ombre rnb, sprazzi di folk opera koreana, umori melò e ancora concretismi e field recordings, voci trattate e sussurrate, ASMR e timbriche acustiche. C’è la velleità, ben poco nascosta, di trascendere tutto questo per arrivare ad una profondità più nascosta, che in parte è il fascino dell’operazione Dog Dreams, ma di fatto ne è premessa e sostanza.
Coprodotto da Nick Zanca, l’album è accompagnato da un gioco interattivo (https://lucyliyou.itch.io/dogdreams), che traduce il concetto che sta alla base del lavoro, e che fondamentalmente “parla di desiderio“. L’album è di fatto costruito come se fosse un’unica lunga traccia, articolata in tre piece lunghe. La title track iniziale si snoda per 15 minuti di narcolettico delirio sognante. L’effetto che ottiene è quello di rendere in forma sonora il lento materializzarsi di forme indistinte, intuite soltanto in un magma onirico nebuloso. Per circa 4 minuti si percepiscono meticolosi e randomici suoni disarticolati che tendono a crescere lentamente, fino allo spoken word che traghetta l’ascoltatore in una parvenza di narrazione: “I know there was water, and a shore, because I was there with you”. Sul crescendo di alcune note di piano che regalano concretezza romantica a quello che altrimenti sarebbe un’indistinto sogno ambientale.
La costruzione si ripete analoga sulle successive April in Paris e Fold the Horse, dove la gradazione dei diversi elementi si alterna secondo logiche sovrapponibili alla title track, ma conservando sempre un senso di lisergica meraviglia, come le voci registrate e il sognante mare di synth che muta geneticamente lo standard jazz di Vernon Duke o la minuta wonderland sonora di loop e suoni digitali della terza, che si chiude su un crescendo melodrammatico da opera.
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