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«Non sarà il suo ultimo tour, ma ci siamo andati vicini!», dice un istrionico signore inglese di mezza età in fila dalle 5.30 fuori dalla storica Roundhouse di Camden, determinato ad assicurarsi un posto vicino al palco. Per quanto possa sembrare surreale pensare a una Polly Jean Harvey poco più che cinquantenne inattiva sul fronte musicale, come confermano altri compagni di fila con l’entusiasmo di chi può finalmente cantar vittoria, è stata proprio l’artista a suonare l’allarme. In un giro promozionale a suon di interviste tra i più rivelatori degli ultimi quindici anni, PJ ha confessato di aver avuto dei dubbi sul suo futuro di musicista, svelando di aver faticato non poco nella concezione di The Hope VI Demolition Project (2016) e ancor più nel recuperare l’ispirazione per una ripartenza. 

Dobbiamo dunque al mondo della poesia e del teatro (la pubblicazione dell’opera in dialetto del Dorset Orlam nel 2022, il cui adattamento per il palcoscenico fu abbandonato a favore del formato album) il ritrovamento di un rinvigorito amore per registrazione e performance. Pochi giorni prima di questo atteso primo concerto londinese del tour di I Inside the Old Year Dying, un album di umbratile folk-rock germogliato dalle pagine di Orlam, PJ ha dichiarato a Vulture di aver finalmente capito, sia durante le registrazioni in studio che in sede di prove, di «dover continuare a fare la cosa che so fare meglio al mondo». Il concerto di stasera ne è la prova schiacciante, un’occasione per contemplare una PJ super carica, visibilmente orgogliosa del nuovo lavoro, entusiasta di interpretare i racconti in musica delle scorribande tra il quotidiano e il mistico della protagonista di Orlam Ira-Abel Rawles. 

Diviso in due blocchi principali, il concerto si propone come una rivisitazione integrale di I Inside the Old Year Dying, seguita da un selezione ad hoc dal canone harveyano. Assieme al collaboratore di trent’anni John Parish, PJ ha setacciato la propria discografia alla ricerca di brani che musicalmente e tematicamente si allineano al realismo magico di Orlam, punteggiato dagli incontri e dalle allucinazioni di Ira, una bimba di nove anni perdutamente innamorata del fantasma di un soldato della guerra civile inglese incontrato nella finzionale foresta di Gore, Wyman-Elvis.

Complice la direzione artistica di Ian Rickson, con PJ dal tour di Let England Shake, e delle professioniste in ambito teatrale Rae Smith (set design) e Paule Constable (luci), il palco subito si presenta con una scenografia che profuma di pièce teatrale. Laddove nel tour solista di White Chalk PJ sembrava voler catturare la magia di una vecchia soffitta cosparsa di ninnoli e microscopiche luci, qui i marcati chiaroscuri di un fondale increspato e uno scarno mobilio disseminato ai lati del palco suggeriscono una dimensione rurale che ben complementa i numerosi field recording a tema naturalistico dei brani, più nitidi e tonanti dal vivo che su disco. Laddove non impegnata a suonare chitarra elettrica, acustica e autoharp in prima persona, un’esile e camaleontica PJ si muove con passi cadenzati e un’espressività da mimo, soffermandosi spesso con pose coreografate su una sedia a lato del palco o a piccolo tavolo da tè da cui svetta, in penombra, quel ramo solitario che conosciamo dalla copertina del disco. PJ e i suoi fidati, magici quattro (Parish, Giovanni Ferrario, Jean-Marc Butty e James Johnston), indossano abiti minimalisti dai colori terrigni, quasi a volersi mimetizzare con lo sfondo e lasciare che la musica e l’espressività dei personaggi di Orlam, veicolati dalla mimica di PJ, rimangano in primo piano.

I primi minuti di Prayer At The Gate annunciano con estrema chiarezza due componenti chiave dell’intera performance: uno straordinario dinamismo nell’uso della voce e una drammatica gestualità che, per quanto già accennata nel tour di Hope VI, non tornava così marcata e, per l’appunto, coreografata forse dai tempi del tour di To Bring You My Love (si pensi alle routine in punta di piedi di brani come Working For The Man). Per tutta l’esecuzione del nuovo disco, Polly osserva lo stesso punto nel vuoto tra la folla quando vuole significare la comparsa di Wyman-Elvis o l’attesa di una sua riapparizione, un escamotage narrativo reso ancor più avvincente dalle magistrali dinamiche nelle interpretazioni vocali – la spiritica, corale All Souls e la perentoria I Inside the Old I Dying, cui si unisce ai cori come ospite speciale l’attore Colin Morgan, alcuni dei momenti più toccanti.

Nonostante l’estrema seriosità e professionalità di un’artista cui, tra un brano e l’altro, raramente scappa un sorriso, è proprio nell’esecuzione integrale di I Inside the Old Year Dying che si intuisce forte e chiaro il ritrovato amore di PJ per la performance dal vivo, in particolare negli sperticati sorrisi che accompagnano gli ultimi minuti di Autumn Term, voci di bambini impiegate a mo’ di sample che Polly scandisce aggirandosi sul palco a braccia aperte, ricercando un’interazione col pubblico alquanto rara nel suo repertorio. 

La commistione di folk-rock e sperimentalismo a base di sample di Let England Shake si erge a punto di snodo tra il presente e il passato: una gioiosa The Colour of The Earth eseguita alle percussioni e cantata dai soli musicisti a bordo palco a mo’ di interludio, cui seguono i singoli The Glorious Land e The Words That Maketh Murder, entrambi riproposti con degli arrangiamenti vicini ai live del 2011. Laddove i brani più abrasivi e risolutamente rock del nuovo album (la repentina title-track, il seducente blues di Seem an I e il mare di distorsioni di A Noiseless Noise) galvanizzano il pubblico nella prima parte, Angelene, Man-Size e Dress spalancano le porte di nostalgia e liberazione nella seconda, suggerendo paralleli tra il mondo di Orlam e quello degli obliqui autobiografismi nella discografia di PJ. «Just a gawly girl / Just a bogus girl», si dice di Ira in A Noiseless Noise, una sorta di richiamo ai sottotoni genderfuck di alcuni brani di Dry and Rid of Me tra cui, appunto, una Man-Size che PJ recupera per l’occasione e interpreta con folgorante determinazione.

L’anelito per Wyman-Elvis e il generale tema dell’attesa in Orlam trovano nelle sfumature desertiche e nei testi di To Bring You My Love un vero e proprio antecedente. Oltre alla title track, eseguita con la consueta dose di gutturali virtuosismi, campeggiano i singoli Down By The Water, Send His Love To Me e C’mon Billy, impreziositi dal violino di Johnston e una mimica che ci riporta direttamente ai videoclip del 1995. The Garden da Is This Desire?, interpretata da PJ per la prima volta dal vivo in questo tour senza occuparsi della chitarra, è una vera e propria rivelazione: assorbito dall’estetica folk noir del nuovo disco, il brano si trasforma in un’autentica prova d’interprete per l’artista, intenta a sdoppiarsi in voce e corpo per dar forma all’incontro tra i due oscuri personaggi descritti nel testo.

Potrà sembrare paradossale e finanche bizzarro leggere nelle performance di questo tour una sorta di tentativo di connettere col pubblico e raccontarsi, data la notoria riluttanza di PJ a proporre il proprio lavoro come un riflesso della sua persona. Eppure, complici una scaletta che pesca lontano fino al 1992 alla ricerca di tematiche ricorrenti e una gestualità in bilico fra l’evocativo e il descrittivo (il concerto chiude con una White Chalk in cui PJ indica con i propri gesti la tragedia della protagonista: «Dorset’s cliffs meet at the sea / Where I walked our unborn child in me»), ci si sente più accolti e in sintonia con PJ dal vivo che in passato. Sembra lei stessa a sorprendersene: «Thanks for being so… friendly», dice scatenando una risata.

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