Recensioni

Both minimal and maximal, Godflesh deliver alien grooves that swing whilst also retaining the psychedelic, bad trip edge with layer upon layer of filth and heaviness – that Godflesh have always been known for. This is, and always has been, feel-bad music
Ovvero, quando una press ha la capacità di rendere al meglio non solo il disco di cui parla ma anche e soprattutto l’intera discografia e ideologia di una band. E che band, i Godflesh: quanto di più pesante sia esistito al di fuori degli ambiti strettamente metal e quanto di più metallico sia esistito in ambiti sperimentali, più o meno industrial/grey area/noise, ecc., a dimostrazione di una irregolarità che ne ha segnato positivamente i trascorsi.
Ora, da qualche anno e un paio di album lunghi, i Godflesh sono di nuovo qui e questo Purge, nomen omen, sembra deciso a non fare prigionieri nel suo ricollegarsi direttamente ai fasti di Streetcleaner e soprattutto di Pure. L’attacco di Nero è uno scatafascio spazio-temporale che ci riporta, anzi, ci scaraventa al crinale tra ’80 e ’90 tanta e tale è la violenza tellurica che produce e che vale come portale di ingresso non solo in questo nuovo, distopico episodio della saga Godflesh, quanto anche per tornare agli anni in cui la formazione di Birmingham emergeva da quel marasma di decadenza industriale, irrequietezza giovanile e musiche estreme che aveva dato (ehm) alla luce l’esperienza seminale dei Napalm Death e tutte le band che le ruotavano intorno.
Broadrick e Green, si diceva, attualizzano l’idea dietro Pure, ovvero unire alla pesantezza metallica e meccanica – inumana o, meglio, transumana, ossessivamente reiterata – delle corde un drumming (elettronico, ovviamente) e dei campionamenti dai forti umori groovey tipici dell’hip-hop, interesse/ossessione che Broadrick non si è mai scrollato di dosso e che lo accompagna nei millemila rivoli della sua produzione, in solo e in compagnia.
Sia chiaro, il ritmo è importante e portante ma è lo scheletro che regge una massa sonora che più nero non si può, che rappresenta degnamente le brutture (anche personali, ma questo è un altro discorso per quanto JB lo abbia sottolineato nella press) di un mondo destinato inequivocabilmente alle tenebre e alla sofferenza perché tenebre e sofferenza sono il nostro pane quotidiano. Pezzi come Lazarus Leper, la citata Nero, Permission (quell’ossessivo campionamento che sottostà a tutto il pezzo) sono emblematici del procedere del duo ma anche della visione che portano in seno come la peggiore delle serpi: la consapevolezza e la sensibilità nel vedere ciò che è senza pregiudizi.
E quando le atmosfere si dilatano (vedi la sludgy Mythology Of Self) o si (ehm) pacificano (vedi la conclusiva, Jesuiana You Are The Judge, The Jury, And The Executioner) la situazione non cambia molto: Godflesh oggi, come 30 anni fa, è la voce dell’estremo, la feel-bad music di un futuro sempre più attuale.
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