Recensioni

Il primo album della musicista cipriota Maria Spivak Μετά Το Ρέιβ (2020) evocava scenari introspettivi scaturiti dai postumi di scorribande escapiste (“After the rave”, per l’appunto), accostando al synth-pop delle sue ossute composizioni tonalità ambient e interpretazioni vocali tanto frammentarie quanto risolutamente distaccate.
Non è un caso che il disco, cui seguì l’ottima appendice del 2021 Rare Backwards, portò in molti a paragonare la sua musica, in un colpo solo, alla spasmodica electro dei Drexciya e agli astrattismi della compositrice Lena Platonos. Sfuggente, e proprio per questo tanto più affascinante, la musica di Spivak flirtava a distanza con l’edonismo del dancefloor, lasciando intuire la sensibilità di una songwriter dallo sguardo ambivalente.
Il nuovo album You Win Again, la sua terza prova per Ecstatic Recordings, esce per così dire allo scoperto, raddoppiando in storytelling ed introspezione sulle note di un synth e dream pop che abbraccia con più generosità che in passato il suono delle chitarre (le basi di questo approccio venivano gettate nel brano 18:00, da Rare Backwards). La mossa ben si colloca all’interno di un panorama musicale in cui le chitarre lentamente ma indubitabilmente tornano a significare tra le giovani leve dell’elettronica sperimentale.
Nel caso di Spivak i rimandi al canone del rock più intimista ben si sposano alla vulnerabilità dei suoi testi. Accompagnata dalla sola chitarra elettrica, nella cullante Satellites Spivak canta: «Pretending to look good for people that won’t look away/ It’s disgusting and embarrassing, and I love it» immortalando con più candore che in passato il suo gusto per ambivalenze e contraddizioni.
Pur non mancando brani che si ricongiungono alle ruvidità dei suoi riferimenti dance e wave anni Ottanta (gli incalzanti, metallici synth pad di Golden Boy e il retrogusto disco dell’effervescente Triantafylla), qui Spivak si misura anche con sonorità che ricordano tanto il rock incorporeo di Grouper (My Loneliness Is Healing Me e la title-track) quanto le escorianti chitarre lo-fi del Dean Blunt più minimalista. Il meglio dei due mondi viene catturato nell’apripista Mid Week Ritual, in cui Spivak interpreta le liriche di Christos Kyriakides con crescente pathos, destreggiandosi tra vocoder, rumorosi synth e malinconiche note all’acustica da cui sembra liberarsi una nuova estetica.
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