Tirzah by Lillie Eiger
Tirzah, foto di Lillie Eiger (2021)

Un affare di famiglia: intervista a Tirzah

Impossibile catturare l’intenzione dell’artista. Tirzah ne sembra estremamente convinta mentre fa il possibile per rispondere alle mie domande e ripercorrere un percorso artistico fatto di lunghe pause, picchi di successo internazionale e dirottamenti involontari. Di fronte alle avventurose interpretazioni dei suoi brani di critici e fan, Tirzah sembra fare spallucce, faticando lei stessa a ricomporre i pezzi di un processo creativo improntato all’occasione. «Non m’invento niente di nuovo, se capisci che intendo», mi dice con brutale onestà in un pomeriggio d’ozio agostano. Durante la nostra chiamata Zoom non posso fare a meno di notare che persino il suo intercalare più usato, «I suppose», finisce per proiettare sulla nostra conversazione l’ombra di un’autrice in fuga da elogi ed etichettature.

Forte del successo di Devotion, il suo debutto del 2018, Tirzah ha approcciato la stesura del nuovo album Colourgrade raddoppiando in improvvisazione e sperimentazione. Se già i brani di Devotion, composti assieme all’amica di vecchia data Mica Levi (o Meeks, come la chiama da quando erano compagne di banco alla Purcell School for Young Musicians di Bushey, una piccola città nell’Hertfordshire) si presentavano come scarne decostruzioni di stilemi pop e R&B, in Colourgrade la semplicità delle composizioni elettroniche di Levi e la monocromia delle interpretazioni vocali di Tirzah raggiungono nuovi estremi. Non fosse per la lucentezza della produzione e per il matematico susseguirsi di metallici beat d’impronta futurista, il lavoro a tre di Mica Levi, Tirzah e del musicista Coby Sey (il cui contributo nel passaggio da Devotion a Colourgrade si è trasformato da occasionale a imprescindibile), si potrebbe allineare a un’estetica lo-fi.

Se già in Devotion Tirzah esplorava la possibilità di raccontare tortuosi legami personali e stati di grazia da «relationship goals» a mezzo di ipnotici loop e dichiarazioni d’amore appena bofonchiate, in Colourgrade alla complessità di relazioni ed emozioni l’artista sembra reagire con ulteriore compostezza. «Can’t find can’t find the light / Thought I’d found my mind tonight / Little, little do I care for this», mormora nella title-track, un ruvido esperimento beatless in cui uno spensierato fischiettio si scontra con l’intonazione cyborg di Tirzah. Posizionato in apertura, il brano immortala lo sfuggente spirito di un album in cui silenzi e false partenze diventano ingredienti principali. «Con molta probabilità il disco è finito per suonare così scarno perché in parte riflette delle conversazioni che abbiamo avuto [con Mica Levi e Coby Sey, NdSA] prima delle registrazioni, mentre eravamo in viaggio [durante il tour di Devotion, NdSA]», racconta.

Quando abbiamo cominciato a lavorare al disco con Meeks, abbiamo pensato a come sarebbe suonato dal vivo, pensando a possibili configurazioni, diverse da quelle che stavamo utilizzando per i live del disco precedente. Un assetto più acustico, per esempio. Pur non dettando l’intero processo creativo, quelle idee, probabilmente senza rendercene conto, hanno avuto un effetto subconscio, in particolare su Mica, che in genere è responsabile delle strumentazioni e si presenta con dei beat per le tracce.
Tirzah

Il sodalizio con Meeks, pur risalendo già ai tempi dell’adolescenza e dei loro studi classici, si è trasformato in una collaborazione a tuttotondo dai primi anni Dieci, quando Levi faceva debuttare i brani scritti con e per Tirzah durante le proprie performance dal vivo. In un Boiler Room set londinese di Levi, Tirzah compariva da dietro le quinte, lo sguardo fisso a terra, e impugnava il microfono per esibizioni impromptu di brani come I’m Not Dancing, un ipnotico pezzo dance caratterizzato da un mix di ritmiche minimaliste e catatonici vocals. Da allora i brani di Tirzah riflettono un percorso di sperimentazione a quattro mani, in cui si subodora la fascinazione di Levi per un avventuroso avant-pop che da una parte si riconnette idealmente alle spigolose composizioni del suo progetto Micachu & The Shapes e dall’altra si discosta dalle aperture orchestrali delle sue celebrate colonne sonore degli ultimi anni (per il film Under The Skin nel 2014, Jackie nel 2016 e, più recentemente, Zola).

Oggi il quadro si completa assieme a Coby Sey, altro membro del collettivo di Londra CURL e compagno d’improvvisazione sia on the road che in studio di registrazione. La dinamica del gruppo o “di famiglia”, come la definisce più di una volta durante la nostra conversazione, è celebrata nella singhiozzante slow jam R&B Hive Mind, in cui i vocals di Tirzah e Sey si intrecciano con disarmante naturalezza. «Di solito facciamo delle sessioni improvvisate da cui scappano fuori un riff o una parte vocale che finiamo per modificare. Altre volte prendiamo un’idea da quelle sessioni improvvisate e l’ampliamo senza trasformarla più di tanto», racconta.

«In tutta onestà non c’è tantissima rivisitazione per quanto mi riguarda, anche perché di quello si occupa più Mica! Solitamente Mica rivisita quelle registrazioni iniziali e decide se tenere la maggior parte di quello che abbiamo fatto o usarle come materiale di partenza per creare qualcosa di nuovo. Anche molti dei momenti di silenzio che senti sul disco, in genere sono rimasti dalle sessioni improvvisate. Quello che mi piace di più di questo modo di registrare, nonostante non sappia nemmeno come spiegare di preciso come operiamo, è che mi fa sentire molto libera. Quando provi a registrare qualcosa di nuovo, non lo “senti” davvero come la prima volta, ti concentri più sull’atto di rifarlo. Riascolti la parte in questione per vari motivi, magari fissandoti sulla componente melodica, ma concentrandoti sul cambiare un brano non lo “senti” più come la prima volta. Credo sia questo che mi piace delle prime registrazioni. In più di un modo il disco precedente andava a ripescare da un archivio di materiale già esistente. Pur essendo stato concepito in un periodo della stessa durata di un anno, [nel realizzare Colourgrade, NdSA] non avevamo un archivio da setacciare. Abbiamo avuto la possibilità di partire da zero, il che mi ha dato una bella sensazione. Non ne sono sicura, ma forse è questo il motivo per cui per me Colourgrade, rispetto al precedente disco, è una rappresentazione più autentica di quello che facciamo».

 

Colourgrade cattura lo spirito di quelle sessioni improvvisate in varie occasioni. Il synth di Levi sembra vagare senza meta nella rumorosa Recipe, mentre in Crepuscular Rays si assiste all’incontro di dissonanti chitarre e un’imprendibile interpretazione vocale che alle aperture comunicative del pop preferisce i toni del lamento. All’inizio di Beating, un commuovente brano dedicato al partner (il produttore Kwake Bass) all’indomani della nascita della loro secondogenita, Tirzah tossisce e riparte da capo: «You got me / I got you / We made life / It’s beating».

Il terzo singolo Tectonic, dal canto suo, si apre con un penetrante droning e si prende tutto il tempo per ingranare, permettendo a Tirzah di fare il suo ingresso oltre il minuto e 48 e relegando il contributo di Sey a un semi-improvvisato mormorio di sottofondo («You see me?», chiede Sey a un certo punto, quasi a voler richiamare l’attenzione da una stanza attigua). Ancor più singolarmente, nonostante il marziale incedere di uno scheletrico drum pattern e l’atmosfera asfittica del brano, Tectonic si propone di catturare la sensualità di un incontro sessuale, giocando sul contrasto tra le sinuosità del corpo e le quadrature del brano. Il video, realizzato dall’artista Fleur Melbourn, riflette «l’idea di una materializzazione fisica del concetto di tettonica», dice Tirzah, esplorando le ripidità di due corpi e un’estasi da uncanny valley. Nonostante il contesto erotico, il canto di Tirzah non cade in tentazione, rimanendo, come suo solito, impassibile.

Che il soggetto siano relazioni finite, amori dirompenti o celebrazioni familiari, le inflessioni R&B di Tirzah finiscono per essere filtrate da una particolare monotonia in cui intravedo il retaggio di un imbronciato indie d’altri tempi. Quando le dico che i suoi vocals fanno apparire il prospetto di uno slancio amoroso o la rottura di una relazione sorprendentemente gestibili (“manageable”), Tirzah scoppia a ridere e offre un caustico «That’s good». Come ha sviluppato questo particolare stile?

Per me è dura ricordare quel primo periodo in cui [io e Mica, NdSA] scrivevamo insieme. Di certo l’approccio alla scrittura dei testi era molto più allargato, nel senso che anche Mica contribuiva. Poi a un certo punto mi ha detto: “I testi li scrivi tu, le parole devono essere tue”. Fin da allora, mi verrebbe da dire, mi è sempre riuscito più facile essere schietta, direi onesta. Se fossi una persona più drammatica probabilmente mi verrebbero dei testi più drammatici, non saprei! Il mio modo di scrivere e cantare è probabilmente un riflesso di questa cosa. Il mio obiettivo è che i miei pezzi siano onesti, è l’unico modo in cui so scrivere.
Tirzah

Non è un caso che in passato Tirzah abbia rifiutato l’idea che la sua sia una musica “intima”, “confessionale”. Le cose non sono cambiate con Colourgrade, conferma. «Quando scrivo non penso alle persone che ascolteranno la mia musica, si tratta semplicemente di me in una stanza con Mica. La vera esposizione dei miei sentimenti avviene in quel momento. Una volta che un brano viene inciso e svolazza in giro, lo ascolto e riascolto, non lo percepisco più come personale in quel modo “intimo”, “rivelatorio”. Inoltre la speranza è che tutti là fuori abbiano dei sentimenti». Impossibile scovare l’intenzione dell’autrice tra le righe, insomma. Eppure in Colourgrade compaiono dei momenti che, se non proprio rivelatori, finiscono per aprire uno spiraglio sulla dimensione personale dell’artista. Uno dei brani più riusciti è Sleeping, una dissonante ninnananna che, nonostante la fitta coltre di rumore, le semi-improvvisate percussioni e gli impressionistici loop di chitarre che mi ricordano la Cat Power nichilista di Myra Lee, ci lascia intravedere una Tirzah in contemplazione della figlia dormiente: «My baby she’s sleeping tonight / And I don’t want to go».

Le sbavature nel sound, il gusto di Tirzah per la ripetizione e la calma apparente nella sua voce, in Colourgrade finiscono spesso per avere un effetto cullante anche sull’ascoltatore. Lo scatto di copertina, che ritrae Tirzah mentre sfoglia un libro per bambini, sembra confermare questa idea, quasi a volerci invitare alla scoperta di una quotidianità dai risvolti cangianti. «Mi piaceva catturare una sorta di potenziale comico della maternità, il fatto che l’elemento più spirituale di gestazione, nascita e maternità vada in parallelo con infiniti, e specifico infiniti, momenti in cui ti dedichi interamente a pulire e cambiare pannolini». Come non detto.

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