Recensioni

A giudicare da certe sue uscite recenti, il Piero Pelù attuale magari lascia un po’ a desiderare dal punto di vista dei contenuti intellettuali, ma se si parla di musica un orecchio (senza ironia, viste le sue ultime vicissitudini con l’udito) vale sempre la pena prestarglielo. Di musica saremmo chiamati a parlare in relazione alla sua nuova fatica in studio, secondo capitolo di una trilogia, la Trilogia del disagio, che ha preso il via nel 2020 con Pugili Fragili e che evidentemente, prima o poi, finirà per contare anche un terzo lavoro; ma inevitabilmente, quando si parla di Pelù, si finisce col parlare anche del resto. Partiamo con la musica, comunque.
In questi ultimi quattro anni il Pierone nazionale ha fatto in tempo a riprendere in mano il filo dei Litfiba con il tour d’addio salvo poi litigare di nuovo con Ghigo, stavolta pare definitivamente e dunque apponendo la pietra tombale su ogni eventualità di futura, seconda reunion. Però sempre ai Litfiba si ricasca, se è vero, com’è vero, che come location per la presentazione dal vivo di Novichok, il singolo apripista di questo Deserti, il rocker ha scelto nientemeno che la mitica cantina di via de’ Bardi, a Firenze, dove l’epopea litfibiana ebbe inizio e poi svolgimento per tutti gli anni ’80. Proprio a quel periodo ci riportano le sonorità (intro di chitarra stile Iron Maiden, tappeto di tastiere Eighties e tiro post-punk) di un uptempo il cui titolo da un lato è chiaramente un riferimento alla sostanza con cui Putin avvelenerebbe i suoi oppositori, dall’altro è metafora del veleno che – spiega l’artista – «ogni giorno viene propinato a noi cittadini attraverso i cibi contaminati e le propagande sempre più invasive e false». Già. A proposito, tra i 12 brani presenti in tracklist c’è anche una re-interpretazione in chiave acustica – e celebrativa per il 25mo anniversario – de Il Mio Nome È Mai Più, singolo realizzato dal Nostro insieme a Luciano Ligabue e Jovanotti nel 1999, quando protestare contro le bombe Nato si poteva ancora fare e il rock mainstream cavalcava furbescamente l’onda. E qui si passa a parlare del resto.
Il Ragazzaccio, come si sa, gioca col suo personaggio un po’ stropicciato di qualunquista e forcaiolo uomo della strada, un grillino prima dei grillini, però a volte l’impressione è che nell’esporsi riguardo all’attualità cerchi il facile consenso, facendo leva sui mantra della narrazione ufficiale per restare a galla e non perdere visibilità. È successo con la pandemia e ovviamente con la guerra in Ucraina. Da un artista che voglia avere voce sui fatti del mondo ci si aspetterebbe quantomeno analisi meno premasticate di quelle di un Bruno Vespa qualsiasi. E inevitabilmente ciò va a scapito proprio di quell’aspetto musicale per cui il rispetto nei suoi confronti, soprattutto per quanto fatto in passato, è in qualche modo dovuto. In ogni caso lui si professa sempre contro. Rimarchevole in questo senso, e pure originale, lo sticker con scritto NO-IA che l’artista fiorentino ha voluto apporre sulla confezione di Deserti per protestare contro l’intelligenza artificiale che rischia di fare il vuoto dentro e intorno a noi.
Del resto il deserto per Pelù è una categoria del pensiero. Sono tanti i deserti cantanti nella sua settima opera in solo. Deserti nel senso di crisi climatica come nella title track, che chiude il disco allo stesso modo di come si era aperto con Porte, ossia con un pezzo strumentale; oppure deserti causati dalle guerre come in Scacciamali, dove i Bloc Party più stradaioli sfidano il Billy Idol più rockettaro in una guerriglia urbana a colpi di coperchi di cassonetti della spazzatura; o ancora deserti affettivi come in Picasso, che è un po’ una Ritmo ri-apparecchiata per essere incisa su Né Buoni Né Cattivi; e anche deserti sentimentali come nel secondo estratto Maledetto Cuore, ballata intimista che rievoca il piglio grunge di certe scosse da Terremoto (Fata Morgana, Prima Guardia) senza rinnegare le atmosfere della Trilogia del potere. Alla fine siamo sempre lì, come dimostrano anche gli altri passaggi, tra telefonatissimi cenni ai Led Zeppelin (Canto), aspiranti tormentoni estivi (Baraonde) e pachidermiche sfilate dall’odor carnevalesco stile Måneskin (Elefante).
In generale si sa sempre in anticipo cosa si può trovare in un disco di Pelù: di base, il solito pastone tamarruock orecchiabile senza particolari guizzi se non quelli derivanti dagli aneliti radiofonici dell’autore, in pratica ciò a cui i Litfiba ci hanno abituato per più di metà (la seconda) di una carriera quarantennale. Però a questo giro ci si trova pure qualcosa che non t’aspetti tipo i Calibro 35 al cui ausilio si deve Baby Bang, brano concepito come un omaggio a Ennio Morricone ma che ovviamente amplia gli orizzonti in generale alle colonne sonore del cinema di genere italiano, al mondo delle soundtrack anni ’70 di cui i quattro milanesi sono tra i più fieri discepoli nonché divulgatori (qui i deserti sono quelli delle città italiane, tra centri storici invasi dal turismo di massa e periferie abbandonate). Oppure i Fast Animals and Slow Kids, co-autori di Tutto e Subito, profluvio di improperi contro i social (i deserti causato dall’odio e la violenza verbale).
Insomma è vero che colui che è stato probabilmente il miglior frontman della storia del rock italiano è ormai da tempo diventato una macchietta a uso e consumo prevalentemente televisivi, però pur con le riserve che la cosa ingenera, proprio non ce la si fa a volergli male e nemmeno a ignorarlo del tutto quando impiega il suo tempo a fare musica invece che scrivere su Twitter.
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