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Dopo le fiamme di El Diablo, ma soprattutto dopo le badilate di terra con cui ci hanno seppellito con Terremoto, dopo gli insulti, le imprecazioni e la collera forcaiola rovesciatici addosso col disco del 1993, logico che nel mettersi al lavoro sul terzo capitolo della Tetralogia degli elementi i Litfiba sentissero il bisogno di librarsi per l’aere e alleggerirsi un po’. Con Spirito, però, esagerano un tantino in questo senso e concepiscono un lavoro molto – ma molto – meno duro, cupo e impegnato non solo del predecessore ma anche appunto del primo capitolo del loro nuovo corso.

«Spirito libero», nell’aria appunto, il terzo dei quattro elementi cantati da Pelù/Renzulli. E sì che alla consolle siede (in veste di co-produttore) Rick Parashar, colui che ha modellato nientemeno che Ten dei Pearl Jam, in luogo di Alberto Pirelli al quale la band ha ritenuto di dare il benservito dopo quasi dieci anni di collaborazione. Era quindi nell’ordine delle cose aspettarsi un altro disco grunge (o dintorni) e invece – sorpresa – il duo gigliato concepisce un’opera sì energica ed elettrica, ma molto più calma, vaporosa e giuliva rispetto al recente passato.

«Piacere a tanta gente è una gabbia seducente», ci spiega il cantante nella traccia d’apertura, il cui ritornello recita: «Lo spettacolo deve ancora cominciare» e suona un po’ come una risposta – non solo verbale – al Ligabue che qualche settimana prima si è chiesto: A Che Ora è la Fine del Mondo? Lo spettacolo è la dimensione patinata cui ambiscono i nuovi Litfiba, perché la band di Desaparecido e 17 Re è ormai un ricordo sbiadito ma anche la sua incarnazione più recente sta sfumando. Con la sesta fatica in studio il marchio apre a compromessi che fino a un paio d’anni prima avrebbe visto come fumo negli occhi e che la stessa legione sedicente alt-rock dei 90s figlia della rivoluzione partita da Seattle evita come la peste.

Ora gli ex discoli di via de’ Bardi sono un fenomeno da classifica e assumono un piglio più radio friendly (il disco arriverà al terzo posto in classifica, risultando il tredicesimo più venduto del 1994) smussato da certe asperità del passato ma anche – va detto – non più guizzante come un tempo. I sei ci danno sempre giù col rumore ma nel complesso appaiono più morbidi, a tratti perfino dimessi, se non fosse per la loro innata, risaputa capacità di sfornare inni generazionali come appunto Lo Spettacolo ma anche la title-track (la perfezione fatta tormentone) o Lacio Drom (buon viaggio).

Nondimeno, Spirito dal punto di vista musicale è più “etnico” dei precedenti lavori (lo sguardo è rivolto ai soliti mondi latino e nomade) e vi compaiono nacchere, flauti di origini andine come zampoñas, quena e quenacho (suonati nientemeno che da Renato Freyggang degli Inti-Illimani), mandolini e percussioni di vario tipo incluso la marimba (una specie di xylofono). Il taglio è sempre classic rock, ma solare e addolcito da un maggiore uso di strumenti acustici, con piano e chitarra a ingentilire le portate e l’armamentario popolare a dare quel tocco world.

Il tutto frullato in un mix virante verso il pop come mai fino ad ora. Una spolveratina fru fru al guardaroba, con nastri, pizzi, decorazioni e soprattutto colori più vivaci; ma sono i tessuti a essere meno pregiati: una più che dignitosa prima metà di lavoro è zavorrata dalla debolezza della seconda. Da una parte infatti abbiamo, oltre agli inni di cui sopra, quella ledzeppelinata di Animale di Zona e la bella Tammùria dagli aromi vesuviani, oltre che l’azzeccatissima e psicopatica La Musica Fa. Dall’altra, il poco rappresentato da No Frontiere, Diavolo Illuso e Ora d’Aria, con gli unici momenti appena più interessanti regalati da due quasi riempitivi come Telephone Blues (intermezzo dalle venature noir con intarsi chitarristici zappiani e voce di Gianna Nannini) e la conclusiva Suona Fratello (esperimentino acustico/lo-fi annacquato da rum e tequila).

Con Spirito i Litfiba si allontanano ancora di più – se possibile – dal rock altro e insieme ai successivi Mondi Sommersi e Infinito il lavoro segnerà la fase più sputtanata (senza offesa) nei già di per sé sputtanati anni ’90 della formazione. Però è anche vero che, ragionando coi parametri attuali, all’epoca si percepisce ancora tra i Litfiba e il loro pubblico quell’intima connessione che un gruppo rock – per quanto commerciale – può stabilire con la generazione sua coeva, quell’unione cerebrale, quell’empatia, perché la band parla il linguaggio dei suoi ragazzacci, che in certi codici si riconoscono. Già, bei tempi.

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