Recensioni

Parecchio prima del Piero Pelù furbesco e indefesso valletto del circo mediatico al servizio dello spettacolo inteso nel senso debordiano, c’era stato un Piero Pelù ombrosamente poetico, ancorché profondamente incazzato e romantico come un Atreju de noantri, che con i suoi Litfiba il potere l’aveva avversato al punto da dedicargli una trilogia, quella “del potere” appunto, ossia il modo in cui informalmente ci si riferisce ai primi tre album in studio della band fiorentina.
Perché il potere, come ci hanno insegnato decenni di regime democristiano nel nostro paese, è un’essenza da far passare sotto silenzio, che non va nominata perché il solo farlo è un modo di sostanziarlo, smascherarlo, e, in definitiva, denunciarlo. Quello sbugiardato dai Litfiba era però un potere diffuso, transnazionale, quasi un concetto metafisico; non stupisce quindi che il primo capitolo del trittico si chiamasse Desaparecido, titolo che rimandava ai capolavori “umanitari” delle dittature militari del Sud America, in testa quelle cilena e argentina.
Eppure il gruppo gigliato musicalmente prendeva le mosse da tutt’altro immaginario: dall’Europa del nord, soprattutto, dall’epopea post-punk inglese inzuppata delle lugubri atmosfere di Joy Division, Echo and the Bunnymen, Killing Joke, Cure, Bauhaus, Tuxedomoon, Siouxie & The Banshees e ispirata dall’immancabile Bowie periodo berlinese. Si ascolti, per credere, la prima versione del brano La Preda, pubblicato nel 1983 come B-side del singolo Luna con tanto di videoclip in stile Kraftwerk e poi riarrangiato due anni dopo in veste meno iancurtisiana e più combat per essere inserito nel primo lavoro lungo. Disseminare intarsi gotici (peraltro già presenti in quantità) nella culla del Rinascimento era la cifra dominante del sestetto formato, oltre che da Pelù, dal chitarrista Federico “Ghigo” Renzulli (già nei Cafè Caracas insieme a un certo Raffaele Riefoli, che in futuro conosceremo come Raf), il bassista Gianni Maroccolo, il tastierista Antonio Aiazzi, il pianista Francesco Magnelli e il batterista Domenico Luca De Benedittis, meglio noto come Ringo De Palma, che nel 1990 morirà per overdose di eroina.
Ma i Litfiba all’epoca non erano l’unico ensemble italiano innamorato dei coevi riflussi musicali provenienti da Manchester, Londra o Berlino e anzi facevano parte di una vera e propria scena new-wave fiorentina che aveva in Neon e Diaframma altre eccellenze da esportazione («chi siete? Dove andate? Un fiorino!»). Ancora una volta, quindi, importavamo stilemi e forme espressive dal mondo anglosassone copiandoli, è vero, ma copiandoli bene com’era già successo coi beat nostrani negli anni ’60 o con i Nomadi che italianizzarono la musica contestatrice di Woodstock e dintorni. Quello che ci mettevano in più i Litfiba rispetto ai loro compagni di strada era però una forte connotazione mediterranea unita a una marcata propensione orientalista: Pelù e soci guardavano anche a est, non c’è dubbio, e non si fosse saputo che erano concittadini di Dante uno avrebbe potuto pensare che la loro città natale fosse quella in cui Dante era morto, Ravenna, o comunque una qualsiasi località affacciata sull’Adriatico, viste la naturale inclinazione alla contaminazione propria delle comunità marittimo/portuali e la nutritissima presenza nella loro musica di reminiscenze balcanico/gitane. Tziganata in questo senso era una specie di manifesto, ma anche dedicare una canzone a Istanbul, la porta d’Oriente, non era da meno, benché sul piano strettamente stilistico il pezzo fosse tutt’altro che bizantino (in tutti i sensi) e aderiva appieno a certi asciutti canoni rock 80s di matrice albionica. Canoni rispettati anche con il ricorso in tutto il disco ad alcuni accorgimenti tipici del decennio, in primis l’effetto simil coro medievale (perdonatemi se non ho mai saputo come si chiama) che in quegli anni si ascoltava praticamente su ogni disco pop-rock, dai Depeche Mode in giù, oppure certi suoni di batteria.
Attenzione però: probabilmente nessuno riuscirà mai a confutare con argomentazioni fondate che i Litfiba nell’approcciarsi a Desaparecido, LP che ricordiamolo uscì nel marzo 1985, non avessero buttato perlomeno un orecchio agli U2 non tanto di Boy o War quanto in special modo a quelli di Under A Blood Red Sky, la quintessenza del rock guerresco fatta live album, pubblicato due anni prima. Non per dire, ma dove collochereste la fierissima ed epicissima Eroi Nel Vento se non a metà tra una Sunday, Bloody Sunday e una I Will Follow; da dove promanavano gli ooh-ooh a metà di Lulù e Marlene se non dal Bono messianico di Red Rocks; e certe parti di chitarra di Renzulli, così come alcune sequenze di batteria concepite da De Palma, non ricordavano forse rispettivamente il taglio secco e discreto di un The Edge e lo stile militaresco di un Larry Mullen jr.? Ma quello stilistico non era l’unico parallelo con la band di Dublino. Come l’esordio in studio dei quattro irlandesi, infatti, quello dei Litfiba suonava un pizzico acerbo (la maturazione definitiva arriverà con il successivo 17 Re) e fu in parte una sorta di antologia del meglio realizzato fino ad allora: i Nostri erano in giro da inizio decennio e al momento di dare alle stampe Desaparecido avevano già all’attivo due EP, un disco dal vivo, una colonna sonora per uno spettacolo teatrale e il singolo sopracitato; quindi chi li seguiva da prima del 1985 conosceva già bene canzoni come Guerra, la title-track o la stessa La Preda, così come quei pochi dublinesi che erano stati a un concerto degli U2 prima del 1980 avevano già sentito (e pogato su) Out Of Control, Twilight o Stories For Boys.
Certo i Litfiba avevano qualcosa che gli U2 non avevano, ossia un tastierista come Aiazzi, il cui contributo al sound della band non è mai stato sottolineato abbastanza: molto più di un accompagnamento e arriveremmo a dire colonna portante della fase compositiva. Non a caso il musicista classe ’58 resterà in line-up – seppur da collaboratore – anche dopo la scissione di inizio anni Novanta, quando i Litfiba diventeranno un fenomeno da classifica, con le corna e tutto il resto, e si riassesteranno in un duo de facto assumendo il singolare e squinternato assortimento in plancia di comando dato da Pelù (definitivamente trasformato in zingaresco sventraoche) e Renzulli (le cui fattezze propenderanno sempre più verso quelle di uno stereotipico salumiere che non di una rockstar).
Prima abbiamo parlato delle pendenze ortodosse (in senso storico, culturale e geografico) dei Litfiba della prima ora, ma ovviamente uno potrebbe obiettare che il titolo stesso dell’album volgesse lo sguardo dalla parte opposta, sul versante ovest (parafrasando il nome di un altro loro pezzo del periodo) e in effetti l’obiezione non fa una piega: la title-track infatti, oltre a riesumare nel titolo certa terminologia afferente alle dittature fasciste dell’America Latina, era anche stilisticamente spagnoleggiante e caratterizzata da intricatissime ritmiche di flamenco.
Ma erano sperimentazioni western, nell’accezione più asciuttamente cardinale del termine, che la band riservava anche a un pezzo come Guerra, in cui risuonava addirittura la classicità apocalittica e avant-garde di Vangelis (pace all’anima sua): quindi, per vie traverse, ancora Grecia, Adriatico, quell’oriente «baluardo sacro per l’incrocio delle razze degli uomini». Del resto Pelù lo canterà di lì a poco proprio in Versante Est: «Una parte di me / per sempre resterà qui», come a dire che ci si persero in Oriente, i primi Litfiba. Desapaceridos, appunto.
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