Recensioni

Qualcuno l’ha subito battezzato l’Achtung Baby dei Litfiba e il paragone non potrebbe essere più calzante, sia per la somiglianza, sia – con le debite proporzioni – per il riscontro in termini di vendite (500mila copie polverizzate in pochi mesi); quanto a spessore artistico, però, siamo lontanucci, perché la riuscita di Mondi Sommersi, settima fatica lunga della formazione fiorentina, non è minimamente paragonabile agli effetti della settima (pure per loro) campagna in studio degli U2. In ogni caso sì, per la prima volta il duo toscano apre all’elettronica, con parsimonia – per carità – ma è pur sempre una notizia.
Che poi, se proprio agli U2 degli Hansa Studios si vuol guardare, parliamo di una versione della band risalente a sei anni prima, a sua volta ispirata da sonorità pregresse riconducibili (anche) alla Berlino underground dei tempi d’oro nonché alla scena neolisergica inglese che soleva definirsi Madchester. Nel frattempo, in tema d’elettronica, troppa acqua è passata sotto i ponti. Sono arrivati Bristol, techno e house, jungle e drum’n’bass, l’IDM, il big beat sta per esplodere ecc.; abbiamo avuto gli Autechre, gli Orb, Aphex Twin, i Leftfield, Squarepusher, ma anche gli Underworld, i Prodigy e i Chemical Brothers. Non è un caso che a inizio 1997 pure alcuni gruppi o artisti tradizionalmente lontani da quel mondo si facciano prendere dalla fregola di sembrare attuali, dagli stessi U2 (ma di Pop) al Bowie di Earthling, dai Depeche Mode di Ultra agli INXS di Elegantly Wasted.
I Litfiba si accodano al filone ma con esiti molto meno lusinghieri dei loro illustri colleghi, ed è appunto alla prima prova “acida” di Bono & Co. che paiono rifarsi, anche perché gli occhialoni neri indossati da cantante e chitarrista (più quelli del secondo però) nel video del singolo di lancio Ritmo 2# fan pensare proprio al Bono/Mosca dell’era ZOO TV, e il mood della canzone è sexy e oscuro proprio come appunto una The Fly, allo stesso modo di come ad esempio Imparerò potrebbe somigliare – alla lontana – a una Mysterious Ways. Del resto nel 1997, con gli onnipresenti U2 devi comunque ancora fare i conti, e non c’è intervista in cui almeno una domanda all’artista di turno non abbia a oggetto un parere su ciò che stanno cercando di fare i dublinesi (siamo nell’anno di quel carrozzone kitsch che è il PopMart Tour) e che probabilmente non è chiaro neanche ai medesimi.
Voci filtrate, chitarre trattate, suoni industriali e ritmi ballabili; per la prima volta in un disco dei Litfiba fanno capolino sintetizzatori e drum machine; ma anche il piglio è sinuoso e l’incedere caustico, equivoco e sornione: i Nostri prendono le distanze dall’etno/world posato e maturo di Spirito e si mettono a fare i ciofani. Ma se c’è una degenerazione più odiosa delle altre nella mentalità piccolo-borghese questa è proprio il giovanilismo, e Pelù/Renzulli ci cascano con tutte le scarpe. La quarta e ultima opera da loro dedicata agli elementi (siamo all’acqua) a tratti è cafona e dagli U2 – sempre loro – prende come detto il piglio di Achtung Baby ma anche la tamarragine del succitato Pop. Modaiola e ansiosa di stare sul pezzo fin dalla copertina: in questo periodo si parla molto di Tibet (a maggio si terrà negli States un concertone stile Live Aid) e che ci mostra la cover? Un bambino con un saio tibetano, ovvio.
Sul piano musicale, singoloni a parte (Regina di Cuori e Goccia a Goccia sono gli altri due), non c’è moltissimo da segnalare. Ne stanno uscendo di capolavori rock italiani negli anni ’90 ma questo album (e a dire il vero anche buona parte del resto della produzione del decennio dei Litfiba) non vi rientra proprio. Il dittico L’Esercito delle Forchette/Sparami è l’anima incazzata del lotto. La prima è una denuncia delle sperequazioni sociali, o perlomeno ne ha l’aria; la seconda è antimilitarista ma allo stesso tempo guerresca: pensata per il popolo palestinese, è tanto languida nella strofa quanto infuocata come un’Intifada nel ritornello, il quale a un certo punto recita: «Questo sistema è una gabbia / Mi dà in omaggio rabbia».
L’antropologo francese Gustave Le Bon, involontario ispiratore dei totalitarismi del Novecento con i suoi studi sulla psicologia delle folle, sosteneva che il leader carismatico non deve per forza essere brillante e intelligente oppure esprimere concetti logici e articolati, bensì deve piuttosto saper stabilire una connessione con l’uditorio anche a mezzo di costruzioni verbali il più possibile elementari e accessibili, ché le folle non ragionano come i singoli, anzi non ragionano proprio. In questo senso Pelù può essere considerato l’equivalente rock del capo leboniano, oppure dell’autorità carismatica weberiana, metà eroica e metà santa, che si identifica con lo Stato (sarà per questo che dopo il suo ritorno in formazione la band abbozzerà una serie tra il Risiko e la distopia intitolando i due successivi lavori Grande Nazione e Eutòpia?).
Poi c’è la cazzutissima Dottor M. – cioè Dottor Morte – in cui il protagonista è l’emblema della società contemporanea, votata all’annichilimento della volontà umana e appunto alla manipolazione di massa. Il suono della voce è filtrato, diabolico e sembra provenire da una remota e inaccessibile stanza dei bottoni sprofondata nelle viscere della terra da cui i padroni del vapore ci muovono come burattini, e il testo a un certo punto si fa scappare pure un «siamo cavie della scienza» (ops). Per il resto del lavoro siamo però sul fiacchino andante, da Ritmo (versione altra del suddetto primo singolo che non si sa perché ci sia stata portata all’attenzione) a In Fondo Alla Boccia (sorta di demo a chiudere il sipario com’era già stato per Suona Fratello in Spirito), passando per Si può e Apri Le Tue Porte. Nel complesso si tende alla morbidezza e i suoni sono più leccati. Renzulli stavolta deve frenarsi, non può più sbizzarrirsi in riffoni e assoli hard&heavy perché adesso il suo chitarrismo si pone al servizio ora delle macchine e dello spettrale impalcato sonoro da catena di montaggio, ora di un sound molto più melodico (sarà questa la causa prima dei dissapori col cantante che porteranno alla scissione?).
Mondi Sommersi è la lettera di referenze per schiudere le porte della carriera televisiva al frontman, che inizia a materializzarsi sull’etere come ospite/inviato della trasmissione Quelli che il calcio più o meno in concomitanza con l’uscita del disco, datata gennaio 1997. Ma soprattutto, è l’anticipo dello scadimento della band nel pop da classifica della peggior risma che troverà l’apogeo nel successivo album, Infinito, il quale riuscirà a far scornare i due titolari di bottega ponendo fine alla loro collaborazione per un decennio abbondante, durante il quale verranno la rivedibile (eufemismo) carriera solista del Pierone nazionale e il parallelo tentativo di Ghiguccio di continuare a far esistere i Litfiba anche senza Pelù, il che è un ossimoro.
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