Litfiba
Eroi nel tempo
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Valerio Di Marco
- 22 Marzo 2023
Firenze sogna, Firenze sogna / Il risveglio della sua voglia

Inizi anni Ottanta. Sogna Firenze, come da titolo di una delle future canzoni del gruppo che ci apprestiamo a raccontare in queste righe, e sognano loro, cinque giovani figli (qualcuno naturale, qualcuno adottivo) della città gigliata culla del Rinascimento. Sono Federico Renzulli detto “Ghigo”, Gianni Maroccolo, Antonio Aiazzi, Francesco Calamai e Sandro Dotta; non hanno però la passione per la pittura né per le arti figurative, ma per la musica, quella rock.
1980-1984: i primi anni
Ghigo è nato ventisette anni prima in provincia di Avellino; dopo l’università, interrotta a pochi esami dalla laurea in biologia per dedicarsi unicamente alla musica, ha soggiornato a Londra, dove ha conosciuto da vicino la nascente scena new wave, per poi trasferirsi nel capoluogo toscano; ha la passione per l’hard rock ma si “accontenta” di fare punk e suona la chitarra (e canta) in un gruppo che si chiama Cafè Caracas insieme a un certo Raffaele Riefoli, che diventerà famoso come Raf. I Cafè Caracas godono di un discreto seguito in città e il 1 giugno aprono addirittura il concerto dei Clash in piazza Maggiore a Bologna. Maroccolo invece è toscano doc, ma della Maremma; ha vissuto parecchi anni in Sardegna al seguito della famiglia trasferitasi là per motivi di lavoro e adesso di anni ne ha venti, studia alla scuola alberghiera e anche lui ha una profonda passione per la musica: David Bowie, Who, Led Zeppelin e Pink Floyd i suoi ascolti principali; ha sempre adorato sperimentare i suoni: a Firenze, nuova destinazione della famiglia, studia contrabbasso, musica elettronica e fonologia al conservatorio, nonché percussioni in un’altra scuola, e si avvicina allo studio dell’armonia e della composizione, da autodidatta. Ma è sul basso che ha deciso di concentrarsi. Aiazzi dal canto suo è ventiduenne, lui sì è fiorentino, lo chiamano Marchese e condivide con Ghigo il carattere serio e riflessivo; suona la tastiera ed è un creativo a cui piace occuparsi anche degli arrangiamenti. Dotta è invece bolognese, studente di architettura, e nel tempo libero fa il chitarrista, attività per cui è molto dotato. Ha una particolare sensibilità musicale e di lui Maroccolo dirà: «Musicalmente mi aprì la mente, mi insegnò a cogliere l’essenza». È infatti lui inizialmente il lead guitarist del gruppo, ruolo che in seguito al suo abbandono sarà preso da Renzulli. Calamai infine è un batterista energico e pure lui molto bravo col suo strumento. Sono loro a formare il nucleo dei futuri Litfiba, loro più un nuovo elemento entrato in formazione subito dopo l’addio di Dotta. Il suo nome è Piero Pelù, diciotto anni, pure lui fiorentino come Aiazzi, e una grande passione per la musica rock con particolare predilezione per il punk tanto che si fa chiamare “Pierotten” in onore a Johnny Rotten, leader dei Sex Pistols. Lo ricorderà lo stesso cantante nella sua autobiografia del 2014 Identikit di un ribelle:
Incontrai il punk nel 1977 grazie a Odeon, una bellissima trasmissione televisiva che andava in onda su Rai2 il mercoledì sera. Diventai punk più nell’attitudine che nel suono, perché la mia musica è sempre stata un adattamento rock del punk. Sull’onda di quella scoperta si formò il mio primo gruppo, i Mugnions, da Mugnone, il torrente che scorreva sotto casa dei miei.
Anche se c’è da dire che:
A Firenze il punk non era certo di casa. Di creste residenti non se ne sono quasi mai viste. In Toscana, era Pisa la capitale del punk, mentre Firenze lo fu del post-punk, ma a partire dagli anni Ottanta.
Pelù è un tipo estroso, uno scalmanato, un agitatore, un frontman per natura che nei Mugnions ha già dato saggio delle sue qualità magnetiche sul palco. Non sa suonare, non ha mai studiato musica, ma è sfrontato, teatrale, frenetico, scioccante nelle sue pose e si afferma fin da subito come l’elemento cardine dell’ensemble, un combo formatosi quasi per caso del resto. Infatti, uscito dai Cafè Caracas, Ghigo resta senza gruppo; un giorno gli telefona Maroccolo in risposta all’annuncio di un certo Federico che cercava elementi per formare una band, ma l’annuncio non l’ha messo Ghigo bensì Federico Fiumani, il futuro leader dei Diaframma. In ogni caso la combriccola ci mette poco ad affiatarsi e gli elementi si dividono i compiti in maniera democratica ancorché rigorosa. Dal punto di vista artistico, Ghigo compone e supervisiona, Maroccolo e Aiazzi apportano spunti e curano gli arrangiamenti, e Pelù scrive i testi in italiano (mentre Ghigo si occupa di quelli in inglese). Anche sotto il profilo organizzativo la formazione si spartisce gli oneri: Ghigo si occupa delle questioni burocratiche, Aiazzi dei volantini e degli aspetti grafici, Maroccolo delle interviste e Pelù delle luci, con Calamai a supportare i compagni ove ci sia bisogno. Inizialmente il gruppo non ha un nome e anche al momento di decidere quello prevale la linea del rigore: la sigla è calligrafica in senso “telecomunicativo”, visto che individua le coordinate esatte del posto in cui i cinque forgiano la loro musica, lo studio di registrazione. “Litfiba” sta infatti per l’indirizzo telex della sala prove utilizzata, situata in via de’ Bardi al civico 32, nella cantina dello storico palazzo Canigiani, a due passi da Ponte Vecchio: “L” (prefisso sistema Iricon), “IT” (Italia), “FI” (Firenze), “BA” (via de’ Bardi). Il locale è stato affittato e ristrutturato a proprie spese da Ghigo.
Conoscevo bene l’apparecchio e il sistema Iricon per comporne l’indirizzo – dirà Ghigo -: fra i tanti lavori della mia vita, ho fatto anche l’operatore telex.
Sulla sala prove c’è da fare un inciso. Il proprietario del palazzo in cui è ubicata è un conte discendente della famiglia che dà il nome all’intero stabile e tra i suoi avi c’è un certo Pier Capponi, il condottiero fiorentino che divenne famoso per la frase «voi sonerete le vostre trombe, e noi soneremo le nostre campane», data in risposta all’arrogante Carlo VIII di Francia che intendeva imporre alla città di Firenze dei tributi intollerabili.
Stilisticamente la band è influenzata dal punk e dalla dark wave inglese. Firenze è infatti centro nevralgico di una scena musicale che guarda decisamente oltremanica e che include anche Neon (inizialmente il gruppo più apprezzato in città) e i suddetti Diaframma (il cui cantante e fondatore è un personaggio molto noto nel circuito cultural/giovanile cittadino). La città pullula di locali alternativi: la Rokkoteca Brighton a Settignano, il Manila di Campi Bisenzio, il Casablanca nel quartiere Rifredi, il cinema Faro a Montughi e, dal 1981, il Tenax a Peretola, sono solo alcuni dei posti più in voga. L’esordio dal vivo dei Litfiba si tiene proprio alla Rokkoteca Brighton, ma sulla data esatta c’è stato per molto tempo un fraintendimento. Per anni, anche per via di quanto riportato da Federico Guglielmi nella sua biografia sulla band intitolata A denti stretti (pubblicata da Giunti nell’aprile 2000) e da Pelù nel suo libro Perfetto difettoso (edito da Mondadori e uscito sempre nel 2000), si è pensato l’8 dicembre e quindi a un suggestivo, ancorché infausto, incrocio col destino, visto che quello fu il giorno della morte di John Lennon. In effetti era impressionante pensare che negli stessi istanti in cui l’ex Beatles veniva assassinato a New York, dall’altra parte del mondo esordisse dal vivo la futura più grande rock band italiana. Invece in seguito è stato lo stesso Pelù a dirimere la questione svelando pure la ragione della confusione:
Devo correggere il mio libro precedente. Il primo concerto dei Litfiba non è stato l’8 dicembre ma il 6. Lo so, per anni si è pensato che fosse l’8 e la colpa è mia. Collegavo distintamente la nostra prima esibizione con la morte di Lennon. La realtà è che io, quella sera, ero ubriaco perso, avevo bevuto come un porco ed ero una spugna di alcol. Andai a dormire il 7 mattina e mi svegliai praticamente il giorno dopo. Quando accesi la radio appresi la notizia della morte di John per mano di Mark Chapman. Nella mia vita non c’è soluzione di continuità tra la fine del nostro primo concerto, i postumi e la morte di Lennon, ecco perché ho sempre pensato che la prima nostra esibizione si fosse tenuta l’8 dicembre. Ho scoperto l’arcano quando, dopo decenni, è venuto fuori il manifestino di quella serata.
Questo invece il ricordo di Ghigo di quella sera (il 6 dicembre, quindi) affidato alla penna di Guglielmi:
Rammento un posto piccolissimo e stracolmo di gente: centocinquanta, forse anche duecento spettatori. Il palco era microscopico e il suono terribile, ma ci divertimmo lo stesso. Piero si gettò due volte in mezzo al pubblico: la prima fu afferrato dalla folla, ma la seconda tutti si allargarono e lui si schiantò per terra. In scaletta c’era l’intero repertorio compreso il nostro primo pezzo, A Satana… Delle 250mila lire pattuite, 240mila servirono per pagare l’impianto e il tecnico. Economicamente fu un debutto davvero incoraggiante.
Nei quaranta minuti di set la band sciorina il suo suono secco e lugubre, benché epico e solenne, ispessito da ritmiche ossessive e isterici intrecci di chitarre e tastiere. La seconda esibizione si tiene invece al Faro il 15 dicembre. Pian piano, un concerto dopo l’altro, i Litfiba si guadagnano un piccolo zoccolo duro di fan. Seguono altre date live: nel 1981 saranno cinque in totale, inclusa la fatidica serata del 20 giugno 1981, quando i cinque aprono addirittura per Siouxie and the Banshees allo Stadio Comunale di Prato. L’opportunità è però avversata da un violento acquazzone che costringe i ragazzi a interrompere lo show dopo solo una manciata di pezzi. Che i Litfiba amino il dark è comunque confermato a Carnevale del 1982 in occasione della storica performance alla Mephistofesta del 18 febbraio, quando Piero si presenta in scena al Casablanca sdraiato addirittura dentro una bara.
Ero all’apice del mio periodo dark. Adoravo i Bauhaus, il Nosferatu di Werner Herzog e l’espressionismo tedesco: il Faust di Friedrich Wilhem Murnau, il Golem con Paul Wegener o il grandissimo Das Cabinet des Dr. Caligari, l’opera più importante di Robert Wiene.
I Nostri però non demordono e continuano instancabili a mulinare serate in giro, anche se si rendono conto che servirebbe loro anche il sostegno di un’incisione sonora. Le altre band fiorentine da questo punto di vista non stanno a guardare e così pure i Litfiba decidono che è arrivato il momento di dare alle stampe una pubblicazione da presentare come referenza. A maggio hanno registrato il primo EP, auto-intitolato (seppur conosciuto anche come Guerra), autoprodotto, pubblicato nel giugno 1982, in tiratura limitata di un migliaio di copie, da Urgent Label/Materiali Sonori e contenente cinque pezzi tra i più apprezzati nelle scalette dal vivo: Guerra, Luna, Under The Moon, Men in Suicide e lo strumentale E.F.S. 44. Ma è la vittoria alla seconda edizione del Festival Rock Italiano del 6 giugno 1982 a spianare la strada a Pelù e soci. Il premio, conquistato di stretta misura nella finale di Bologna contro i catanesi Denovo, dà la possibilità al vincitore di incidere un 45 giri che sarà commercializzato dalla Fonit Cetra e i Litfiba sfruttano la chance per dare alla luce il loro primo singolo, Luna/La Preda, pubblicato nel giugno 1983 a sostegno del succitato EP di debutto. Il lato A è il pezzo già presente su Litfiba, mentre il lato B si connota come un’ossessiva pièce dal marcato afflato joydivision-iano (che sarà poi temperato nella sua successiva versione incisa) ispirata, nel testo, al rapporto del cantante con suo padre. Nel frattempo, in line-up è entrato il batterista Renzo Franchi (già dietro alle pelli nei Cafè Caracas di Renzulli e Raf) al posto di Calamai. Con lui i Litfiba partecipano, con il brano Transea, alla compilation Body Section, raccolta di artisti vari emergenti in area new wave pubblicata nel 1983 dall’etichetta Electric Eye e prodotta dalla Rockerilla, e incidono la colonna sonora dell’avveniristica opera teatrale Eneide, della compagnia fiorentina Krypton, raccolta di pezzi strumentali (eccetto Il racconto di Enea, in cui Pelù recita alcuni versi dell’Eneide) pubblicata nell’ottobre dello stesso anno e caratterizzata da una forte impronta post punk, alternando momenti rilassati, d’atmosfera, ad altri più movimentati.
L’offerta di collaborazione arrivò da Giancarlo Cauteruccio, il direttore artistico del Krypton, che aveva conosciuto Piero. Il loro teatro era basato su danze minimali e sul mimo, con largo uso di laser. Non avendo noi fatto mai nulla del genere prima, il progetto fu stimolante e persino divertente. L’amore che soprattutto Gianni e io abbiamo sviluppato nella musica per immagini è indiscutibilmente nato da lì (Antonio Aiazzi)
Nel 1983, proprio nei giorni in cui esce Body Section, i Litfiba, la cui fama non è ormai più circoscritta solo a Firenze e dintorni (il 20 gennaio 1983 si sono esibiti per la prima volta a Roma, al Piper) tengono i primi concerti all’estero, e segnatamente in Francia: sette serate tra cui quella nell’ambito di un importante festival a Rennes.
Quella sera entrai subito in sintonia con il pubblico e il concerto fu un trionfo musicale, al punto che i giornalisti ci definirono la rivelazione del festival (Piero).

Il 1983 è anche l’anno in cui i Litfiba esordiscono in TV partecipando alla trasmissione della Rai L’Orecchiocchio (vanno in onda il 9 novembre e suonano un paio di pezzi in playback), ma è soprattutto l’anno in cui entra in formazione, al posto di Franchi, il ventenne Luca De Benedictis, fan dei Litfiba e carissimo amico di Piero nonché batterista dei Mugnions, che preferisce farsi chiamare Ringo De Palma. Tempo qualche mese e la band, nella tarda primavera del 1984, pubblica (su Contempo Records) il secondo EP, dal titolo Yassassin e contenente due versioni (una radio edit) della cover dell’omonimo brano di Bowie presente su Lodger oltre che l’inedito Elettrica Danza. Proprio in relazione a Yassassin e subito dopo la sua uscita i Litfiba incidono quello che diventerà il loro primo album dal vivo: Live in Berlin. Il disco, oltre a essere la testimonianza dello Yassassin Tour che ha tenuto la band impegnata in pratica per tutto l’anno, è la registrazione (parziale) del concerto tenuto il 23 giugno al Loft-Metropol di Berlino ed esce in musicassetta, per l’etichetta indipendente fiorentina I.R.A. Records fondata dal produttore Alberto Pirelli, con quattro brani per lato.
A Berlino nel 1984 si respirava l’aria terribile di una città devastata dalla guerra, isolata dal Muro e soprattutto ferita a morte dalle siringhe. Fu un’esperienza indimenticabile. Berlino era strafatta di eroina, peggio di una tossica. I ragazzi dello Zoo c’erano davvero (Piero)
1985-1988: La Trilogia del potere
Ma è all’esordio lungo che la band adesso guarda. Dopo anni di gavetta e pubblicazioni in formato ridotto c’è ora la necessità di suggellare il primo lustro scarso di attività musicale realizzando un vero e proprio LP. Il formato è già stato sdoganato dalla band con Eneide di Krypton, ma quella era una soundtrack. Il primo album dei Litfiba, pubblicato su I.R.A. il 10 marzo 1985, inaugurerà quella che sarà informalmente conosciuta come la Trilogia del potere, un trittico di lavori in studio dedicati al tema del dominio (o meglio: alle vittime del dominio) declinato nelle sue varie forme, il primo dei quali si intitola Desaparecido. Vittime del dominio in senso anche metaforico con riferimento alla dipendenza dalla droga, nella fattispecie dei componenti la comunità hippie fiorentina di quegli anni:
Nell’autoannientamento eroinomane dei fricchettoni di Ponte Vecchio rividi l’annientamento politico e fisico della gente vittima delle dittature (Piero)
Specialmente nel nostro paese, governato per quasi mezzo secolo dalla Democrazia Cristiana, il potere è un’essenza da far passare sotto silenzio, da non nominare perché il solo pronunciarne il nome equivale e sbugiardarla. Quello smascherato dai Litfiba è però un potere diffuso, transnazionale, quasi metafisico, e il titolo dell’opera di debutto del sestetto (in studio si è aggiunto il pianista Francesco Magnelli) è un ovvio rimando alle dittature militari del Sud America, in testa quelle cilena e argentina. Eppure il gruppo gigliato prende le mosse da tutt’altro immaginario: dall’Europa del nord, come detto, dall’universo post-punk inglese ispessito dalle lugubri atmosfere di Joy Division, dei già citati Siouxsie & the Banshees, dei Bauhaus, degli Echo and the Bunnymen, dei Killing Joke, ma anche degli statunitensi Tuxedomoon con, a soprintendere il tutto, l’immancabile influenza del Bowie periodo berlinese. Esempio più immediato di tutte questi rimandi è la prima versione del summenzionato brano La Preda, accompagnato da videoclip in stile Kraftwerk, pure riarrangiato due anni dopo in veste meno iancurtisiana e più chitarristicamente incisiva per essere inserita nel primo lavoro lungo. Il gotico a Firenze, inteso come stile artistico, esisteva già ma dall’inizio degli anni ’80 diventa cifra dominante delle nuove tendenze rock cittadine.
Nessun’altra città italiana ha avuto pari importanza nella diffusione del dark e della new-wave (Piero)
Ancora una volta, quindi, noi italiani importiamo stilemi provenienti dal mondo anglosassone copiandoli – è vero – ma copiandoli bene come già ai tempi dei beat nostrani negli anni ’60 o dei Nomadi che italianizzarono la musica contestatrice di Woodstock e dintorni. Semmai, l’ingrediente aggiunto dai Litfiba è l’aroma mediterraneo unito alla marcata propensione orientalista: Pelù e compagnia guardano anche a est, come testimonia la massiccia presenza nella loro musica di reminiscenze balcanico/gitane. Tziganata, quinto pezzo in scaletta di Desaparecido, è in questo senso un manifesto, ma anche dedicare una canzone a Istanbul, la porta d’Oriente, non è da meno, benché sul piano strettamente stilistico il pezzo è tutt’altro che bizantino (in tutti i sensi) ma si rifà piuttosto agli asciutti canoni rock 80s di matrice albionica che si rintracciano a più riprese anche in altri episodi. Attenzione però: c’è una band che i Litfiba non possono aver ignorato nell’approcciarsi al loro debutto discografico sulla lunga distanza, una band che evidentemente ha permeato ogni loro poro emozionale: gli U2. Desaparecido, che viene prodotto da Pirelli (come tutti i lavori del gruppo fino a Terremoto) e registrato in più mandate da Carlo Rossi negli studi G.A.S. (Global Art System) a partire dall’estate 1984, esce nel marzo dell’anno successivo. Gli U2 all’epoca hanno da poco inaugurato un nuovo percorso con The Unforgettable Fire ma per la maggior parte delle persone (specialmente in Italia, dove storicamente siamo lenti nell’apprendere le novità provenienti dall’estero) sono ancora quelli di Boy, War e soprattutto di Under A Blood Red Sky, la quintessenza del rock guerresco fatta live album, pubblicato nel novembre 1983. Per dire, si colloca a quell’altezza – per la precisione tra una Sunday Bloody Sunday e una I Will Follow – la fiera ed epica opening Eroi Nel Vento; così come all’altezza del Bono messianico di Red Rocks si collocano gli ooh-ooh a metà di Lulù e Marlene, a quella di The Edge certe parti di chitarra di Renzulli, e a quella di Larry Mullen jr. certe sequenze di batteria militaresche concepite da De Palma. Ma quello estetico/stilistico non è l’unico parallelo con la band di Dublino. Come l’esordio in studio dei quattro irlandesi, infatti, quello dei Litfiba suona giusto quel pizzico acerbo (la maturazione definitiva arriverà con il successivo album 17 Re) e si configura come un’antologia del meglio realizzato finora, tra EP, dischi dal vivo e colonne sonore. Chi li segue da prima del 1985 conosce infatti già bene canzoni come Guerra, che in Desaparecido appare in una versione più elaborata, intensa e cattiva dell’originale, la title-track o la stessa La Preda, così come quei pochi dublinesi che erano stati a un concerto degli U2 prima del 1980 si erano già scalmanati sulle note di Out Of Control, Twilight e Stories For Boys. Certo i Litfiba hanno qualcosa che gli U2 non hanno, ossia un tastierista come Aiazzi, colonna portante del sound.
Nel periodo della Trilogia, la musica partiva spesso da spunti di tastiere di Antonio e veniva poi definita e composta collettivamente, specialmente da Ghigo e Gianni, dopo lunghissime, fantastiche e psichedelica jam session. La paternità di testi e melodie vocali, invece, era sempre mia (Piero).
Non a caso il musicista classe ’58 resterà in line-up – seppur da collaboratore – anche dopo la scissione di inizio anni Novanta, quando la band diventerà un fenomeno da classifica, riassestandosi come duo de facto. Non di sole ortodossie (a proposito di Oriente) vivono però i Litfiba, del resto il titolo stesso dell’album volge lo sguardo dalla parte opposta, sul versante ovest. La title-track infatti, oltre a riesumare nel titolo certa terminologia afferente alle dittature fasciste dell’America Latina, è anche stilisticamente spagnoleggiante e caratterizzata da intricatissime ritmiche di flamenco. E sperimentazioni western, nell’accezione più cardinale del termine, la band le riserva pure a Guerra, in cui risuona la classicità apocalittica e avant-garde di un Vangelis. Desaparecido esce inizialmente in vinile e solo alla fine degli anni ’80 sarà ristampato su CD. Ad accompagnarlo c’è anche un singolo a 45 giri con Istanbul e Tziganata più un videoclip di Eroi nel Vento con, alternate a riprese della band mentre suona, immagini prese dal film di guerra Tora! Tora! Tora! uscito nel 1970 e che narra dell’attacco giapponese a Pearl Harbor.

Il Desaparecido Tour, per parte sua, inizia il 24 gennaio da Senigallia (AN) e si protrae per un biennio (81 concerti nel 1985 e 49 nel 1986), con concerti in Italia e all’estero (Francia, Germania, Svizzera, Spagna, Belgio e Australia) e una pausa di circa un mese mezzo tra ottobre e novembre 1986 per registrare il sophomore 17 Re, pubblicato il 13 dicembre. In questa fase i tour dei Litfiba prendono il nome dai loro lavori in studio ma in verità non c’è quasi soluzione di continuità tra le branche di date live della band, che dopo i due concerti del 1980, i cinque del 1981 e i sedici del 1982, starà quasi ininterrottamente on the road per tutto il restante decennio. Un tam tam con cui il gruppo, uno dei più fulgidi esempi di band che si sono costruite una credibilità dal vivo calcando i palchi sera dopo sera, si guadagna poco a poco una certa fama tanto che a un certo punto anche la stampa nazionale si accorge dei Litfiba, con riviste specializzate quali Rockerilla e Mucchio Selvaggio che gli dedicano le copertine. Sempre nel 1986 l’I.R.A. propone alla band di incidere un brano con i compagni di etichetta Diaframma. Nasce così l’unica collaborazione dei Nostri con un altro gruppo che frutta la riedizione di una canzone già edita, Amsterdam, la cui versione originale è contenuta nell’album Siberia della band di Fiumani. Nel remake, pubblicato (con altri due pezzi dei Diaframma sul lato B) come 45 giri a ottobre 1985, a cantare sono Miro Sassolini dei Diaframma e Pelù, mentre a suonare sono entrambi i gruppi, a eccezione della batteria che è elettronica.
Se musicalmente l’elettronica è padrona negli anni ’80, politicamente a livello mondiale lo è la destra. Per buona parte del decennio il presidente degli Stati Uniti è Reagan, dell’Inghilterra la Thatcher e dell’Italia Craxi; come se non bastasse, in Germania comanda un democristiano e Israele è a guida destra nazionalista, quindi la Trilogia del potere non può che evolversi anche alla luce di un simile panorama politico occidentale. La seconda prova dei Litfiba nel titolo fa riferimento a diciassette re e in copertina raffigura il cuore di quello più importante, il Re dei re, Gesù Cristo. Ma lo spirito l’opera è tutt’altro che religioso e somiglia più a un vomitamento di bile, a una prolungata, cagnesca e malata espettorazione di catarro e bitume espressa in sedici frecciate frulla-budella; un lavoro monumentale, enciclopedico, quello che meglio rappresenta i suoi autori per negazione, in quanto ne incarna lo spirito disallineato rispetto all’edulcorata ideologia consumistico/edonistica tipica degli anni Ottanta. La band ha iniziato a lavorarci già dal 1985, a volte presentando dal vivo le nuove canzoni, terminando le registrazioni nell’estate 1986 in previsione dell’uscita fissata per il 13 dicembre, sempre su I.R.A. L’album non vende molto, circa 7mila copie, e sarà rivalutato solo dopo il grande successo dei Litfiba negli anni ’90, quando i nuovi fan andranno a cercare il vecchio materiale del gruppo, riscoprendolo come una pietra miliare del rock italiano. È tutto in movimento, in 17 Re, secondo la natura nomade di chi l’ha concepito. Un disco intriso di anarchia e nichilismo, antiestetico e militante nella sua disobbedienza, a rappresentare lo scontro-incontro tra civiltà, Occidente e Oriente, Nord e Sud, consumismo e Terzo mondo, cultura cristiana e islamica, anglosassone e latina. Dirompente, straziante, disobbediente: è ancora di impianto new wave, il nuovo corso dei discoli gigliati, ma ora è una wave più mondialista. Oro Nero è uno dei passaggi più ispirati e dà la misura di quanto i Litfiba non si cullino nel loro mondo ma si spingano fino alla sponda opposta dell’Adriatico, avventurandosi nell’entroterra e assorbendo influssi balcanici, oppure discendendo il Tirreno ammaliati da sirene mediorientali, o addirittura attraversando l’Atlantico per addentrarsi tra selve e altipiani latinoamericani, a loro modo anticipando il melting pot tanto di moda nei Novanta. L’intento è fondere le varie anime della band, dando spazio a tutte le ispirazioni dei singoli componenti, in piena libertà e senza guardare al lato commerciale della faccenda. Migliorano tutti, i singoli componenti del sestetto (se non si considera il contributo addizionale di Daniele Trambusti alle percussioni). Pelù matura definitivamente e aggiunge raffinatezza e versatilità alla sua cifra combat: ora è più sexy, confidenziale e si cala perfettamente nelle canzoni muovendosi con disinvoltura tra i vari registri arrivando perfino a fare il Cane, quando non il muezzin, o scivolando con la voce come con una tavola da surf sull’onda araba. Anche come autore di testi, il frontman fa un evidente salto di qualità, raggiungendo in certi casi picchi di poetica sublime come «Potrei vivere nel sogno di volare / Lanciandomi a cavallo delle scie / Alzandomi come sabbia» oppure «Il sogno traveste di luce ogni cosa vivente / E non toglie la paura dei fantasmi». Ma fa un ulteriore step pure De Palma con un drumming ora meno lineare e più “melodico”, pieno di cambi di ritmo e tempi dispari. In linea con l’album, del resto, perché 17 Re è tutto così: una sorpresa dietro l’altra, un vortice emotivo continuo, niente è dato per scontato, manco la morte, che anzi qui è esorcizzata a mezzo danze pazze intorno al fuoco. E al fuoco c’è un sacco di carne. Non otto-tracce-otto come nel lavoro d’esordio ma addirittura due volte tante (l’album in effetti viene pubblicato inizialmente come doppio) e tutte inzeppate di odori e salse vari. Indicativamente sono quattro le facciate: quella rock, quella new wave, quella folk e quella sperimentale. 17 Re è un collage, è cubista, tanti pezzi diversi attaccati insieme. Troviamo Café, Mexcal e Rosita, divertissement arty/funk imbottito di tastiere che neanche gli XTC, Sulla Terra che se la spassa abbozzando addirittura passi reggae, Tango che rivede i passi della danza argentina in chiave sinistra, e Vendette dagli intarsi spagnoleggianti. Il tutto senza abbandonare la strada maestra del post-punk, vedi alla voce Resta e Re del Silenzio. E proprio riguardo a Resta è curioso un aneddoto di Ghigo sulla genesi di uno stralcio del testo rivelato anni dopo:
Nel brano c’è una frase che dice: «Mi hai legato in una scatola con il corpo da scorpione». Quella frase fu ispirata da un avvenimento che mi era successo nella cantina di via de’ Bardi. Avevo trovato uno scorpione e usando dei grossi guanti lo avevo catturato. Mi dispiaceva ucciderlo e ancora non avevo deciso che farne. Così presi una grossa scatola dei fiammiferi e ce lo chiusi dentro, e momentaneamente mi dimenticai dell’insetto. Il giorno dopo me ne ricordai e riaprii la scatola. Rimasi a bocca aperta… si era suicidato. Si era infilato il pungiglione del veleno nella schiena. Aveva preferito morire piuttosto che stare rinchiuso in una gabbia.
I Litfiba adesso lavorano per addizione senza però nulla perdere dell’afflato originario. Alle linee squadrate e razionali di Desaparecido sovrappongono esotismi, fughe e girotondi pazzi, assorbendo elementi della cultura popolare. Si sentono fisarmoniche, tamburelli, clavicordi e violini perfettamente amalgamati con la cifra ital-rock più classica che – ripetiamo – non smette di guardare al Nord Europa. La scintilla è innescata dalle tensioni creative interne al gruppo, che quando sono sane possono regalare grande musica. Le concezioni del sound dei singoli elementi sono infatti agli antipodi: da una parte c’è la propensione alle tetre atmosfere dei succitati Tuxedomoon vertenti soprattutto su basso e tastiere, da un’altra quella verso la solarità mediterranea, da un’altra ancora quella verso l’hard-rock più ledzeppeliniano e in ultimo quella verso il paradiso di Allah. Non che i Litfiba di metà Ottanta disdegnino il pop, beninteso, si pensi alla splendida Apapaia, ma è pur vero che per un episodio appena più “leggibile” ce ne sono altri che si guadagnano la palma di perle nascoste. Una è Pierrot e La Luna, dolcissima elegia notturna dalle arie conturbanti. E tra le escluse dalla tracklist finale abbiamo addirittura la summenzionata, squassante Transea, confezionata in una nuova versione nell’EP omonimo, il terzo della band, dato alle stampe pochi mesi prima dell’uscita del disco, ad aprile (con la strumentale Maria Walewska a completare il lato A e una nuova versione di Onda Araba, dopo quella pubblicata nel 1983 da I.R.A. sulla raccolta di artisti vari Catalogue Issue, e un’altra strumentale, CPT Queeg, sul lato B). In ogni caso siamo ampiamente ripagati anche dall’alcolica e bukowskiana Gira Nel Mio Cerchio, dalla rapsodica Come Un Dio e dalla meravigliosa chiusura che è quel pamphlet antimilitarista di Ferito.
Il tour di 17 Re parte a gennaio 1987 e tiene impegnato il combo per tutto l’anno. Dalla data del 12 maggio al Tenax di Firenze sarà tratto il live 12/5/87 (aprite i vostri occhi), pubblicato sempre su I.R.A. il 24 luglio e contenente 10 brani (su 17 effettivamente suonati) eseguiti in quel concerto (la serata sarà ripresa anche dalle telecamere di Videomusic). Anche questo giro, oltre a prevedere date in Italia, sconfina all’estero, con una capillare carrellata di appuntamenti in Francia (18 serate) tra novembre e dicembre (dopo precedenti date sempre in Francia e poi in Svizzera e Belgio). Anche il 1988 si apre all’insegna della promozione. La band torna in RAI per partecipare alla trasmissione DOC (Denominazione d’Origine Controllata) ma fa una comparsata pure a Discoring; tuttavia sono sempre i concerti il core business dei cinque. Da marzo riprende infatti il tour che per convenzione prenderà il nome dal terzo album in studio del gruppo, Litfiba 3, al quale la band lavora ogni volta che ha il tempo di chiudersi in studio. Nel panorama musicale la new wave sta cedendo il passo al rock. A breve esploderà il grunge e le prime avvisaglie sono già nell’aria. Anche nel sound dei Litfiba inizia a cambiare qualcosa. Piero e Ghigo rappresentano l’anima più rockettara, Maroccolo quella dark wave e Aiazzi quella sinfonica.

La terza fatica lunga, la prima registrata in digitale dalla band, nasce da improvvisazioni in studio ed è l’opera più apertamente politica, nonché il completamento, della Trilogia. Litfiba 3 è però anche l’episodio meno potente tra i primi tre firmati dalla band fiorentina, l’ideale ponte tra la prima fase del gruppo, quella più marcatamente post-punk e la successiva caratterizzata da un approccio molto più immediato e appiattito su logiche commerciali. Iniziano a fare capolino gli urletti in stile El Diablo di Pelù, le scorribande blues di Renzulli, il piglio a tratti hard-rock (in alcuni momenti siamo addirittura dalle parti di certo hair-metal altezza Scorpions, Van Halen e Bon Jovi), testi più diretti e meno poetici, e in generale un’inedita ricerca della formula magica per il successo (anche se le vendite, ancora una volta modeste tanto da non bastare a coprire i costi di produzione, si attesteranno sui livelli del disco precedente). Il tutto a detrimento della componente gotica del sound, con conseguente relegamento in seconda fila di Aiazzi e soprattutto Maroccolo il quale, non a caso, una volta dato alle stampe il disco inizierà il suo percorso di allontanamento dall’ensemble (fonderà i C.S.I., gruppo nascente sulle ceneri dei C.C.C.P.). In ogni caso, l’album contiene alcuni passaggi che diventeranno cavalli di battaglia del gruppo, Tex su tutti. Litfiba 3 è anche il disco più “americano” (riferito a tutto il continente) dei Litfiba della prima ora, quello in cui vengono abbandonate da un lato – come detto – le fascinazioni nordeuropee e dall’altro quelle arabe e balcaniche a vantaggio di sound e tematiche più latine. Louisiana è dedicata al tema della pena di morte, come pure la copertina del disco che ritrae Willie Jasper Darden, un nero giustiziato sulla sedia elettrica in Florida nel marzo 1988 nonostante i forti dubbi sulla sua colpevolezza; la suddetta Tex, per parte sua, è una canzone sul genocidio dei nativi americani e cavalca su arie à la Morricone, anche se l’universo western qui evocato è più quello di John Ford che di Sergio Leone; Cuore di Vetro è post-hardcore nell’accezione più stevealbiniana (benché temperata in chiave 80s dal ritornello); e Paname è un cocktail vacanziero in stile chanson parigina, un omaggio alla Francia e ai suoi ideali di libertà e tolleranza, dove aromi calipso/caraibici incontrano ritmi brasileri uniti però a fascinazioni da Ville Lumière (del resto Paname è il soprannome informale di Parigi).
Se conosco la lingua di Baudelaire lo devo soprattutto a mia madre, che amava la cultura francese e aveva studiato per un paio di mesi alla Sorbona. A Parigi mi ci portarono la prima volta nel 1972. M’innamorai perdutamente di Montmartre e del Quartiere Latino e durante l’adolescenza sarei tornato in Francia quasi ogni anno. Parigi è sempre stata nel mio cuore (Piero).
L’impegno sociale contenuto nelle tematiche è confermato anche da Ci Sei Solo Tu, brano nato di getto che parla della chiusura dei manicomi e della legge Basaglia. Il tour intanto prosegue e la band, come al solito, fa qualche capatina anche in Francia. Si tratta però degli ultimi momenti di serenità nei rapporti interni. Le spaccature stanno acuendosi e i componenti litigano spesso per le questioni tecniche più disparate.
Qualcosa si stava sgretolando, ma nessuno di noi aveva la bacchetta magica per ricomporre i pezzi (Piero)
1989-1990: L’uscita dal gruppo di Maroccolo e Aiazzi, e la morte di Ringo De Palma
Pur essendo apprezzati nel circuito underground e benché abbiano qualche volta suonato in TV (perlopiù in programmi dedicati alla musica di nicchia, ma una volta anche a Sanremo Rock), i Litfiba al tramonto degli anni Ottanta sono ancora sconosciuti al grande pubblico. Si profila quindi la possibilità di firmare per una major. Secondo Piero, la Island di Chris Blackwell, l’etichetta di Bob Marley e degli U2, sembra manifestare un certo interesse per la band, che a questo punto si trova a dover scegliere tra firmare per una label straniera o restare a Firenze e continuare il percorso passo passo. Correre il rischio di bruciarsi o regalarsi l’opportunità di esplodere a livello mondiale? La scelta cade sulla seconda opzione.
Con il senno di poi, possiamo dire che non abbiamo fatto male, ma non sono certo di poter affermare che abbiamo fatto bene (Piero).
In realtà, nella sua autobiografia 40 anni di Litfiba, pubblicata nel 2020, Ghigo smentirà l’interessamento della Island:
Si stava delineando l’idea di passare a una multinazionale, però c’erano divergenze su come farlo anche all’interno della band. Ci fu anche il giallo della Island. La I.R.A. France (branca francese dell’etichetta dei Litfiba, ndSA) cominciò a dire che questa etichetta voleva i Litfiba, e alcuni di noi ci credettero. In realtà non era vero.
In ogni caso la prospettiva di passare a un’etichetta straniera è concreta ma la band sceglie di non seguire questa strada perché teme di firmare per qualcuno che poi avrebbe tutto l’interesse a metterli in ombra per non fare concorrenza ai suoi artisti di punta. Intanto i rapporti tra i singoli membri stanno degenerando. Nella primavera 1989 Maroccolo e Aiazzi escono dalla società legale del gruppo, pur continuando a suonare con i loro compagni da collaboratori esterni. Il tutto durante il tour che porta la band, oltre che in Francia per una ventina abbondante di concerti, in Svizzera, Belgio e anche in Unione Sovietica (Mosca e Leningrado, oggi San Pietroburgo). Il 2 settembre l’esibizione alla Festa de l’Unità di Roma viene registrata per la realizzazione del live (o per meglio dire semi-live visto che le tracce verranno poi rielaborate in studio) Pirata, pubblicato il 27 novembre e contenente undici brani, la maggior parte dei quali tratti dalla Trilogia a parte tre cover e l’inedito Cangaceiro, singolo di lancio composto dal solo Ghigo (e accompagnato da relativo videoclip) che diventerà uno dei più famosi della band. Pirata è il primo disco in cui bassista e tastierista storici figurano come membri aggiunti: è infatti anche l’ultimo nel quale suona Maroccolo, che una volta finito il tour lascia la band, mentre Aiazzi resta un “consulente”.
Il rimpasto in formazione è però più invasivo. Insieme a Gianni se ne vanno anche De Palma e Francesco Magnelli, per unirsi tutti e tre ai C.C.C.P. – Fedeli Alla Linea che in quel periodo i quali si apprestano a registrare il loro quarto e ultimo lavoro in studio, Epica Etica Etnica Pathos; così nei Litfiba entrano un nuovo bassista, Roberto Terzani, e un nuovo batterista, Daniele Trambusti, affiancato quest’ultimo da Candelo Cabezas alle percussioni. Da questo momento la band assume sia legalmente che di fatto la sola guida Pelù–Renzulli con l’intenzione, dichiarata dai due capitani e ormai non più osteggiata da alcuno, di fare rotta verso territori sonori maggiormente rock e latini.
Ora l’atmosfera nella band era molto diversa da quella dei Litfiba degli anni Ottanta. Forse i rapporti erano più semplici, più solari e meno controversi. Nei primi Litfiba eravamo una band di fatto, anche legalmente, tutti partecipavano a tutto sia nel bene che nel male. Questo portò a forti tensioni interne in cui ognuno la pensava a modo suo e cercava in tutte le maniere di imporre la propria volontà. I nuovi Litfiba invece erano una band con meno problemi, senza contrasti interni, dato che le decisioni le prendevamo solo io e Piero (Ghigo)
Il battesimo live per i nuovi Litfiba si tiene al Rolling Stone di Milano il 15 gennaio 1990, prima data del Pirata Tour che durerà fino a fine maggio con appendice di un paio di date a settembre. Del giro a supporto del (semi-)live dato alle stampe a novembre (in pratica, il tour promozionale per un disco dal vivo registrato durante il tour precedente) uscirà anche la videocassetta ufficiale Pirata Tour ’90, testimonianza del concerto tenuto il 25 marzo a Santeramo in Colle, in provincia di Bari, per la quale la band gira (a Los Angeles) anche il video promozionale di Tex (rinominata per l’occasione Tex ’90 in quanto versione alternativa rispetto a quella contenuta in Litfiba 3).
All’inizio di giugno però una notizia sconvolge la band: la morte per overdose di De Palma, che da tempo soffriva di problemi da dipendenza.
Era stato bravissimo a mascherarla e quando mi sono accorto di quello che stava succedendo ho provato a intervenire, ma ormai era troppo tardi. Sono sicuro che abbia iniziato a farsi di eroina convinto, come tutti, che avrebbe potuto smettere in qualsiasi momento (Piero)
Dopo il tentativo di dissuasione di Piero sembrava che la situazione fosse ancora recuperabile:
Era l’inverno 1989-1990, a Berlino il Muro era caduto da poco. E se era caduto quel muro di merda forse poteva cadere anche quell’altro muro che impediva a Ringo di guardare oltre, con occhi nuovi e giusti (Piero)
In effetti, al suo amico ed ex cantante, Ringo dice di volersi impegnare per uscire da quel tunnel, ma alle parole non seguono i fatti e improvvisamente arriva la doccia gelata:
Il 1 giugno mi arrivò, nel pomeriggio, la telefonata di Antonio. Tentare di descrivere quello che si prova in quei momenti è impossibile. La quantità di dolore che ti arriva addosso, la velocità con cui si presenta… La morte di un fratello è una diga che si sgretola (Piero).
1990-1998: La Tetralogia degli elementi
I Litfiba si rituffano nel lavoro in studio. Hanno già composto, in pochissimo tempo, due brani, El Diablo e Proibito, e in poco più di un mese finiscono di scrivere tutti gli altri che confluiranno nel loro primo lavoro lungo con la nuova line-up, tanto che nei due concerti di settembre tenuti a Pisa e Modena presentano già le nuove canzoni al pubblico. El Diablo esce il 23 novembre 1990 su CGD, etichetta milanese attiva da più di quarant’anni e che nel 1989 è stata acquistata dalla Warner. In Italia, il singolo trainante è la mefistofelica title-track (Il Volo per l’estero), accompagnata da un videoclip a tema corrida girato in una località del sud della Francia, a cui fanno seguito, nel 1991, il secondo singolo Gioconda, con video girato in una chiesa sconsacrata sul Lago di Como, e il terzo, la già menzionata Proibito. I Litfiba del 1990 sono una band completamente diversa da quella che conoscevamo. Si apre una nuova era della band nonché la cosiddettta Tetralogia degli elementi (si parte con il fuoco), ossia il modo in cui informalmente – in modo simile alla Trilogia del potere – ci si riferirà ai dischi della band usciti nei 90s. Già da Litfiba 3 il gruppo aveva iniziato a prendere le distanze dalla new wave e il quarto capitolo del marchio è lo stadio finale della trasformazione del complesso in circo Medrano popolato da giullari scatenati sulle note di un latin rrruock massiccio e zuzzurellone, per quanto dai codici già ampiamente violati, che sarà preso a modello anche ad altre latitudini, vedi alla voce Heroes del Silencio, per non parlare dei tanti italiani che vi si accoderanno, Negrita e Timoria in testa. El Diablo avrà comunque il merito di schiudere alla band le porte del successo, vendendo circa 400mila copie in un anno e mezzo e facendola conoscere al grande pubblico. Ciò non significa comunque che i “nuovi” Litfiba non saranno in grado di concepire alcune cose egregie, anzi tutt’altro, ma il discorso riguarda solo in parte El Diablo, che alla fine si guadagna una sufficienza risicata. Un disco che sembra avere più lo scopo di saggiare il terreno in vista del prosieguo di carriera, otto tracce furbe, ammiccanti, catchy, connotate dalla classe che Piero e Ghigo mostrano comunque di non aver smarrito. Ogni pezzo è concepito per essere un potenziale singolo ma, come detto, non tutti onorano le referenze. L’impacchettatura segue catene di montaggio già predisposte. Per dire, nella opening track e lead single si riaffacciano i richiami a Morricone già apprezzati nel disco precedente – e presenti pure nella successiva traccia Proibito – che qui si mescolano a citazioni dei luoghi comuni riferibili al pantheon della musica del diavolo di Doors (rievocati a mezzo organetto simil Light My Fire) e Rolling Stones (il tappeto di congas che cita Sympathy For The Devil). Ma passaggi notevoli sono anche la potente Il Volo e la “blasfema” Gioconda a far da contraltare sul “lato B” (immaginiamo di ragionare ancora in termini di vinili e cassette anche se questi stanno cedendo il passo ai CD) alla succitata e parimenti miscredente Proibito. In generale, a pezzi più veloci con riff assassini e ritornelli a presa rapida si alternano ballatone da acchiappo e la “sceneggiatura” mette sapientemente in fila i vari momenti. Sul piano musicale spariscono violini e fisarmoniche, ma quasi del tutto anche le tastiere 80s-style, e abbondano schitarrate heavy e digressioni blues, e c’è spazio addirittura per momenti country folk (Siamo Umani). Renzulli fa il bello e il cattivo tempo e sovente si produce – ora senza più freni di sorta – in assoli che si prendono la scena. Il tutto apparecchiato per permettere a Piero di sfoderare il suo talento istrionico. Con El Diablo si presentano i tratti di quanto la band riserverà negli anni ’90, pur resistendo alcune caratteristiche che già si conoscevano, come l’impegno politico e sociale sviscerato in Woda-Woda, brano sulle depredazioni dell’uomo bianco e la penuria di acqua sul nostro pianeta, ma anche in Ragazzo, passaggio lasco che fa pensare ai futuri Pearl Jam più easy listening.

Il tour a supporto del disco inizia l’11 gennaio a Cuneo e porta la band a girare in lungo e in largo per l’Italia, con l’aggiunta di date estere in Svizzera (tra cui quella al prestigioso Montreaux Jazz Festival nell’edizione presentata da Quincy Jones), Belgio e Francia, fino al 20 settembre, data conclusiva del tour a Gallarate (MI). Al termine del giro, la cui testimonianza video è la VHS El Diablo Tour con le riprese della data del 22 gennaio 1991 a Cesena, la band registra la raccolta Sogno Ribelle, pubblicata a marzo 1992 e contenente, oltre all’inedito e primo singolo Linea d’Ombra, le canzoni del repertorio anni ’80 (più due da El Diablo), reinterpretate nel nuovo stile rock della band. In tracklist sono presenti anche tre canzoni live tratte dall’ultimo tour della band e la studio version di Cangaceiro (in precedenza pubblicata solo in versione live). All’incisione di Sogno Ribelle, alla cui promozione contribuiscono la relativa VHS con tutti i videoclip del gruppo ma anche il secondo singolo Bambino, partecipa pure il chitarrista Federico Poggipollini, già impegnato anche nelle session di El Diablo e che ha accompagnato la band sul palco nel relativo tour.
All’inizio del 1992 i Litfiba si mettono al lavoro sulla composizione del nuovo album in completo isolamento in una villa di Ansedonia, in provincia di Grosseto. Fin dalle prime battute viene a configurarsi un suono molto più duro e aggressivo rispetto ai capitoli precedenti, e tematiche dalla forte connotazione politica e sociale. Il mood che emerge dei nuovi brani è molto meno solare e le sonorità più cupe e minacciose, ragion per cui Piero e Ghigo optano per dei cambi in formazione, specie nella sezione ritmica, dove rinunciano alle percussioni latine di Cabezas e al drumming pulito di Trambusti a favore di Franco Caforio, tra le altre cose ex batterista della band heavy metal pesarese Death SS. Il 1992 è il primo anno, dopo parecchio tempo, che la band può dedicarsi quasi interamente alla scrittura di nuovo materiale, dato che nei dodici mesi tiene solo sette concerti, peraltro tutti all’estero (Belgio, Messico, Svizzera, Francia e Germania) tra giugno e agosto. A inizio luglio il gruppo, che in studio ha rinunciato anche a Poggipollini (il quale entrerà in seguito nel collettivo a supporto di Luciano Ligabue) inizia le registrazioni del nuovo materiale.
Terremoto, il quinto album dei Litfiba, esce l‘8 gennaio 1993 e segna il ritorno della band ai vecchi fasti, se non altro per l‘umore: Pelù e soci stavolta sono autenticamente incazzati, come ai tempi della Trilogia. (Ri-)fanno la faccia brutta perché evidentemente i tempi che corrono lo richiedono. Il 1993 è senz’altro un anno importante per la storia italiana e accorpato ai dodici mesi precedenti diventa addirittura cruciale. Prima le stragi di Capaci e via D’Amelio, la firma del trattato di Maastricht, le privatizzazioni delle aziende pubbliche italiane, l’attacco speculativo alla lira che ha portato al prelievo forzoso di Amato sui conti correnti e naturalmente Tangentopoli; poi le monetine tirate addosso a Craxi dalla folla inferocita fuori dall’hotel Raphael, altre bombe di Cosa Nostra e la fine della Prima Repubblica. La vecchia classe politica spazzata via a colpi di inchieste e col popolo osannante il pool. Tempo pochi mesi e ci ritroveremo catapultati nella scolorita alba berlusconiana.
Ce n’è abbastanza per rivoltarsi e i Litfiba sono in prima linea nelle proteste. Il populismo prima del populismo, espresso in musica e testi mai così poco diplomatici. Si inizia con uno scacciapensieri di siculo richiamo ad aprire Dimmi Il Nome a cui segue la fantastica Maudit (singolo di lancio con videoclip d’accompagnamento stile ZOO TV degli U2), primo singolo e brano forte, di denuncia, ma anche molto ironico, un altro calcio in faccia, violento come il pugno chiuso che campeggia sulla copertina del disco, dove il soprastante logo del gruppo richiama quello, arcinoto, dei Metallica. La chitarra di Renzulli è soverchiante e Piero è un vero animale. Terremoto – secondo capitolo della Tetralogia degli elementi (stavolta tocca, ça va sans dire, alla terra) – è uno sfogo dettato da risentimento e odio viscerale da underdog, e si configura come uno dei pochissimi veri dischi grunge italiani. Ogni brano, anche quelli che partono lenti come Fata Morgana e Prima Guardia, si inalbera dopo poche battute e si inerpica per sentieri spinosi scolpendo quasi sempre riff memorabili quando non direttamente assoli guitar hero-ici (Soldi, Il Mistero di Giulia) e sconfinando in certi casi addirittura nello stoner e nell’heavy metal (si pensi al growl di Dinosauro). Il risultato è un mix malsano dove pure Aiazzi riprende a fare l’Aiazzi, benché qui di tastiere new-wave non ci sia manco l’ombra e lo spazio se lo prendano quasi tutto gli organetti Sixties con certe “entrate” addirittura provvidenziali in stile Nomadi, formazione emiliana tra le ispiratrici dei Nostri, così come il suo leader e fondatore Augusto Daolio (morto nell’ottobre 1992 proprio mentre i Litfiba stanno lavorando a Terremoto) è uno dei numi tutelari di Pelù , a cui sarà dedicata la traccia conclusiva Sotto Il Vulcano. Anche l’impegno sociale e politico è trait d’union tra i due gruppi, quell’impegno che Terremoto sviscera nella maniera più ghigliottinara all’urlo di «Dentro i colpevoli / E fuori i nomi». Aleggia nel disco tutta la negatività non solo dei primi Novanta ma anche dei ’70 e ’80 tricolori e tra improperi e imprecazioni viene sputata fuori tutta la bile accumulata negli ultimi vent’anni almeno di storia condivisa, dalla strage di piazza Fontana a Mani Pulite, passando per Ustica, Gladio, la P2, i casi Calvi e Orlandi, l’Italicus, e via dicendo.
Il tour di Terremoto parte il 10 febbraio da Cannes, in Francia, e si protrae fino a settembre, con date oltre che in Italia e Francia, in Belgio, Lussemburgo, Svizzera e Danimarca. La band è in forma smagliante:
Quel tour per me fu l’apoteosi del rock, nessun tour successivo ha avuto quella tensione e quell’energia. L’entrata sul palco, poi, è sicuramente stata la più mitica che abbiamo mai avuto nella nostra carriera. Avevamo una gigantesca tenda in seta, chiamata kabuki, realizzata appositamente e che prima del concerto veniva alzata davanti al palco e nascondeva la nostra entrata. Poco prima del nostro ingresso sul kabuki venivano proiettate delle fiamme e noi entravamo in controluce, tipo ombre cinesi, e rimanevamo in attesa dietro il tendone. L’effetto dall’esterno era travolgente… le nostre immagini uno di fianco all’altro, avvolti dlle fiamme, finché io non attaccavo l’inizio di Resta. Poi con l’entrata della batteria il kabuki cadeva e iniziava lo spettacolo (Ghigo).
Il Terremoto Tour segna anche un cambio di paradigma per il gruppo dal vivo, con una produzione molto più sofisticata in fatto di suoni e luci, e quindi uno spettacolo più particolareggiato con scalette molto più ingessate e poco spazio per le improvvisazioni, relegate a momenti precisi della scaletta in cui la band si concede qualche sortita estemporanea. Aumenta anche il pubblico, con alcune serate in cui a vedere la band ci sono anche più di 6mila persone, per tacere delle date ai festival tipo Roskilde, dove i Litfiba si esibiscono davanti a decine di migliaia di spettatori.
Particolarmente nutrito è anche, ovviamente, il parterre del concertone del Primo Maggio in piazza San Giovanni, a Roma, performance durante la quale Piero si scatena: brucia sul palco una copia del quotidiano il Messaggero, prende di petto papa Giovanni Paolo II («Ne sai una sega tu, di sesso e dintorni») e, dietro le quinte durante un’intervista, infila un preservativo sul microfono dell’inviato Rai Vincenzo Mollica.
Fu una cosa assolutamente estemporanea, avevo due preservativi in tasca che avevo preso in Belgio durante il tour e decisi che avrei aspettato il momento buono per dire la mia contro la Chiesa che ne sconsigliava l’uso in tempi in cui l’Aids mieteva milioni di vittime. E il momento buono venne nel collegamento con Vincenzo Mollica. Con il Papa invece ero infuriato perché aveva detto che alcune suore violentate in Congo non avevano il diritto di abortire, come se fossero degli oggetti (Piero)

Nel frattempo prosegue la promozione discografica dell’album specie con i singoli, il secondo dei quali è Sotto il Vulcano, un omaggio nei confronti della cultura messicana che, come la nostra, è legata al terremoto e al fenomeno del vulcanismo, proprio come nel sud Italia. Il terzo estratto è invece Prima Guardia, accompagnato da un videoclip girato in Marocco.
Il giro di date finisce il 12 settembre alla Festa de l’Unità di Reggio Emilia e cinque mesi dopo esce il live Colpo di Coda, registrato nella data di Bologna del 5 settembre (con due inediti, A Denti Stretti e Africa, quest’ultima registrata dal vivo ma risalente alle session di El Diablo) che segna il passaggio della band dalla CGD/Warner alla EMI Italiana.
La CGD/Warner era bravissima ed efficiente, ma avevamo con loro un contratto capestro, uno di quelli che le etichette fanno agli artisti esordienti. Nonostante l’enorme concerto ci davano una miseria mentre loro si prendevano quasi tutto il ricavato. Poi quando passammo a EMI, la Warner smise di pagarci le royalties e gi facemmo causa, vincendo. Ghigo
I rapporti tra la band e la casa discografica milanese si deteriorano al punto che il DVD del Terremoto Tour uscirà solo nel 2015. Tornando invece ai Novanta, il 1994 è un anno di grandi cambiamenti in casa Litfiba. Piero e Ghigo sentono la necessità di cambiare produttore e cercarne uno di più elevato rango internazionale che possa lanciarli anche all’estero, e dopo un sondaggio con l’ex Doors Ray Manzarek la coppia trova in Rick Parashar, l’artefice di Ten dei Pearl Jam uscito nel 1991, il profilo giusto. Giusto e semmai un po’ caro: la richiesta economica per un mese di lavoro complessivo è 50mila dollari per la produzione, 30mila per gli arrangiamenti, tutte le spese pagate, viaggi aerei in prima classe e hotel a cinque stelle, oltre a un mezzo per poter girare a Firenze. La spesa però vale l’impresa. Dopo le fiamme di El Diablo e le badilate di terra con cui ci hanno seppellito con Terremoto, logico che nel mettersi al lavoro sul terzo capitolo della Tetralogia i Litfiba vogliano librarsi per l’aere e alleggerirsi un po’. Con Spirito, sesto album della casa, l’elemento omaggiato è l’aria; pertanto il lavoro risulta molto meno duro e tosto del precedente, ma appunto più leggero . Anche la line-up cambia. Al basso arriva Daniele Bagni (già nei Ladri di Biciclette con Paolo Belli) al posto di Terzani, che comunque, dopo un po’ di incomprensioni con i titolari del marchio, resta seconda chitarra (e dallo Spirito Tour anche tastierista al posto di Aiazzi), mentre alle percussioni rientra Cabezas ad affiancare il lead drummer Caforio. Pur essendo rock, Spirito è un disco molto più soft di Terremoto, senza la denuncia politico-sociale e dai colori più accesi, positivi, quindi le percussioni latineggianti del percussionista colombiano ci stanno da dio. «Spirito libero», nell’aria, un’opera sì energica ma molto più calma, vaporosa e giuliva rispetto al recente passato. «Piacere a tanta gente è una gabbia seducente», ci spiega il cantante nella traccia d’apertura, il cui ritornello recita: «Lo spettacolo deve ancora cominciare». Lo spettacolo è la dimensione patinata cui ambiscono i nuovi Litfiba, aprendo a compromessi che fino a un paio d’anni prima sarebbero stati fumo negli occhi. Gli ex monelli di via de’ Bardi adesso sono un fenomeno da classifica e hanno un piglio più radio friendly (il disco arriverà al terzo posto in classifica, risultando il tredicesimo più venduto del 1994). Ci danno sempre giù col rumore ma sono più morbidi, a tratti dimessi, pur mantenendo l’innata capacità di sfornare inni generazionali come appunto Lo Spettacolo ma anche la title-track (la perfezione fatta tormentone) o Lacio Drom (buon viaggio). Nondimeno, Spirito è più “etnico” dei precedenti lavori (lo sguardo è rivolto ai soliti mondi latino e nomade) e vi compaiono nacchere, flauti di origini andine come zampoñas, quena e quenacho (suonati da Renato Freyggang degli Inti-Illimani), mandolini e percussioni di vario tipo incluso la marimba (una specie di xylofono). Il taglio è sempre classic rock, ma addolcito da un maggiore uso di strumenti acustici, con piano e chitarra a ingentilire le portate e l’armamentario popolare a dare quel tocco world. Il tutto frullato in chiave pop come mai fino ad ora, fermi restando gli omaggi all’hard&heavy style come quella ledzeppelinata di Animale di Zona. Da segnalare poi anche la bella Tammùria dagli aromi vesuviani, oltre all’azzeccatissima La Musica Fa, la sperimentale Telephone Blues, intermezzo dalle venature noir con intarsi chitarristici zappiani e voce di Gianna Nannini, e la conclusiva Suona Fratello (un lo-fi acustico annacquato da rum e tequila). Spirito esce il 19 novembre 1994, un anno in cui la band ha tenuto solo 9 concerti e tutti all’estero, a ottobre.
Il relativo tour inizia il 25 febbraio 1995 da Arezzo e si compone di tre tranche: la prima italiana che si conclude l’11 aprile, quella europea che inizia il 4 maggio in Francia e termina il 9 giugno in Austria, e quella estiva (italiana) tra agosto e settembre. A seguire, una breve branca acustica autunnale di tre date (una a Torino e due a Milano, la seconda delle quali al Palatrussardi la notte di San Silvestro). Durante il giro però qualcosa inizia a incrinarsi all’interno del gruppo e del suo entourage:
I concerti erano belli, tanti, si suonava quasi tutti i giorni, si viaggiava, ci si divertiva, però l’atmosfera era un pizzico diversa da quella dei tour precedenti. Stava spuntando un po’ di individualismo e ognuno cominciava a turare un po’ l’acqua al proprio mulino. Cominciavo a sentire le critiche che tutti rivolgevano a tutti, sia nella band che tra i collaboratori. C’erano stati diversi cambiamenti non solo nel gruppo ma anche con le persone che lavoravano con noi e questo aveva generato dei malumori che avevano portato a questa minore compattezza. Insomma, il tutto era diventato un po’ più “professionismo“ e un po’ meno “amicizia“, e questo non è necessariamente un brutta cosa, è solamente una situazione diversa (Ghigo).
Alla fine del main tour esce Lacio Drom, il quinto album live della band, dato alle stampe il 1 ottobre 1995, contenente quattro brani di Spirito (Lacio Drom, No Frontiere, Spirito e Lo Spettacolo) remixati da Tom Lord-Alge agli Encore Studios di Los Angeles e, sulla VHS allegata, una selezione di pezzi live.
Il 1996 è un anno sostanzialmente di pausa per i Litfiba, o comunque con meno impegni visto il lavoro in studio per la loro settima fatica lunga, Mondi Sommersi. Qualcuno la paragona subito ad Achtung Baby degli U2, sia – con le debite proporzioni – per il riscontro in termini di vendite (500mila copie polverizzate in pochi mesi) sia per lo stile, visto che per la prima volta il duo toscano apre all’elettronica. In verità è però dell’elettronica dei Garbage che la band si innamora. La band di Butch Vig e Shirley Manson ha da poco pubblicato il suo album d’esordio omonimo e Ghigo decide di rischiare seguendo la medesima strada. Della parte elettronica del progetto si incarica Terzani ma anche Cabezas sfodera tutto il suo nuovissimo armamentario di percussioni elettroniche.
Mondi Sommersi vede i Litfiba alle prese con le nuove sonorità che vanno di moda a metà decennio ma resta la contiguità stilistica con prima prova “acida” degli U2, data alle stampe nel 1991, pure perché gli occhialoni neri indossati da cantante e chitarrista (più quelli del secondo) nel video del singolo di lancio Ritmo 2# fan pensare proprio al Bono/Mosca dell’era ZOO TV, e il mood della canzone è sexy e oscuro proprio come appunto una The Fly, allo stesso modo di come Imparerò potrebbe somigliare (alla lontana) a una Mysterious Ways. Voci filtrate, chitarre trattate, suoni industriali e ritmi ballabili; per la prima volta in un disco dei Litfiba, questo co-prodotto da Piero, Ghigo e Richard “Jack” Guy, compaiono sintetizzatori e drum machine, ma anche il piglio è sinuoso e l’incedere caustico, equivoco e sornione: i Nostri prendono le distanze dall’etno/world posato e maturo di Spirito e si mettono a fare i ciofani. La quarta e ultima opera da loro dedicata agli elementi (siamo all’acqua) a tratti è cafona e proprio per questo è sempre agli U2, ma di Pop, che somigliano: l’album più “coatto” dei quattro irlandesi uscirà di lì a pochi mesi. Anche la copertina è in scia con i tempi: in questo periodo si parla molto di Tibet (a maggio si terrà negli States un concertone stile Live Aid) e che ci mostra la cover? Un bambino con un saio tibetano. Sul piano musicale, singoloni a parte (Regina di Cuori, con tanto di brano venduto alla pubblicità della Opel Tigra, Goccia a Goccia e Imparerò sono gli altri tre) si segnala il dittico L’Esercito delle Forchette/Sparami, l’anima incazzata del lotto. La prima è una denuncia delle sperequazioni sociali, la seconda è antimilitarista ma allo stesso tempo guerresca: pensata per il popolo palestinese, è tanto languida nella strofa quanto infuocata come un’Intifada nel ritornello, il quale a un certo punto recita: «Questo sistema è una gabbia / Mi dà in omaggio rabbia». Poi c’è la parimenti tosta Dottor M. – cioè Dottor Morte – in cui il protagonista è l’emblema della società contemporanea, votata all’annichilimento della volontà umana e alla manipolazione di massa. Il brano è l’unico a cui partecipa Aiazzi, peraltro solo nel finale, dopodiché il musicista lascerà l’ensemble (a sostituirlo nel disco sarà Terzani nella duplice veste di tastierista e bassista). Il resto del lavoro però non è sullo stesso livello. Ritmo è una versione altra del suddetto primo singolo, In Fondo Alla Boccia è una sorta di demo, Si Può e Apri Le Tue Porte episodi senza mordente. In generale si tende alla morbidezza e i suoni sono più leccati; Renzulli stavolta deve rinunciare a riffoni e assoli hard&heavy e il suo chitarrismo è più al servizio delle macchine quando non della melodia.
In quel periodo mi misi a studiare il mio strumento, cercando di sviluppare di più la ritmica e la mano destra, cosa che precedentemente avevo approfondito meno, visto che suonavo quasi sempre in maniera prettamente da solista o di contrappunto (Ghigo).
Mondi Sommersi resta tutt’altro che sul fondo e porta la band in superficie, nel mainstream, anticipando lo scadimento definitivamente commerciale del successivo album Infinito. Il disco fa nascere anche i primi contrasti tra Piero e Ghigo durante le registrazioni.
Qualcosa iniziò a carburare in maniera strana e ci fu qualche piccola discussione. C’erano già state alcune avvisaglie in precedenza, su qualche soluzione di arrangiamento e su alcune tematiche, ma si erano appianate in tempo breve. Pensai alla stanchezza e al tempo che avevamo impiegato per portare avanti questo enorme lavoro e non ci feci caso più di tanto (Ghigo).
Mondi Sommersi riscuote un grande successo e permette alla band di guadagnarsi ancora di più il consenso del grande pubblico, facendo però storcere la bocca in primis, naturalmente, ai puristi della Trilogia (ma questa è una costante da almeno sette anni) ma anche ai fan diventati tali dal 1990.

Il tour si articola in una prima tranche primaverile che inizia dal concerto del Primo Maggio a Roma, dove si esibiscono davanti a 500mila persone in due momenti differenti della giornata: al pomeriggio per la diretta televisiva e poi in tarda serata solo per il pubblico della piazza romana.
Dopo l’episodio del 1993 fummo banditi per quattro anni, ostracizzati letteralmente e mai più invitati. E di fatto quando tornammo, nel 1997, sfumarono il nostro intervento ancora prima che ci esibissimo e ho sempre pensato che fosse stata una sorta di censura preventiva (Piero).
A luglio segue poi la tranche estiva (con date anche in Svizzera e Belgio) e tra novembre e dicembre quella invernale (ancora capatina in Svizzera). A testimonianza del tour usciranno due le pubblicazioni live: il doppio album Croce e Delizia (1998), accompagnato dal singolo Sparami e dedicato a Cabezas, morto per un aneurisma cerebrale il 17 ottobre 1997, e una VHS dallo stesso titolo, registrata al FilaForum di Milano, il cui ricavato andrà alle popolazioni colpite dal terremoto in Umbria e Marche. Durante il Mondi Sommersi Tour le distanze tra i due leader però si acuiscono:
Qualcosa era cambiato. Io e Piero avevamo molta meno sintonia sul palco e facevamo il nostro spettacolo in una maniera molto individuale, senza interagire più di tanto tra noi. Stavamo andando in due direzioni separate (Ghigo).
Alla base dei dissidi ci sono varie ragioni, ma anche l’esposizione mediatica e il grosso successo di vendite del periodo hanno un peso. Con Mondi Sommersi la band si è guadagnata un pubblico molto più televisivo e la politica promozionale della EMI è impostata su una presenza assidua del duo sul tubo catodico (Piero farà addirittura l’inviato per la trasmissione Quelli che il calcio…), suonando anche in playback.
1999: La crisi e la separazione tra Perù e Renzulli
L’album pubblicato a inizio 1999 non tiene fede al titolo ed è quello che chiude la parabola canonica della formazione toscana. Pensato come sorta di capitolo apocrifo della Tetralogia degli elementi avente a tema il tempo, è in pratica un’anticipazione della carriera solista del frontman, col chitarrista ridotto quasi a elemento di contorno. Infinito, con il suo strizzare l’occhio al pop da classifica, pare scendere sul terreno dei Lùnapop, che però su quel versante si dimostreranno infinitamente più bravi. L’ottavo lavoro in studio dei Litfiba vende sì 1 milione di copie, attestandosi come quello di maggior successo della band, ma lo fa perdendo l’anima, o per meglio dire (e per restare in tema), vendendosela. Alcuni episodi sono francamente imbarazzanti: Sexy Dream, nenia acustica dai riflessi estivi, Canto di Gioia che è praticamente già il Pelù in solitaria che sentiremo in Né Buoni Né Cattivi, la conclusiva Incantesimo e Prendi in Mano i Tuoi Anni, per tacere di Mascherina (con il testo che è un’ironica e polemica dedica di Piero a Ghigo) e Frank. Pelù è il maggior indiziato a pietra dello scandalo, il maggior responsabile della deriva stilistica a partire dal suo timbro vocale, che adesso è meno macho e a tratti sfocia nel falsetto. Ma anche Renzulli ha le sue colpe, in particolare quella dell’inerzia, restando lì, sospeso, ad aspettare che scenda la manna, col risultato che il sound viene a perdere aggressività e risolutezza.
Cominciavo a sentire come crescevano i brani in studio e non ne ero soddisfatto. Il sound era morbido, e questo poteva anche andare bene, ma purtroppo non mi riconoscevo nei tesi e nello stile di canto che stava adottando Piero (Ghigo).
Il disco si salva solo per il formidabile traino offerto dai due singoli Il Mio Corpo Che Cambia e Vivere Il Mio Tempo, le uniche cose indovinate del lotto nonché gli ultimissimi fuochi del marchio, coi due titolari ai ferri corti che durante il relativo tour promozionale annunceranno la separazione. Impossibile dimenticarli all’ultima recita congiunta tenuta al Monza Rock Festival l’11 luglio 1999: insieme sul palco ma senza neanche guardarsi in faccia (proprio come accade sulla copertina del disco). Già a marzo, però, i due si riuniscono insieme ai rispettivi studi legali per sancire legalmente la separazione e la messa in liquidazione della società Litfiba di cui sono i soci.
Alla base di quella scelta, oltre a spiacevoli ragioni manageriali, c’era anche un personale bisogno di lavorare su me stesso, di lanciarmi in altre direzioni (Piero)
Ma Piero ha anche problemi con il management, come spiegherà Ghigo:
Mi propose di mollare quello vecchio e mi disse di fidarmi di lui, che avrebbe pensato a fondarne uno nuovo insieme al fratello Andrea, il quale sarebbe diventato il nostro nuovo manager. Non ci misi molto a decidere, lo ringraziai e dissi che la proposta non mi interessava. Mi era chiaro che Piero fosse concentrato sulla sua futura carriera solista e che i Litfiba sarebbero passati inevitabilmente in secondo piano.
Tra le altre clausole di separazione, il chitarrista mantiene il nome della band e il cantante prende il logo del cornucuore di cui è stato l’ideatore.
Mi sarebbe piaciuto se, dopo la separazione, Ghigo avesse ibernato il nome della band, ma ormai è andata così. Dal 1999 al 2009 gli ho regalato volentieri il diritto di continuare a chiamarsi Litfiba… beh, oddio, volentieri adesso è esagerato.
Ad aprile parte il tour, che fa registrare sold-out a ogni data e durante il quale iniziano a trapelare le prime voci di un possibile scioglimento, che viene ufficializzato dopo l’ultima data da Pelù con relativo annuncio dell’inizio della sua carriera solista, seguito nella sua nuova avventura da Terzani, Bagni e Caforio. L’ultima apparizione dal vivo dei Litfiba con Piero e Ghigo si tiene però come detto al Monza Rock Festival, data aggiunta in extremis al calendario e dietro pagamento di un cachet astronomico pure se i capitani sono ormai due estranei l’uno per l‘altro e quasi non si parlano più.
In tanti mi hanno chiesto come ho fatto a fare quella data e perché avessi accettato. Mi viene in mente un’intervista a Charlie Watts, il batterista dei Rolling Stones, che quando gli chiesero perché alla sua età stava ancora a suonare la batteria rispose: «Hai idea di quanto io guadagni per ogni colpo di bacchetta che tiro sulla pelle di quel rullante?» (Ghigo).

Negli anni Zero del XXI secolo, Pelù in solitaria pubblicherà cinque album: il succitato Né Buoni Né Cattivi (2000), U.D.S – L’Uomo della Strada (2002), Soggetti Smarriti (2004), In Faccia (2006) e Fenomeni (2008). I Litfiba invece andranno avanti come nulla fosse con un nuovo cantante, dapprima Gianluigi “Cabo” Cavallo, con cui la band pubblica tre album, e poi per un breve periodo Filippo Margheri.
2000-2008: i Litfiba senza Pelù
La prima fatica in studio del post-Pelù è Elettromacumba, dato alle stampe il 21 gennaio 2000. L’album segna il ritorno della band alle sonorità rock (ben rappresentate da brani come Piegami, Il Patto e la title-track, che pare quasi una El Diablo 2.0) progressivamente abbandonate nel corso degli anni ’90. Al piglio duro si alternano però momenti più melodici come la solare Il Giardino della Follia (secondo estratto. Il terzo è Spia), la latineggiante Dall’Alba Al Tramonto e la “notturneggiante” Profumo. Dal forte impatto sono anche l’opener Il Pazzo Che Ride e il lento blues C’Est la Vie. La formazione vede, oltre a Ghigo rimasto saldamente in plancia di comando e Cabo alla voce, Gianluca Venier al basso e Ugo Nativi alla batteria, ma l’esordio del marchio senza il vocalist storico (Cabo ci prova e lodevole è il suo tentativo di evitare ogni imitazione del predecessore) risulta nel complesso un tantino scontato, fermo restando si guadagna tre dischi d’oro e che al confronto con l’orribile e pasticciato Infinito suona come una boccata d’ossigeno.
Di ben altro spessore è invece Insidia, il secondo album in studio del nuovo corso (preceduto dal cofanetto di 7 CD con canzoni registrate dal vivo Live On Line), pubblicato il 19 ottobre 2001. La formazione è la stessa del disco precedente a eccezione di Gianmarco Colzi alla batteria al posto di Nativi e l’aggiunta di Mauro Sabbione, ex tastierista dei Matia Bazar e già con i Litfiba in El Diablo. Le canzoni della decima prova lunga del brand sono molto più elaborate rispetto a Elettromacumba e la scrittura fa un salto di qualità. Le sonorità sono più dure e aggressive (Il Branco, Invisibile, Luce Che Trema), quasi in stile Terremoto, dal quale prendono anche un più accentuato mood dark qui innervato da intarsi di elettronica (ma come abbiamo visto, anche l’album del 1993 muoveva ritmicamente da una drum machine). Il singolo di lancio La Stanza dell’Oro è una delle migliori canzoni uscite a nome Litfiba nell’ultimo lustro (a tenersi stretti) al pari della rimarchevolissima ballata Nell’Attimo e di Senza Rete, dove troviamo addirittura un sax (lo suona Claudia Bombardella). Ghigo stavolta fa centro e dimostra che sa fare cose egregie anche senza Piero. Ciononostante Insidia vende meno del predecessore (un solo disco d’oro) e non basta il rientro in formazione, durante il tour, di Aiazzi per risollevare le sorti di un gruppo che da questo momento imbocca la strada di un lento declino in quanto a popolarità.
Il terzo e ultimo album con Cabo si fa aspettare quasi quattro anni. È infatti del 13 maggio 2005 l’uscita di Essere o Sembrare, che come da previsioni non incontra il favore del pubblico né quello delle riviste specializzate, a differenza del predecessore che almeno era stato apprezzato dalla critica. Aiazzi, dopo aver già partecipato alla realizzazione del brano Larasong per la colonna sonora italiana del videogioco Tomb Raider: The angel of darkness, rientra in formazione a tutti gli effetti (al posto di Sabbione) ma sceglie il momento sbagliato. A dispetto di un afflato meno caciarone e maggiormente introspettivo, i nove brani dell’opera non decollano. La band si sta sfaldando, oltre che ridimensionando nelle aspettative (concerti sempre meno affollati e difficoltà a trovare una nuova etichetta dopo la scadenza del contratto con la Emi) e le spaccature interne minano pure la riuscita del lavoro, che pecca di omogeneità. Nel complesso il sound è più minimale, a tratti perfino etereo. Ma i Litfiba stanno evaporando e Ghigo decide che è il momento di una pausa di riflessione, così, nel novembre 2006, scioglie la band.
La pausa termina l’anno successivo, quando Ghigo decide di riavviare il progetto con il rientro in formazione di Terzani al basso in sostituzione di Venier. Dopo l’addio di Cabo, il nuovo cantante diventa Filippo Margheri, giovane vocalist proveniente dalla scena underground fiorentina, mentre alla batteria subentra Pino Fidanza al posto di Colzi. La nuova band si ripresenta al pubblico in versione live per poi pubblicare, solo in formato digitale, un EP autoprodotto dal titolo Five On Line, reso disponibile a febbraio 2009 e contenente anche il discreto inedito Effetti Collaterali, uscito cinque mesi prima.
2009-2022: La reunion, la Trilogia degli Stati e L’Ultimo Girone
Anche il nuovo progetto fatica a prendere quota e i Litfiba sembrano destinati all’oblio se non fosse che Piero, i cui rapporti con Ghigo hanno iniziato a normalizzarsi già da qualche anno, e il presidente della Sony italiana, Rudy Zerbi, propongono al chitarrista di riformare la band nella line-up degli anni ’90, quindi – va da sé – col ritorno dello storico frontman.
Non ricordo chi fu il primo a chiamare. Forse Ghigo, per farmi gli auguri di compleanno. O forse io. Non importa. Fatto sta che era il 2005. La carriera solista mi aveva dato belle soddisfazioni ma non era stata una passeggiata. Mi mancava un amico musicista con cui condividere gioie e dolori, composizione e scazzi. Richiamai Ghigo nel 2009 per evitare che andasse perso il “filo intermentale del discorso” e quella volta scattò qualcosa (Piero)
Infatti, dopo un primo rifiuto, Ghigo accetta di tornare insieme e l’11 dicembre 2009, a dieci anni dalla separazione, la band pubblica il comunicato ufficiale dell’avvenuta reunion. Insieme ai due leader riappacificatisi, il gruppo conta il rientrante Bagni al basso, Federico Sagona alle tastiere e il confermato Fidanza alla batteria. Ovviamente la band firma con la Sony e già a gennaio si mette al lavoro per comporre nuova musica. Si tratta di due brani inediti, Sole Nero e Barcollo (con il rientro in formazione addirittura di Magnelli), che finiranno in Stato Libero di Litfiba, un doppio album live pubblicato il 1 giugno 2010 con brani registrati nella prima branca del Reunion Tour, inaugurato a marzo, che celebra la ritrovata comunanza nel trentennale della nascita della formazione e che, naturalmente, riscuote un successo clamoroso.
Non avrei mai immaginato che la gente tornasse a seguire i Litfiba con tanto calore. Vuol dire che abbiamo lasciato un segno (Piero)

La branca estiva del tour inizia a luglio e regala alla band bagni di folla impressionanti e la ritrovata energia dei bei tempi. A seguire un breve giro tardo autunnale ugualmente partecipato. La reunion ha colto nel segno e non può che avere una naturale evoluzione in studio. Una volta tornati off-the-road, Piero e Ghigo iniziano la composizione di materiale inedito, per poi riprendere con i live a marzo 2011 per la parte europea del Reunion Tour in cui la band si esibisce anche a Londra e Barcellona. Dalle 8 date estere del tour viene tratto il documentario Cervelli in Fuga – Europa Live 2011 che esce l’anno successivo.
Ma il 2012 è soprattutto l’anno di Grande Nazione, il ritorno dei Litfiba con un album di inediti dopo ben 13 anni. La promozione è imponente, molte partecipazioni a programmi TV, radio e interviste. Ma alcune scelte si rivelano discutibili, a partire dal pezzo selezionato come primo estratto, quello Squalo che in realtà sembra più un baccalà senza denti, un appassito heavy rock abbastanza stereotipato che scade quasi nell’autoparodia. Per la maggior parte i brani sono veloci e molto rock. Torna, aggiornata, la vis sociopolitica del gruppo (Fiesta Tosta, Anarcoide, Tutti Buoni e la title-track) condita però da banalità e luoghi comuni in serie. Qualche apprezzamento lo strappano solo la conclusiva ballata (e secondo singolo) La Mia Valigia e l’oscura Luna Dark che se non altro tenta di rilanciare la verve wave del marchio, pur con risultati modesti. In definitiva, Grande Nazione è un disco ital-rock con proverbiali agganci chitarristici alla melodia mediterranea sullo stile della band, che in pratica il genere l’ha inventato: è sui meriti acquisiti che viaggiano i Litfiba 4.0.
Altro giro, altra corsa. Il Grande Nazione Tour parte a marzo ma è più corto del precedente e conta solo 14 concerti spalmati fino a settembre, visto anche l’annullamento di quattro date causa infortunio di Piero in una delle esibizioni. Il 1 giugno però accade qualcosa che cambia il corso degli eventi. Nella data fiorentina del Nelson Mandela Forum, tenuta nel ventiduesimo anniversario della morte di Ringo De Palma, Maroccolo e Aiazzi si uniscono di nuovo ai loro vecchi compagni d’avventura per l’esecuzione di quattro brani dalla Trilogia, preludio alla reunion vera e propria della band nella formazione (superstite) degli anni ’80 per il Trilogia 1983/1989 Tour del 2013 dal quale sarà tratto il doppio album live con lo stesso titolo, registrato all’Alcatraz di Milano il 30 e 31 gennaio. Per l’occasione, il compianto Ringo viene sostituito da Luca Martelli, un giovane batterista molto apprezzato dai più anziani sodali, in particolare da Piero:
Con lui alla batteria è stato un po‘ come rivedere Ringo, perché lo spirito è lo stesso, potente e creativo. Luca è Ringo con l’energia e la lucidità di un ragazzo di oggi (Piero).
Anche il Trilogia Tour fa il botto e le date vanno tutte sold-out. Nondimeno, la produzione musicale è eccellente e la band mostra un affiatamento strepitoso come non fosse passato più di un quarto di secolo dall’ultima volta.
Volevamo ricostruire il più possibile fedelmente lo spettacolo che portavamo in giro in quei periodi e quindi fummo molto precisi e meticolosi nel realizzarlo. Cif u qualche discussione sugli arrangiamenti da adottare e provammo tantissimi brani, per poi scegliere quelli che secondo noi erano più giusti. Alla fin eil tutto suonava bene, potente e rustico, ma anche raffinato ed elegante a seconda dei brani (Ghigo)
Il tour si protrae fino ad agosto, al netto di una piccolissima appendice (il Traffic Festival di Torino) nel 2014, dopodiché Piero e Ghigo annunciano di volersi prendere una pausa dalla band per dedicarsi ai loro progetti solisti ma anche alla scrittura di nuovo materiale congiunto. Nel 2015, tuttavia, i due decidono di rendere giustizia anche alla Tetralogia degli Elementi dedicandogli un tour allo stesso modo di quanto fatto per la Trilogia: 17 date, tra sessione invernale ed estiva, con partenza sempre all’Alcatraz di Milano a gennaio e chiusura a Brindisi in agosto. A completare la formazione ci sono sempre Sagona alle tastiere e Martelli alla batteria, con la new entry Franco Li Causi (ex Negrita) al basso.
A luglio 2016 i Litfiba annunciano invece Eutòpia, undicesima pubblicazione in studio per la band, prevista in uscita proprio l’undicesimo giorno dell’undicesimo mese dell’anno. Il disco chiude quella che alla fine è diventata un’altra trilogia, stavolta dedicata agli Stati, iniziata con la reunion del 2010 e completata dai succitati Stato Libero di Litfiba e Grande Nazione. Ad anticipare il lavoro, il singolo L’Impossibile… che però è impossibile da commentare per quanto stucchevole. Eutòpia sarà l’ultimo album del gruppo e vista l’ormai l’annacquata verve dei due leader non sarà di per sé un male. Ormai l’ispirazione è solo un miraggio e la band non fa che riproporre la trita e ritrita formula che l’ha sempre contraddistinta a base di rock d’assalto e critica sociale adesso più carnevalesca che altro. Piero prende di mira tutto e tutti: i potenti (il succitato lead single) l’inquinamento (Intossicato), l’estremismo religioso (In Nome di Dio), ma il problema è che la mira è sballata, ci crede solo lui o al massimo fannno finta di crederci i telespettatori di The Voice of Italy, la trasmissione televisiva in cui il leader s’è riciclato in veste catodica di giudice da talent. Ormai i Litfiba sono la narrazione della band “contro”, dei duri e puri degli anni belli, i fatti parlano di una parodia e perdipiù neanche azzeccata. Nella formazione che lavora al disco fa il suo ingresso come tastierista Fabrizio Simoncioni, musicista, sound engineer e storico collaboratore della band, ma durante i lavori si alternano a tastiere e synth ben cinque musicisti: oltre a Simoncioni, anche ex membri dei Litfiba come Aiazzi – sempre lui -, Sagona e Venier più l’ospite Nicolò Fragile (ex Gotthard). L’album, supportato da altri due singoli (Straniero e Maria Coraggio), si aggiudica comunque un disco d’oro.

Il 24 marzo parte da Livorno l’Eutòpia Tour, che tra leg primaverile ed estiva termina il 2 settembre a Prato, dopodiché la band si rimette in pausa. Ad ogni modo, se da una parte i Litfiba in studio ormai fanno quasi tenerezza, dall’altra desta rammarico in molti l’annuncio che la band fa del tour d’addio, propedeutico allo scioglimento definitivo. A dicembre 2021 Piero e Ghigo dichiarano infatti conclusa l’esperienza Litfiba, che sarà celebrata con L’Ultimo Girone, spettacolo il cui titolo da un lato richiama l’universo dantesco a l’acclusa fiorentinità e dall’altro il fatto che sarà il capitolo conclusivo dell’ensemble. Lo show viene considerato anche una celebrazione del quarantennale della band, che cadendo nel 2020, a causa della pandemia non è stato possibile festeggiare se non in tono minore il 6 dicembre, nell’anniversario dello storico primo concerto alla Rokkoteka Brighton. Per il nuovo show, i due leader sono affiancati sul palco da Simoncioni alle tastiere, Martelli alla batteria e il nuovo innesto Dado Neri al basso. L’Ultimo Girone (recensito su SA per quanto riguarda la data romana) doveva inizialmente concludersi con l’ultimo appuntamento estivo tenutosi ad Andora, in provincia di Savona, ma a dicembre la band aggiunge quattro ulteriori concerti in Francia (dove si esibisce al Bataclan di Parigi, tristemente noto per la strage dell’Isis del 2015), Belgio e Svizzera (Zurigo e Losanna), prima dell’ultimissimo show che va in scena tre giorni prima di Natale al Mediolanum Forum di Milano, una location che ha destato più di qualche perplessità nei fan dal momento che forse sarebbe stata più logica Firenze come teatro per l’ultima recita congiunta dei nostri ragazzacci. Ma parafrasando l’errata interpretazione del loro nome circolante specialmente agli albori della carriera, forse è vero: l’Italia finisce a Milano.
