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8.0

Il 6 settembre 1979 i Banshees perdono in un colpo solo metà line-up. Un bel giorno senza dire una parola John McKay e Kenny Morris piantano in asso gli altri due – Siouxsie e Steven Severin, per chi non lo sapesse – nel bel mezzo di un evento promozionale e di una tournée. Si sarebbe saputo poi delle tensioni che montavano da tempo ma l’uscita così su due piedi di chitarrista e batterista arriva a un niente dal causare la fine prematura della band. Questo però non succede e si può dire anzi che i Banshees ne escano a loro modo ritrovati grazie un incastro perfetto di figure che creeranno l’album di cui parliamo – ritenuto da più parti il migliore del “secondo corso” e per molti anche in generale della carriera del gruppo inglese tra i più influenti della sua era.

A dare manforte a Siouxsie in un primo tempo è soprattutto Robert Smith. La sera stessa del fattaccio sono i Cure di spalla a tornare in scena e unirsi ai due Banshees rimasti per non mandare del tutto a monte un concerto e regalare agli astanti delusi almeno i cultuali dieci minuti di The Lord’s Prayer, filo che unisce storicamente l’ormai mitologico – raffazzonatissimo – debutto live del quartetto al 100 Club del ’76 al finale di Join Hands, il secondo LP chiamato a confermare le sensazioni epocali del primo, The Scream, uno dei dischi che hanno letteralmente generato il suono post-punk britannico e in particolare della sua deriva goth/dark.

Ma Siouxsie dall’alto del suo fascino corvino e il suo sodale Steve sono caparbi, non si danno certo per vinti, e nonostante la mazzata ricevuta all’improvviso tra capo e collo  tornano sui palchi nel giro di due settimane. A sostituire McKay per il resto del tour è ancora Robert Smith, che per un po’ si sdoppia tra il gruppo di supporto – ovviamente i Cure – e quello principale nell’attesa che Siouxsie e Severin reclutino un chitarrista a tempo pieno; alla batteria c’è invece già Budgie, che sarà una delle colonne della banda negli anni successivi (e anche della vita di Siouxsie visto che i due si sposeranno nel 1991). L’elemento ideale per completare questi Banshees un po’ rimaneggiati e un po’ nuovi di zecca arriva nel giro di qualche mese: si chiama John McGeoch, viene dai Magazine, ed è già uno dei chitarristi più creativi della nuova scena.

Lui e Budgie non sono due semplici rimpiazzi ma due innesti importanti che fanno crescere il gruppo e portano nuovi elementi in quel solco di colore scuro già ampiamente segnato dalle traiettorie dei primi due lavori. Budgie, ex Slits, si può dire uno dei batteristi-percussionisti più particolari tra quelli emersi nel panorama punk e new wave. Lo stesso vale per McGeoch, che ha abilità tecnica e intuito da vendere, e sa come mettere le sue idee brillanti al servizio di una canzone. Entrambi hanno caratteristiche che si integrano perfettamente nel contesto sonoro già definito da McKay e Morris – certi effetti di chitarra come il flanger e l’uso “tribale” dei tom per la batteria fanno parte in effetti di un vocabolario comune – e d’altra parte hanno un loro stile, una loro inventiva e tane idee nuove e personali (se siete di quelli che amano perdersi dietro a certi dettagli tecnici potete ascoltare la puntata dedicata del podcast Curious Creatures che Budgie cura insieme a Lol Tolhurst, ex Cure, in cui i due parlano a lungo di certi tamburi e piatti).

Kaleidoscope, scritto inizialmente da Steve e Siouxsie e perfezionato con i nuovi ingressi, è un primo forte sintomo di una fascinazione per la psichedelia – influenza dichiarata i primi Pink Floyd, e si sente – che vedrà il suo trionfo nel quinto album dei Banshees, A Kiss in the Dreamhouse (che sparge dal canto suo qualche lieve spora dream pop e darà pure qualche idea a futuri shoegazers). Caleidoscopico – così vuole essere – nel vero senso della parola, il terzo LP esprime tutta la voglia di proseguire, di sperimentare, di andare oltre l’ossessività monocroma di ampi tratti di Join Hands. Il risultato è spesso elegante, a volte più sfocato, suggestivo quando prova a ottenere gli stessi effetti crepuscolari usando l’elettronica e memorabile dove produce due pezzi da antologia, Happy House e Christine, in chiave musicalmente più “pop”.

Juju, frutto di un’intesa rodata da più concerti e di un approccio più collettivo e diretto alla sala di registrazione, ha un piglio diverso: più incisivo, un suono più pieno, una densità e una compattezza di tutto – gruppo, scrittura e trame sonore – assolutamente ad hoc. I Banshees che con i lavori precedenti hanno anticipato temi sonori, lirici ed estetici del dark qui innalzano un vero e proprio totem a un “genere” ancora da farsi, con una Siouxsie sempre più inarrivabile nel suo ruolo di sacerdotessa dell’oscurità o di ammaliante strega che seduce e fa tremare. Mentre lei canta di magia nera, incantesimi, bambole voodoo, serial killer, atrocità in tele-visione, teste mozzate e torbida sensualità, la band le modella intorno una casacca sonora fatta su misura per quei temi velenosi e perturbanti.

La chitarra di McGeoch è uno dei punti di forza di questo sound – fragoroso nella somma e affilato nei particolari. Un riff “pieno” come quello di Monitor – modern rock in tutto e per tutto, e infatti ne sentiremo l’eco in tanti gruppi alternative a venire (c’è chi direbbe Jane’s Addiction, chi Smashing Pumpkins o addirittura Deftones) –, gli accordi taglienti come coltellate di Halloween o la ritmica folk-punk di Spellbound – esempio di un certo penchant dei Banshees per le grintose commistioni elettroacustiche che risale a The Scream – non sono le uniche sue risorse e nemmeno, forse, le più originali o affascinanti: noi impazziamo più per certe serpentine che disegna intorno alle melodie quasi incalzandole ritmicamente – succede in Into the Light o Arabian Nights, dove il dark incontra la world music.

Certo, le invenzioni del chitarrista sono tremendamente efficaci proprio in virtù del dialogo serrato con le idee di basso e batteria: lo slancio finale di Sin in My Heart ha un che di sinfonico (sembra di sentire in piccolo certi climax di Glenn Branca) ma sono pezzi come la conclusiva Voodoo Dolly e soprattutto Night Shift a esaltare proprio la coralità e l’attitudine cinematografica di questo suono e di questa band, che alla conclusione di tutto si immerge in un rituale stregonesco e all’inizio del secondo lato del vinile si vota a un trip dell’orrore in cui le dissonanze agghiaccianti della chitarra evocano davvero le partiture di Bernard Herrmann per i film di Alfred Hitchcock (McGeoch sembra aver preso alla lettera il desiderio originario di Siouxsie di avere un suono di chitarra a metà tra i Velvet Underground e la scena della doccia in Psycho).

Tanti anni dopo, quando si torna intensamente a parlare di goth per il libro di John Robb e non solo, è difficile non vedere in Juju un precoce (per poco) e sfolgorante (molto) compendio di quel particolare stile (pure dai confini piuttosto ampi e sfumati, per quanto sempre sui toni del nero). È stato del resto lo stesso Steve Severin a sottolineare come il gruppo avesse sviluppato una sorta di concept intorno ai temi dark creando non un manifesto esplicito ma un punto di riferimento per tanti futuri artisti gothici. Lasciando stare le etichette, è un’opera che comunque ammalia come gli incantesimi che fin dal titolo voleva evocare.

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