Recensioni

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Quanto è difficile scrivere di un nuovo disco di Vasco Rossi? Molto, credetemi. Forse perché lui, il Vasco nazionale, si porta dentro tante cose – dischi, canzoni, soprannomi, exploit, trasgressioni, equivoci, provocazioni, normalizzazioni e via discorrendo -, elementi di segno spesso diverso e talvolta opposto che hanno finito per sommarsi in uno strano e imprendibile vuoto. Pensateci: cos’è, oggi, Vasco? Un cantautore? Un rocker? Un musicista – un’icona – pop? Un “alternative hero”? Il cosiddetto Blasco? Il Komandante? Un – per usare un termine da lui stesso coniato – “provocautore”? Mah. Come lo definisci, manchi il bersaglio. Ti sfugge in basso o in alto o di lato. Un po’ come accade con certe grandi aziende, che più si espandono e meno riesci a coglierne i contorni, e più sono indefinibili, spesso anche invisibili. In effetti, Vasco è un’azienda. Una grande azienda. 

Sia in fase di scrittura che di produzione può contare su un “team creativo” di alto profilo: vedi i sodali Tullio Ferro, Gaetano Curreri e Roberto Casini, a cui si sono affiancati i vari Simone Sello, Guido Elmi, Andrea Righi, Saverio Grandi, Andrea Fornili e Saverio Principini, mentre per gli arrangiamenti i compiti vengono oggi equamente divisi tra Celso Valli e Vince Pàstano. Un vero e proprio “plotone creativo” a cui per il qui presente Siamo qui è stata indicata come mission: niente elettronica, evitare eccessive declinazioni pop, mantenersi dalle parti del rock “suonato”, obbedendo possibilmente al noto programma “vaschiano” composto perlopiù di irruenza balzana e malinconie sparse, con contorno di ironia e simbolismi agrodolci. 

Accade quindi e insomma che il quasi settantenne “rocker di Zocca” sforni oggi il diciottesimo album di inediti, a ben sette anni di distanza dal predecessore (il piuttosto dimenticabile Sono innocente). Dico subito che per quanto mi riguarda è il suo lavoro migliore da Liberi liberi in avanti (trentadue anni fa, porca miseria), un po’ perché non ci voleva molto, e se non altro perché finalmente non sembra preoccuparsi troppo di scolpire (o di lucidare) il proprio monumento, ragion per cui le canzoni sbocciano più agili, abbastanza libere di essere se stesse. Ma questo non significa automaticamente che Siamo qui sia un buon lavoro. Eh, già: quant’è difficile scrivere di un nuovo disco di Vasco Rossi.   

I primi tre pezzi in scaletta, che dire, funzionano. E assai bene. Compongono una sequenza indubbiamente efficace, roba da portare ad esempio in una ipotetica lezione a tema: “aprire in maniera efficace un disco rock”. L’impeto battente di XI Comandamento, la cavalcata a rotta di collo di L’amore l’amore e la ballata epica/traslucida della title track stabiliscono ambito ed estremi di un discorso che si sviluppa romantico e irruento, fracassone e meditabondo, arioso e ruvido, retorico e spigliato. Una partenza da manuale insomma, in cui comunque (e appunto) avverti il senso di pianificazione, di assertività ingegneristica, dove nessuna nota pare lasciata al caso anche se viene confezionata con piglio (con la fragranza, col graffio) da palcoscenico. Questo strisciante contrasto si avverte ma, che dire, non stona: Vasco è un fenomeno che eccede la dimensione del musicista, quindi è ormai impossibile aspettarsi sporcizia e fragilità, però dall’alto del suo gigantismo fenomenico riesce stavolta ad azzeccare un livello di immediatezza a cui non pensavo potesse più accedere. In altre parole: a questo giro ha(nno) fatto le cose per bene.      

Certo, la padronanza non garantisce dal rischio di scivoloni, e sono casi in cui dal pastiche al pasticcio è un attimo. Vedi una Tu ce l’hai con me che vorrebbe ammiccare all’hard rock industrial dei NIN ma finisce per sembrarne più una caricatura pseudo-metal, intanto che Vasco (versione Blasco/Komandante) sbraita sarcasmo cartonato contro gli odiatori da tastiera. Oppure vedi quella Prendiamo il volo che nelle strofe sembra recuperare l’antica vena favolistica/surreale prontamente dilapidata in un ritornello a grana grossa che tornerà utile negli inevitabili cori da stadio (sorvolerei sulla variazione pseudo-prog e sul conseguente assolo da Chitarrista Virtuoso). Detto poi che Patto con riscatto è il tipico filler bruttino che, vabbè, ci può stare, la conclusiva e già nota Una canzone d’amore buttata via è una ballad col pilota automatico che gronda fiumi di banalità melodica e ovvietà d’arrangiamento, infatti è andata bene in radio e presumo che sarà molto apprezzata nelle balere di tutto lo stivale (covid permettendo). Se la cavano invece con disinvoltura – e la opportuna dose di mestiere – una gradevolmente radiofonica La pioggia alla domenica (qualche somiglianza con You Learn di Alanis Morrisette, il testo quasi rappato, nel complesso suona come l’it-pop dovrebbe suonare se avesse quel senso melodico che spesso non ha) e una intensa Ho ritrovato te dai sapori terrigni e la solennità semiacustica di certe ballad primi anni Novanta (vagamente stinghiana), mentre Un respiro in più recupera il canovaccio tango/rock già sperimentato ai tempi di Tango (della gelosia) anche se qui – mutatis mutandis – non di scorribanda amorosa si tratta bensì di fare bilancio esistenziale: è apprezzabile in ogni caso l’arrangiamento (suona bene la melodica nelle veci della fisarmonica, ed è degna di rilievo l’apertura quasi morriconiana del finale) nonché l’interpretazione vocale davvero “in parte”.

Nel complesso è quindi un lavoro dignitoso, un album di Vasco Rossi che sta in piedi per ciò che è e non solo in quanto “album di Vasco”. Lo sostengo anche se sull’ascolto pesa soprattutto una specie di zavorra poetica: il contrasto tra l’approccio generalmente più sbrigliato e il ruolo da vecchio saggio dalle buone letture, peraltro ostentate nelle varie interviste (tra una citazione di Heidegger e persino un accenno alla fisica quantistica nello spiegone al disco concesso in esclusiva ad Amazon). Chiamamole velleità da outsider illuminato fuori tempo massimo? Sia pure. Va detto però che aggiungono – malgrado e oltre le intenzioni del loro autore – sapore alla pietanza, perché queste canzoni che vorrebbero aprire gli occhi e accendere la mente degli ascoltatori raccontano semmai qualcosa di interessante sui limiti storici e temporali di una rockstar, ovvero se esista un modo giusto per aggrapparsi alla china discendente della parabola e continuare a significare, senza perdere il polso del pubblico, senza raffreddare la febbre della realtà rappresentata. In questo senso, da Siamo qui arrivano segnali incompleti e controversi che compongono una risposta volatile, sospesa sulla propria fragilità: mi pare che sia la cosa più vera che Vasco abbia saputo trasmetterci da trent’anni a questa parte.      

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