Recensioni

L’ottavo disco degli Who arriva in un momento di profonda crisi. Se l’intenzione era quella di uscirne con un album memorabile sul piano artistico, i motivi per cui Who Are You sarebbe passato alla storia saranno purtroppo altri. Il fatto che arrivi a tre anni dal precedente (The Who By Numbers) e a cinque da Quadrophenia conferma una fase non particolarmente prolifica, benché in quegli anni il gruppo fosse rimasto attivissimo tra i film tratti dai due concept album, le tournée e la preparazione del documentario The Kids Are Alright, che uscirà nel 1979.
Non che fosse una novità: Townshend e soci non avevano mai avuto il ritmo produttivo di altri colleghi coevi, e già rispetto ai ’60 la produzione dei grandi gruppi rock si era progressivamente rallentata, tra dischi più ambiziosi e cicli di lavorazione più lunghi. Ma che i cinque anni successivi alla luminosa trilogia Tommy – Who’s Next e appunto Quadrophenia avessero visto solo un disco come The Who By Numbers, energico ma indubbiamente minore, non era un buon segno.
E c’erano anche altri problemi: oltre alla crisi di ispirazione, ci sono gli abusi, le conseguenti intemperanze sempre peggiori di Keith Moon e i dubbi nati dal passare degli anni nonché dall’arrivo del punk. Vedersi davanti gruppi dirompenti come erano stati loro stessi agli esordi che per di più li chiamavano “vecchie scoregge” risultava pesante per il gruppo che aveva scritto My Generation, e portava i Nostri a chiedersi se senza accorgersene non avessero cambiato fronte, se non si fossero trasformati nei loro vecchi bersagli (o “bersagli vecchi”…).
E ci sono altre questioni musicali oltre al punk, ovvero le radio FM americane che richiedono ritmi più quadrati e regolari: altra cosa che pone domande alla band e in più manda ulteriormente in crisi il batterista. I cui eccessi vengono tollerati meno che in passato perché, sia in qualche data dei tour scorsi sia mentre filmano scene per il documentario sia mentre registrano, suona male: un po’ perché non è in forma, in generale e causa abusi, un po’ perché fatica ad adattarsi sia ai quei ritmi nuovi sia ai 6/8 di Music Must Change, per esempio, sulla quale compagni e produttori dicono che non sapesse proprio cosa suonarci, come appropriarsene col suo stile (e infatti alla fine la ritmica si limiterà al battito dei piedi di Townshens e poco altro).
A questo punto è facile, vista anche la crisi di identità, fare giochi di parole scontati col nome del gruppo, e “Who are you?” è una domanda che Townshend si pone: lo fa durante una jam alla fine della tournée del ’76 (su Mojo si dice che avesse un “kosmische groove” e che ricordasse Klaus Dinger, a proposito di rapporti con la musica dei tempi), e che diventa il nucleo di partenza della canzone omonima, ma anche più tardi, durante una serata alcolica nella quale incontra due dei Sex Pistols con cui si sfoga a lungo per poi uscire, addormentarsi per strada ed essere svegliato dalla polizia, episodi che finiranno nel testo definitivo di Who Are You.
La quale nasce così e dai rinnovati esperimenti col sintetizzatore, e oltre a dare il titolo all’album ne riassume il tema di fondo (sono varie le canzoni che riflettono su arte e creatività, ma anche di incertezze e domande su di sé) e che sarà anche il singolo, sia pure in versione accorciata: una cavalcata di 8 minuti tra cambi di tempo – quello medio pesante da hard rock alternato alla corsa sospesa sui piatti – e coretti quasi disco soul e cantato rabbioso; insomma momenti guidati da strumenti e stili poco “rock”, sapientemente armonizzati con il classico stile-Who. Alla sfida della contemporaneità qui si risponde con un’alzata di testa propositiva, con un pezzo che effettivamente aggiunge qualcosa alla discografia e al catalogo.
Perché appunto, music must change, altra idea di fondo del disco, anche per rispondere alle crisi, e i nostri ci provano aprendo con energia e baldanza: New Song inaugura il disco polemizzando con le richieste commerciali dei discografici, cui rispondono con un brano nel loro stile che però negli arrangiamenti mostra qualche tastiera e qualche sonorità che strizzano un occhio alle nuove esigenze delle radio. Stessa cosa per Had Enough similmente radiofonica e similmente amara, proveniente da un musical abortito del bassista John Entwistle, il cui contributo compositivo in questo disco è maggiore del solito. Infatti anche 905, guidata da un synth intelligente e portata verso la chiusura da un organo lontano, viene da lì, riflessione ancora amara di uno dei personaggi che, tolto qualche riferimento distopico rimasto dalla trama del musical, acquista valore universale.
Si torna a dialogare con la musica contemporanea in Sister Disco: musicalmente siamo su un classic Who, con grinta, sospensioni, aperture e ripartenze di forza, mentre il testo parla di un ricovero in ospedale che sembra una metafora di uno scontro con le difficoltà di un passaggio o una fase della vita duri, dai quali il protagonista riparte con coraggio e fiducia (“ho ricevuto un sorriso dal morso del vento”) dicendo addio alla “sorella disco” (music, ovviamente), con i suoi “clubs and tramps” e le sue “infime luci stroboscopiche” (“flashing trash lamps”) per andare dove “la musica si adatta alla mia anima” (in fondo l’elettronica gli Who la usano da anni, in modo intelligente, e non è detto che per essere contemporanei sia necessario seguire tutte le nuove mode – un discorso che negli anni ’80 tanti contemporanei dimenticheranno).
Di questa necessità di aggiornarsi e dei dubbi su come farlo e la paura di non averne la forza, Music Must Change è il manifesto: “la musica deve cambiare perché siamo arrivati all’osso”, “abbiamo volato in alto come uno sparviero poi siamo caduti come un sasso”, “In fondo alla mia mente c’è un suono ancora irrealizzato, e le sensazioni che raccolgo dalla strada dicono che posso trovarlo presto”, “lo confermano gli occhi dei giovani, lo sottolineano i loro pugni”. È un valzer sospeso e articolato con dinamiche ben calibrate, qualche dettaglio eccessivo, Who melodici ma con spavalderia dosata, dove l’assenza della batteria, da problema, diventa risorsa che permette alternanze tra il sornione e l’accorato, in un tira e molla che sa come attirare e sedurre.
Altra storia Trick Of The Light, scritta da Entwistle: si torna sulle strade più classiche di un hard rock pesantissimo caratterizzato da un solo del bassista ben intrecciato agli altri strumenti, per raccontare di un uomo che va con una prostituta e si/le chiede se è stato all’altezza. Anche qui, anche se un po’ obliquamente, siamo al confronto con l’altro e dubbi su di sé, sul proprio stato di forma.
Con la riuscita Guitar And Pen, capricciosa e teatrale alla Sparks benché a tratti scivoli pericolosamente vicino ai Queen, si torna a parlare di creatività, tra momenti tribali, sospensioni e fughe in avanti per raccontare quanto siano preziose l’arte e la capacità di farla, come sia un’amica da coltivare superando le difficoltà dei momenti di scarsa ispirazione e di critiche da parte degli altri. Poi Love Is Coming Down, un lento appassionato dei loro (anche se non il migliore del filone) che viaggia tra rimpianto, passione un po’ spenta, di nuovo i dubbi su sé stessi e il rapporto con gli altri che caratterizzano l’album e un passaggio melodico che richiama il classico pop All By Myself, serve a prendere la rincorsa prima dell’epico finale con la canzone omonima.
Si chiude così il disco con cui Townshend e soci hanno provato a rispondere alle sfide interne, come le crisi creative e gli abusi, e quelle esterne, ovvero i rapporti con un mondo musicale che li considerava superstar cristallizzate in un ruolo definito e senza più sorprese mentre proponeva tendenze nuove, in pratica il rischio come detto di diventare – orrore sommo – vecchi. Una reazione portata a termine nonostante le liti col produttore Glyn Johns (quello che aveva salvato Who’s Next, tra le altre cose) e condotta portando il loro stile classico verso strade nuove in modo equilibrato, con una vena compositiva che, se non è come ai tempi d’oro, è comunque vivace e varia.
Il disco però, com’è noto, non passerà alla storia come momento di rinascita artistica, ma per ben altri motivi: pubblicato il 18 agosto 1978, nemmeno tre settimane dopo Keith Moon, che nelle ultime settimane riuscì comunque a completare le sue parti in tempi rapidi (anche perché minacciato di espulsione dal chitarrista), viene trovato morto nel suo appartamento per un’overdose di clometiazolo (un farmaco per trattare l’astinenza da alcol). E con macabro umorismo, sulla copertina del disco il batterista era seduto su una sedia con su scritto “Da non portare via”.
L’album ebbe anche successo commerciale, ed è un’onorevole ancorché tragica conclusione della fase classica degli Who. I quali su spinta di Townshend decidono di andare avanti reclutando Kenney Jones (Faces e Small Faces), che di Moon era anche amico, e pubblicheranno altri due album prima del temporaneo scioglimento e delle reunion.
La Super-deluxe Edition, oltre a riportare qualche inedito e versione alternativa già sulle ristampe in cd, amplia il parco dele versioni diverse, demo, mix alternativi, compreso quello di Glyn Johns che aveva portato Daltrey ad alzare le mani, presenta interessanti testimonianze live, come i brani filmati per il documentario The Kids Are Alright (ultime performance sul palco di Moon col gruppo), la prima versione di Who Are You due anni prima del disco, le prove con Jones per il tour successivo al disco e un concerto del 1979, fornendo “prove” e testimonianze sonore di tutta la tormentata storia di questo disco.
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