Recensioni

Tutto ciò che abbiamo detto sul nuovo corso Litfiba inaugurato con El Diablo, evoluzione molto più “pettinata” e asservita alle regole dello show biz, sarebbe in verità da sospendere riguardo alla parentesi Terremoto, l’album del 1993 che segna quasi il ritorno della band ai vecchi fasti, se non altro per il mood: Piero Pelù e soci stavolta sono autenticamente incazzati, come ai tempi della Trilogia del potere, e mica lo mandano a dire. In una delle precedenti recensioni inerenti il combo fiorentino avevamo detto che un gruppo che riesca a mantenere la schiena dritta e un approccio quanto più “contro”, anche nel momento in cui dovesse fare canzoni di merda, il più delle volte sarebbe comunque rispettato. Ma in verità c’è anche un altro modo per ottenere deferenza: fare la faccia brutta, perché se fai il cattivo adavede come ti rispettano, e ai Litfiba di Terremoto almeno un minimo d’ossequio è dovuto.
Che anno, quell’anno. Some years are better than others, parafrasando il titolo di un brano degli U2 presente in Zooropa, pubblicato a luglio (di quell’anno appunto). Ma alcuni anni sono anche più importanti di altri e il 1993 lo è senz’altro per la storia italiana, anzi di più: accorpato ai dodici mesi precedenti diventa addirittura cruciale. Terremoto fotografa quell’Italia lì che si aggancia perfettamente a sua figlia, quest’Italia qui, l’Italia di oggi. E Terremoto è titolo quanto mai azzeccato per il periodo perché esce esattamente al giro di boa (8 gennaio) del biennio in questione come una sorta di diario di bordo aggiornato all’annus horribilis appena trascorso e zeppo di cattivi presagi su quanto ci riserverà quello appena iniziato.
Qualcuno potrebbe sospettare che ci sia un filo rosso a unire le stragi di Capaci e via D’Amelio, la firma del trattato di Maastricht, le privatizzazioni delle aziende pubbliche italiane, l’attacco speculativo alla lira che ha portato al prelievo forzoso di Amato sui conti correnti e naturalmente Tangentopoli; poi arriveranno le monetine tirate addosso a Craxi dalla folla inferocita fuori dall’hotel Raphael, altre bombe di Cosa Nostra – quelle di Firenze, Milano e Roma, con annessi timori ai più alti livelli istituzionali per un possibile colpo di Stato (Ciampi dixit) – e infine la nascita ufficiale della nuova Unione Europea che, a mezzo BCE, scipperà agli stati la sovranità monetaria e, guarda caso, proprio da lì in Italia inizieranno a calare stipendi, pensioni e posti letto negli ospedali.
Però all’epoca non è ancora chiaro il grandangolo sopranazionale e ancora troppo sfocate appaiono certe dinamiche che a trent’anni di distanza si coglieranno forse con maggior nitidezza (fermo restando che noi uomini della strada non capiamo niente, ci mancherebbe), anche perché ripercorreranno le tracce del già visto in scala infinitamente maggiore. Pertanto la critica dei Litfiba – teneri loro (come tutti noi in quel 1993, del resto) – si focalizza principalmente su politica e società dello Stivale, dove siamo al crepuscolo di un mondo: la fine della Prima Repubblica, del Pentapartito, del proporzionale. La vecchia classe politica – traffichina, ammanicata e assistenziale – spazzata via a colpi di inchieste e col popolo osannante il pool; mani pulite, pretende l’italiano medio, che invoca le manette; e il pubblico ministero tutto d’un pezzo che passa la notte ingobbito sulle sue carte tenendosi sveglio a forza di caffè e il giorno, sfatto e con la barba incolta, interroga i politici lindi, pinti e incravattati, ancorché truffaldini, e li sbatte dentro in spregio della buona creanza, diventa l’eroe nazionale. Tempo pochi mesi e ci ritroveremo catapultati nella scolorita alba berlusconiana che segnerà l’avvento del maggioritario all’ameregana, della Bicamerale e delle due coalizioni in finta contrapposizione tra loro, proprio come dem e repubblicani d’oltreoceano. Il tutto, mentre le aziende pubbliche italiane che ci hanno fatto diventare la quarta potenza industriale del mondo vengono smantellate dai banchieri e regalate ai privati, che naturalmente sono più efficienti.
Ce n’è abbastanza per rivoltarsi contro chi tira i fili del meccanismo, ma i Litfiba – come tutti – ne vedono solo gli effetti e comunque sono in prima linea nelle proteste. Il populismo prima del populismo (che poi Pelù rinnegherà per riciclarsi “petaloso”) espresso in musica e testi mai così poco mediati dal senso della diplomazia. Si inizia, sarà un caso?, con uno scacciapensieri di siculo richiamo ad aprire Dimmi Il Nome. Di chi? Del «ladro». Il solito Craxi nel luglio ’92 ha tenuto alla Camera il famoso discorso del così fan tutti in tema di finanziamento illecito ai partiti e allora l’Italia scopre di essere la patria dei mariuoli. La mastodontica Maudit (singolo di lancio con videoclip d’accompagnamento stile ZOO TV, tanto per restare in tema U2) è un altro calcio in faccia, stavolta all’imperante narrazione massmediatica, sferrato da chi ha sgamato la natura dell’apparato catodico messo in piedi dall’informazione per manipolare l’opinione pubblica. Pelù ci dice che vuole «ballare nella televisione» per raccontarci «tutto». Su che? «Sulla mafia», «sulla P2», su «pizze pazze e corruzione», sull’«euromafia da esportazione». Ma anche «sulla chiesa in Africa», «sull’obiezione», sulle «stragi senza nome che, tutte, passano da Roma». Dio Santo, ma ce lo vedete, oggi, lui che sul palco e in diretta in prima serata su mamma Rai dà fuoco a una copia del Messaggero e se la prende con le «puttane di potere» come farà quell’anno al Concertone di piazza San Giovanni? Già, Pelù, colui che probabilmente, con una discreta dose di obiettività, può essere considerato il miglior frontman della storia del rock italiano, maledetto.
Il suono è decisamente più aggressivo rispetto al passato, la chitarra di Renzulli, mai così soverchiante, gronda bava e sangue da ogni corda e Pierone è un vero animale, accidenti a lui. Terremoto – secondo capitolo della Tetralogia degli elementi (stavolta tocca, ça va sans dire, alla terra) – è uno sfogo che va ben oltre il risentimento e quasi “odia” di quell’odio viscerale, da underdog, da reietti anti-sistema, e si configura come uno dei pochissimi veri dischi grunge italiani. Non a caso i Litfiba godono di un nutrito seguito anche all’estero, avendo fin dai primi Ottanta tenuto regolarmente concerti in Europa, addirittura in Jugoslavia e Urss, e perfino in Messico e Australia (e tra l’altro sono stati l’unica band italiana ad aver suonato, per ben due volte, a Roskilde, lo storico festival estivo danese).
Ogni brano, anche quelli che partono lenti come Fata Morgana e Prima Guardia, si inalbera – fin dai primi secondi o a partita in corso, a seconda dei casi – e si inerpica per sentieri irti e spinosi scolpendo quasi sempre riff memorabili quando non direttamente assoli guitar hero-ici (Soldi, Il Mistero di Giulia) e sconfinando in certi casi addirittura nello stoner e nell’heavy metal (si pensi al growl di Dinosauro). Del resto lo stesso logo della formazione che campeggia in copertina sovrastando quel pugno chiuso che pare arrivarti dritto sul volto ricorda il mitico marchio dei Metallica. Il sound è poi completato da una sezione ritmica imponente, con il drumming greve di Franco Caforio, ex batterista dei Death SS, storica formazione metallara italiana, a dettare la linea e sferrare scarpate laddove gli altri mollano zaccagnate.
Un mix malsano e anche partecipato, a dispetto dell’afflato apparentemente minimale. Alla sei-corde di Renzulli si affianca infatti quella (ritmica) della new-entry Federico Poggipollini, in aggiunta al basso di Roberto Terzani, il quale è anche voce addizionale; e nel disco compaiono pure lo scratching di DJ Style e il sitar di Harish Powar. Ma anche Aiazzi, pur nelle vesti di collaboratore esterno come già in El Diablo, riprende a fare l’Aiazzi, benché qui di tastiere new-wave non ci sia manco l’ombra e lo spazio se lo prendano quasi tutto gli organetti Sixties, di capitale importanza nell’apparato sonoro, specie per certe “entrate” tra lo strategico e il provvidenziale che fanno molto Procol Harum, o Nomadi.
Già, come non considerare la formazione emiliana tra le ispiratrici dei Litfiba (e l’album Gente Come Noi, uscito nel 1991, ne è l’ennesima conferma), così come non riconoscere nel suo leader e fondatore Augusto Daolio uno dei numi tutelari di Pelù, quel Daolio morto nell’ottobre 1992 e a cui sarà dedicata la traccia conclusiva Sotto Il Vulcano (l’omaggio si spiega col fatto che la band apprese della morte del cantante proprio il giorno in cui stava registrando il pezzo). Anche l’impegno sociale e politico è trait d’union tra i due gruppi, quell’impegno che Terremoto sviscera nella maniera più ghigliottinara, prorompendo appunto come uno scisma a dissotterrare la rabbia per tutti i misteri irrisolti degli ultimi vent’anni di storia italiana all’urlo di «Dentro i colpevoli / E fuori i nomi».
Aleggia nel disco tutta la cupezza non solo dei primi Novanta ma anche dei ’70 e ’80 tricolori, dalle stragi di Stato a Ustica, dai casi Calvi e Orlandi all’attentato al Papa, dai servizi segreti deviati a Gladio: Terremoto sputa fuori tutta la bile accumulata ed è un incazzoso e dissenziente ruminare di imprecazioni, atti d’accusa, improperi e sospetti, all’epoca condivisi dai più ma che oggi i più chiamerebbero complottismo o negazionismo. Eppure noi, potessimo tornare indietro, al Pelù di allora diremmo semplicemente una cosa: tranquillo, Piero, non hai ancora visto niente.
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