Recensioni

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Chiedi chi erano i Litfiba. Già. Ma se lo chiedi a chi li ha conosciuti a partire dal 1990 otterrai una risposta, mentre se la stessa domanda la fai a uno che li seguiva da prima, con tutta probabilità ne avrai un’altra. Perché a un certo punto Piero Pelù e Ghigo Renzulli si liberano dell’opposizione interna, si prendono la segreteria del partito e ci piazzano i loro fedelissimi (la metafora politica non è peregrina visto che siamo in tempi di svolta della Bolognina). Le tensioni nel gruppo e la morte per overdose da eroina del batterista Ringo De Palma portano a un ribaltone nella lineup sostanziatosi con l’addio del bassista Gianni Maroccolo, in rotta con gli altri per questioni di stile (musicale) e sostituito da Roberto Terzani, e quello del pianista Francesco Magnelli, oltre al “declassamento” a collaboratore esterno del tastierista Antonio Aiazzi e all’insediamento dietro le pelli di Daniele Trambusti (nomen omen) al posto del povero De Palma.

Motivo del contendere che ha portato al rimpasto, la direzione artistica che la band fiorentina dovrebbe prendere da qui in avanti. E lo spessore estetico del risultato del congresso, così come chi da quel congresso è uscito vincitore, risulta chiaro fin da quella specie di rutto misto a conato di vomito che apre El Diablo, mefistofelico singolo di lancio dell’omonimo album che segna l’inizio del nuovo corso Litfiba nonché il primo capitolo della Tetralogia degli elementi (si parte con il fuoco), ossia il modo in cui informalmente – in modo simile alla Trilogia del potere – ci si riferirà ai dischi della band usciti nei 90s. Quel moto aerofagico è un po’ una metafora di come i due capitani di ventura rimasti soli in plancia di comando considerino il vecchio corso, dal quale peraltro hanno già iniziato a prendere le distanze con Litfiba 3. La quarta fatica in studio (e prima per CGD, etichetta milanese appena acquistata da Warner) è lo stadio finale della trasformazione del settetto (ora c’è anche Candelo Cabezas alle percussioni) da caposcuola della new wave italiana a circo Medrano popolato da giullari scatenati sulle note di un latin rrruock massiccio e zuzzurellone, per quanto dai codici già ampiamente violati, che sarà preso a modello anche ad altre latitudini, vedi alla voce Heroes del Silencio, per non parlare dei tanti italiani che vi si accoderanno, Negrita e Timoria in testa.

A un purista new wave roba del genere non può non far rivoltare lo stomaco, ma El Diablo avrà comunque il merito di schiudere ai Litfiba le porte del successo, riuscendo a vendere circa 400mila copie in un anno e mezzo e facendoli conoscere al grande pubblico. E un cultore della Trilogia che volesse approcciarsi a questa nuova incarnazione del gruppo che durerà tutto il decennio (e che sarà ripresa in sede di reunion) può scegliere tra l’opporre un rifiuto su tutta la linea oppure impostarsi in modalità “accondiscendente” così da non buttare il bambino con l’acqua sporca e non perdersi quella manciata di cose egregie – tra le molte opinabili – che la formazione riuscirà comunque a mettere insieme da qui in avanti. Del resto si può arrivare allo stesso risultato in diversi modi: Sacchi lo faceva col gioco, Trapattoni coi singoli. Certo, il gioco ha il vantaggio di prescindere dai giocatori e quindi ti dà sempre una base solida, mentre se il singolo quel giorno si è svegliato male, la partita la perdi. In musica, il gioco è mantenere sempre un approccio altro orientato alla ricerca e non perdere il contatto con la realtà, mentre i singoli sono le canzoni, quelle che ti vengono oppure no e mica dipende da te: se hai un gioco, anche se i brani non sono granché sarai comunque rispettato; mentre se punti tutto sul talento individuale, cioè sulle canzoni, il giorno in cui queste non arrivano più sono dolori e gli stessi che prima ti osannavano cominciano a sputarti addosso.

In ogni caso, El Diablo porta risultati solo in parte, un pareggio acciuffato in extremis, diciamo. Otto tracce che sembrano buttate là più per saggiare il terreno in vista del prosieguo e di cui al massimo tre o quattro valgono la pena. Ciò che salta subito all’orecchio è – detta brutalmente – la paraculaggine. El Diablo è furbo, sfrontato, opportunista e ammiccante, ma nondimeno è lasco nella scrittura di musica e testi. Tuttavia, la classe di cui i Nostri sono ancora innegabilmente dotati sopperisce al lassismo compositivo e in definitiva ce li fa perdonare. Ogni pezzo è concepito per essere un potenziale singolo ma, come detto, non tutti onorano le referenze. Della title track abbiamo accennato e aggiungiamo che è tutt’altro che una sorpresa visto l’andazzo preso da tempo. Qui l’impacchettatura segue catene di montaggio già predisposte e anche nei particolari abbiamo più di qualche déjà-vu. Per dire, si riaffacciano i richiami a Morricone già apprezzati nel disco precedente – e presenti pure nella successiva Proibito – che qui si mescolano a citazioni dei luoghi comuni riferibili al pantheon della musica del diavolo di Doors (rievocati a mezzo organetto simil Light My Fire) e Rolling Stones (il tappeto di congas che cita Sympathy For The Devil). Ma passaggi notevoli sono anche la potente Il Volo e la “blasfema” Gioconda a far da contraltare sul “lato B” (immaginiamo di ragionare ancora in termini di vinili e cassette anche se questi stanno cedendo il passo ai CD) alla succitata e parimenti miscredente Proibito.

In effetti, ad ascoltare El Diablo si ha l’impressione del tipico disco anni ’90, specie con riferimento a grunge e hard-rock. A pezzi più veloci con riff assassini e ritornelli a presa rapida si alternano ballatone da acchiappo e la “sceneggiatura” mette sapientemente in fila momenti di sballo e altri di riflessione, l’incertezza della follia e la certezza dei valori, l’inganno e i principi (diciamo così). Sul piano musicale spariscono violini e fisarmoniche, ma quasi del tutto anche le tastiere che facevano tanto Eighties, e abbondano schitarrate heavy e digressioni blues, e c’è spazio addirittura per spassosi momenti di country folk con banjo accluso (Siamo Umani, che a proposito di maledizioni sembra il Cash più dannato che canta una quasi continuazione di Tex). Renzulli fa il bello e il cattivo tempo e non di rado si produce – ora senza più freni di sorta – in assoli che si prendono la scena soppiantando il resto. Il tutto apparecchiato per permettere al vanesio Pelù di sfoggiare – pure lui adesso senza più lacci e lacciuoli di sorta – il suo talento istrionico e gigioneggiare a piacimento tra urletti diabolici, fischietti portuali e gorgheggi vanagloriosi.

Ripetiamo, puntando tutto sull’occhietto malandrino e sul piglio catchy, finché gli dèi ti assistono magari fai dischi della madonna, ma che El Diablo sia un album di tale risma dipende dai punti di vista: quello di chi scrive è che l’opera sia inattaccabile sul piano del confezionamento ma discutibile su quello dei contenuti. Prevale la pigrizia e in più si consolidano i tratti di quanto il marchio ci riserverà fino a Infinito, il disco del 1999 che sbugiardandosi da solo non terrà fede al titolo e segnerà la fine della storia (poi riaperta nel 2010 e oggi prossima all’epilogo definitivo). Tra le peculiarità più evidenti, quel pacifismo d’accatto, quell’antimilitarismo telefonato (peraltro a fasi alterne), quella critica sociale slavata, quella retorica anti-politica tra il naïf, l’opportunista e il qualunquista che in qualche modo anticipa il grillismo: in El Diablo tutto questo c’è già ed è solo l’ologramma dell’impegno molto più autentico profuso dalla band negli anni ’80.

Lo si avverte ad esempio in Woda-Woda, stucchevole nenia sulle depredazioni dell’uomo bianco e la penuria di acqua sul nostro pianeta (tema d’attualità, del resto), ma anche in Ragazzo, una schifezza che se da una parte ricorda i Pearl Jam più easy listening, dall’altra è seconda per dozzinalità solo a Il Vento (brano pubblicato nel live Pirata del 1989) ed è l’equivalente di una mozzarella sfragnata, una canzone finto arrabbiata e in realtà fiacca, arresa e rinunciataria fin dalle prime note, così come nel testo e in special modo nel ritornello: «Sono un ragazzo Ricordatevi che esisto». Se potete eh, altrimenti fa niente.

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