Recensioni

7.3

Il 19 marzo 2023 per i Giardini di Mirò si è consumato un momento cruciale. Ed è accaduto proprio sul palco del Circolo Kessel di Cavriago, l’ex Calamita, dove tutto per loro era iniziato sul finire degli anni Novanta, poco prima che Rise and Fall of Academic Drifting li imponesse a un pubblico insospettabilmente grande. Nessuno dei presenti immaginava che quella sarebbe stata l’ultima esibizione dal vivo della band, non gli spettatori raccolti sotto il palco, non i musicisti. E nemmeno Markus Mathis, il fan che registrò l’intero concerto. 

Recuperati i nastri dal fondo di un cassetto dopo l’annuncio dello scioglimento del 2024, affidati alle cure di Bruno Germano che ha mixato e masterizzato al Vacuum Studio di Bologna, Quasi casa esce oggi per la tedesca 2nd.rec con la legittima pretesa di essere qualcosa di più e diverso da un semplice live album. Non è una celebrazione programmata, né un congedo costruito per alimentare la mitologia dell’indie italiano: è piuttosto un epitaffio involontario, un documento scritto da una volontà imponderabile, intenzionata a chiudere il cerchio con assertività quasi disarmante.

Una storia che ha tutte le potenzialità per affascinare, certo, ma la forza del disco non si esaurisce nella sua “cornice narrativa”. Ad ascoltare le quattro facciate del vinile emerge una qualità più sottile e profonda: una malinconia che va oltre la semplice nostalgia e sa mantenersi lontana dalle secche del rimpianto, diventando emblema di un passaggio di tempo. 

Le sette tracce della tracklist custodiscono vibrazioni languide, assieme a una luce che sembra ritirarsi lentamente dall’orizzonte ma rifiutandosi di svanire. Come se la musica avesse già intuito quello che i suoi autori allora ignoravano. I Giardini di Mirò non stavano mettendo in scena il proprio canto del cigno: lo stavano vivendo senza esserne consapevoli. Ed è proprio in questa inconsapevolezza che mette radici la sensazione ibrida – forza e precarietà – di cui il disco è imbevuto.

Per anni la critica ha raccontato la loro vicenda attraverso riferimenti come Slint, Mogwai, Rachel’s o Godspeed You! Black Emperor. Non che fossero associazioni del tutto gratuite, ma con gli anni sono sembrate sempre meno capaci di mettere a fuoco il percorso e la proposta della band emiliana. Prendendole come una sorta di approdo, queste registrazioni sottolineano come il gruppo avesse da tempo oltrepassato quei confini, trasformando la grammatica delle esplosioni dinamiche e dei crescendo catartici in una macchina evocativa dalle pronunciate attitudini cinematiche.

Le componenti post-rock non erano scomparse, certo che no, ma venivano rielaborate con una sensibilità densa ed espansa che sembrava tenere conto ad esempio la lezione di Ennio Morricone, non quello monumentalizzato dalle celebrazioni accademiche ma la sua versione – diciamo così – minimale, capace di trasformare poche note in una specie di “epica interiore”. 

Sulla linea di confine opaca e porosa tra indie-rock e soundtrack, presero quindi a muoversi con padronanza le linee del violino e della tromba di Emanuele Reverberi, gli intrecci delle chitarre di Corrado Nuccini e Jukka Reverberi e le tessiture elettroniche di Luca Di Mira. Ne uscivano trame in cui il senso dello spazio e del tempo privilegiava sempre più l’esitazione all’assalto, la dissolvenza alla deflagrazione, lo srotolarsi pastoso dell’orizzonte al muro di suono.

Venendo a questo disco, l’apertura affidata a Different Times è come minimo paradigmatica: una versione che ribadisce l’imponenza originale ma rinuncia all’enfasi muscolare, stratificando le chitarre con lentezza plastica e fosca, mentre la sezione ritmica di Lorenzo Cattalani e Andrea Scarfone sostiene l’insieme con una compostezza quasi elegiaca. Anche Good Luck, Pearl Harbor e Connect the Machine to the Lips Tower si muovono lungo una simile traiettoria, mantenendo la tensione intatta tuttavia conferendole un movimento rivolto all’interno, un ripiegamento che trasforma l’impeto in un respiro lungo e malinconico.

Il cuore emotivo del disco coincide – direi quasi inevitabilmente – con Del Tutto Illusorio, suite monumentale che occupa l’intera terza facciata, nella quale convergono le varie anime della band: la fascinazione elettronica, il gusto per la dilatazione temporale, la scrittura cinematografica e una sensibilità melodica ormai pienamente emancipata dai modelli originari. La composizione si sviluppa come un sogno che non ha intenzione di terminare, sospendendo la percezione del tempo dentro un flusso ipnotico di straordinaria intensità. Non c’è ricerca di climax catartico ma una sosta inquieta nella contemplazione, in un incantesimo abbacinato che sembra riflettere l’estinzione di quel contesto comunitario e utopico entro cui i Giardini di Mirò erano nati.

Ma è la quarta facciata a trasmettere pienamente la sensazione di epilogo appena accennata. La scelta di recuperare A New Start (For Swinging Shoes) – dal formidabile album d’esordio del 2001 – produce un cortocircuito temporale vertiginoso. Il principio e la fine si ripiegano e accartocciano, finendo per toccarsi: i ragazzi che immaginavano il post-rock come una forma di contro-utopia collettiva sono diventati gli uomini che hanno visto la lenta dissolvenza di quel mondo. Concetto simbolicamente ribadito dalla lunga coda del pezzo, dove il riff reiterato a martello sembra volersi opporsi all’inevitabile, come una luce che continua a far tremare il filamento quando l’interruttore è già stato abbassato. Una ripetizione ossessiva e ostinata che diventa gesto rituale, una sorta di esorcismo della fine che si compie nel luogo stesso in cui tutto era cominciato.

Per tutto ciò, Quasi casa trascende il valore del semplice documento d’archivio. È musica attraversata da un’intensa aura crepuscolare, capace di trasformare una registrazione recuperata per caso in una riflessione sul tempo, sulla memoria e sulla fragilità delle cose. Quanto ai Giardini di Mirò, hanno costruito nell’arco di oltre vent’anni una discografia coerente e solida, tracciando una traiettoria sempre più autonoma e appartata, refrattaria alle mode e fedele a un certo sguardo sulle cose. Questo disco ne rappresenta la migliore sintesi possibile. 

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