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5.2

Questa prima volta di Pelù a Sanremo (in gara, perché da ospite c’era già stato due volte) ci aveva un po’ sorpreso, sembrava tardiva e non necessaria: il successo mainstream lo aveva raggiunto, prima coi Litfiba poi da solo ormai da tempo (l’imitazione-parodia del comico Sergio Friscia nella trasmissione Convenscion, che ne testimonia la notorietà popolare, risale ai primissimi anni ’00) e senza Festival. Ma la promozione è promozione, e allora la domanda diventava “cosa andrà a fare?”, nel senso di quale veste indosserà, quale versione di sé porterà davanti al grande pubblico.

Detto che comunque si sarebbe trattato solo di sfumature, perché il personaggio è quello, ed esclusa a priori la sua morta e irresuscitabile versione indie, il dubbio era se avrebbe scelto la versione un po’ più morbida (Infinito e qualche passaggio da solista) o quella da rocker. La risposta arrivata dal palco è stata la seconda: Pelù è andato a fare quello che da tempo è nell’immaginario della maggior parte del pubblico, ovvero il rocker tosto e irriverente, giullaresco e istrione la cui follia mostra quella del mondo, un pirata/alternativo che però lotta per buone cause, un cangaceiro sessantenne e nonno che, invece di guardare il festival dal divano come gli altri nonni, si presenta sul palco a torso nudo sotto una giacca con gli alamari per cantare una dedica al nipote; un grande frontman dall’indubitabile carisma e dalla notevole voce che scarta dal modello classico grazie appunto all’origine alternativa e a qualche coloritura esotica, sia pure ormai da cartolina, che permane nella sua musica. E Gigante, il brano portato alla corte di Amadeus e soci (anzi, socie) con buon riscontro (5° nella classifica finale, e l’impressione che, con tutti i suoi difetti, lì in mezzo fosse un alieno), è una dedica rrruock dal tiro un po’ El diablo un po’ The Final Countdown, con gli spettri di tastiera western che rievocano l’antica Tex e una produzione tale che, anche ascoltando il disco da ignari, fa sentire subito che il singolo è quello (c’è anche il discorso del presunto plagio da Keep Your Heart Broken dei The Rasmus, ma sembra più una piccola somiglianza casuale).

Resta però, nel singolo e nell’album, il solito discorso del gusto dell’eccesso che il Nostro ha perso la capacità di calibrare: quel ben noto grottesco troppo caricato – caricatura nei momenti peggiori – che caratterizza il suo stile ormai da trent’anni. A partire dall’iniziale Picnic all’inferno, uscita come anticipazione e dedicata a Greta Thunberg con campionamenti di un suo discorso, che si apre con vocalizzi lontanamente pellerossa per cantare le lodi della ragazza («piccola guerriera scesa dalla luna») mentre si lancia l’allarme climatico («siamo carne per avvoltoi»), un buon midtempo che mixa acustica ed elettronica e un autotune fuori luogo (ma tutto sommato abbastanza misurata), per proseguire con una scaletta che accanto ai pezzi tirati (Ferro caldo, che dopo i singoli apre le danze con tiro quasi metal per parlare della pazzia/irrequietudine dei 20 anni; un’eccessiva, sfacciata Fossi foco che coinvolge anche Appino degli Zen Circus; la lode alla musica di Stereo santo – una delle più riuscite, gioco di parole molto migliore della vecchia Fiesta tosta o anche di quello della conclusiva Canicola, che invece, dopo una bella descrizione come «il mondo fuori è come un De Chirico», passa nel ritornello dal prevedibile «fa caldo» alla altrettanto prevedibile assonanza con «fuck»; la Cuore matto ripresa bene già al Festival ma qui senza il cameo di Little Tony dalla versione originale) e ai lenti (la title track, ballatona classica abbastanza scontata anche qui con un arguto gioco di parole nel titolo, una placidamente suadente Nata libera) trova un Pelù che si conferma come sul palco di Sanremo: la musica è, come già Eutòpia, un rock rotondo fatto con tutti i sacramenti, prodotto a dovere, vario il giusto, abile nel mescolare con disinvoltura elementi di elettronica alla ricetta; ma che non sfugge a tanti cliché sia del tipico frontman rock sia quelli specifici suoi e nemmeno, benché in misura minore rispetto agli episodi più infelici del passato, all’istrionismo fuori misura («cassa-rullo-cassa-rullo-cassa, senti qua» di Fossi Foco non si può sentire) e ai birignao della voce.

Chi apprezza il genere qui troverà un disco vivace e vario che non stanca l’ascoltatore a cui è diretto, mentre per quelli come il sottoscritto, che a costo di essere tacciati di essere nostalgici continuano a trovare tutto ciò troppo coatto (mi si perdoni la categoria non proprio accademica), non è un’opera che fa dire «alza quello stereo / che non sento un cazzo» (Stereo santo).

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