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La storia è nota. 2 aprile 1987, dal balcone della Moneda, il palazzo del governo cileno, si affacciano papa Giovanni Paolo II e il presidente della repubblica locale Pinochet che, sorridenti, salutano la folla acclamante assiepata in piazza, nel contesto della visita ufficiale del pontefice. Le immagini dei due l’uno accanto all’altro felici come pascià fecero il giro del mondo e ovviamente fecero rivoltare le budella anche a Piero Pelù, che sulla circostanza scrisse Santiago. «Dittature e religione / Fanno l’orgia sul balcone», è uno dei passaggi più memorabili dell’opening track del terzo album in studio dei Litfiba, il completamento della cosiddetta Trilogia del potere e opera più apertamente politica del trittico.

Tuttavia, Litfiba 3, titolo che più didascalico non si può (e sì che sul tema del potere ci sarebbe stato l’imbarazzo della scelta), è forse l’episodio meno forte tra primi tre firmati dalla band fiorentina, l’ideale ponte tra la prima fase del gruppo, quella più marcatamente post-punk, ispirata e meravigliosamente strampalata, e la successiva caratterizzata da un approccio molto più leggibile e appiattito su logiche mercantil/televisive. Qui iniziano a fare capolino urletti e ululati da indiani o da coyote in stile El Diablo di Pelù, le digressioni (ma chiamiamole pure scorribande) blues di Renzulli, il piglio a tratti hard-rock (in alcuni momenti siamo addirittura dalle parti di certo hair-metal altezza Scorpions, Van Halen, Toto e Bon Jovi), testi più diretti e meno poetici, e in generale un’inedita ricerca della formulina magica per il successo. Il tutto a detrimento della componente gotica e new-wave del sound, che aveva soprattutto nelle tastiere di Aiazzi (qui meno evidenti che nei primi due dischi) e nel pastoso e lugubre stile di Maroccolo i suoi elementi caratterizzanti. Maroccolo che non a caso, una volta pubblicato il disco, lascerà l’ensemble (fonderà i C.S.I.) proprio perché non gli sconfifera la piega che stanno prendendo le cose. In ogni caso, l’album contiene delle gemme che diventeranno cavalli di battaglia del gruppo, Tex su tutte.

Litfiba 3 è anche il disco più “americano” (riferito a tutto il continente) dei Litfiba, quello in cui il sestetto abbandona da un lato le fascinazioni nordeuropee e dall’altro quelle arabe e balcaniche a vantaggio di sound e tematiche più latine. Lousiana è dedicata al tema della pena di morte, come pure la copertina del disco che ritrae Willie Jasper Darden, un nero giustiziato sulla sedia elettrica in Florida nel marzo 1988 nonostante i forti dubbi sulla sua colpevolezza; la suddetta Tex, per parte sua, è risaputamente una canzone sul genocidio dei nativi americani e cavalca su arie à la Morricone, anche se l’universo western qui evocato è più quello di John Ford che di Sergio Leone; Cuore di Vetro è post-hardcore nell’accezione più stevealbiniana (benché temperata in chiave 80s dal ritornello); e Paname è un cocktail vacanziero dove aromi calipso/caraibici incontrano ritmi brasileri uniti però a fascinazioni da Ville Lumière (del resto Paname è il soprannome informale di Parigi).

Il gusto di stupire, i Litfiba non l’hanno perso ma a strettissimo giro, dopo il live Pirata dato alle stampe nel novembre 1989, muteranno connotati diventando praticamente un’altra band (i soli Pelù e Renzulli in plancia di comando, con Aiazzi collaboratore esterno, il più “malleabile” Roberto Terzani al basso e Daniele Trambusti alla batteria in luogo del compianto Ringo De Palma).

E cambieranno anche i loro fan, una mutazione antropologica dell’uditorio segnata dall’avvicendamento tra i pochi che hanno assistito ai primi vagiti della formazione e una nuova, sconfinata legione di aficionados pressoché digiuna di punk e dintorni e prona unicamente alla rinnovata cifra ital-rock MTV-iana del duo, come se i Litfiba fossero sempre stati quelli di Proibito (sic) e non quelli di Istanbul.

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