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7.3

Un disco come un viaggio, un disco come una traiettoria di volo che percorre tracce. Nell’Oceano. Nell’Oceano Pacifico e nell’Oceano Atlantico. Un disco che celebra, evoca, imprime libertà. Un disco teatrale, un’opera di esotismo impressionista. 

Amelia è il disco che riporta alla ribalta Laurie Anderson, dopo sei anni di assenza dalle scene musicali (l’ultimo album, Landfall, risale al 2018), con un omaggio alla celebre aviatrice Amelia Earhart, di cui narra l’ultimo viaggio – un ambizioso giro in aereo intorno al mondo – che si conclude con la sua tragica e misteriosa scomparsa nel nulla. 

Ventidue pezzi, per una durata totale di trentacinque minuti, da ascoltare tutti d’un fiato come una trasvolata senza scali, che inizia da Oakland in California e che in California vuole tornare, ma che termina (forse) a qualche centinaio di miglia da Howland Island, senza lasciare alcuna traccia di Amelia e del suo navigatore Fred Noonan. È stata abilissima Laurie Anderson a cucire insieme i diari di viaggio e i telegrammi di Earhart con le proprie riflessioni sull’animo avventuroso – e femminista – di una pioniera dei cieli. Abilissima anche a dare suono al suo racconto, affiancando un parterre di eccellenti musicisti come Marc Ribot, Rob Moose, l’orchestra ceca Filharmonie Brno e ANHONI.

Il risultato è un lavoro apparentemente lineare, ma in realtà monumentale nei dettagli, per ispirazione della prosa letteraria, per la contemporaneità musicale e per l’accurato sostegno dato da suoni e cori alle immagini innescate dalla narrazione. Una narrazione di paesaggi fisici ed esistenziali, che si intersecano ad alta quota e su lembi terrestri, desertici, e che pare di vedere e vivere in prima persona, semplicemente ascoltando l’album, semplicemente assecondandone il corso.

Protagonisti gli archi, che scandiscono il ritmo del racconto e delle virate aeree, che fanno trama ad atmosfere sinistre, che spalancano spazi all’aria e al vento e poi danno voce all’oscurità dell’Oceano nero come la pece, tessendo infine di levità volatile un atterraggio in India, fra tori bianchi e pescatori di perle. In sottofondo, distorsioni e rumori elettronici, la chitarra di Ribot e la sezione fiati della Filarmonica di Brno a fare il loro buon gioco in un album che ha l’impronta e lo slancio della Anderson cresciuta con Philip Glass e John Cage, sempre e ancora lei, la signora dell’avanguardia newyorchese.

E ancora: fondamentale, urgente, prezioso il contributo di ANHONI, col suo canto dilatato, carnale, che sorregge e amplifica il parlato/cantato di Anderson al modo di riverberi in lontananza. È ANHONI il vento, è ANHONI l’eco di Laurie/Amelia, è ANHONI la voce alla radio di Itasca che non sente e non vede Electra, l’aereo di Amelia che sta per sparire. E che sparisce. Alla fine. Nell’Oceano.

Amelia è sì opera celebrativa, quel filo unico che annoda le gesta di una pioniera dell’aviazione americana alla coscienza politica della Anderson (in Fly Into The Sun, la Earhart è solo la versione femminile di Charles Lindbergh: “Sto salendo nella cabina di pilotaggio/Sorridendo ai fotografi/”Ehi! Lady Lindy!”/Non ho nemmeno un mio nome”). Ma è soprattutto una meravigliosa prova discografica che rimpiazza la fredda concettualità della performance artistica con scosse emotive di grande impatto. Un viaggio, seduti in cabina di pilotaggio, a lasciarsi (s)travolgere gli orizzonti per trentacinque minuti di fila. 

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