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Infinito? Macché, meglio chiudere qua, stop, basta, kaputt. L’album dei Litfiba pubblicato a inizio 1999 non tiene fede al titolo, che suggerirebbe tutt’altro, ed è quello che chiude la parabola canonica della formazione toscana. Poi verrà la reunion del 2009 e altri due lavori in studio prima della chiusura definitiva con il tour del 2022, ma sostanzialmente quello che c’è da dire sulla band fiorentina finisce qui, alle soglie del Duemila; e per chi alla sigla ha voluto bene, perdonandogli in passato pure qualche battuta a vuoto, è una botta difficile da digerire perché il sentirli ridotti così, Piero e Ghigo, fa contorcere le budella.

Infinito, sorta di capitolo apocrifo della Tetralogia degli elementi avente a tema il tempo, è in pratica un’anticipazione della carriera solista del frontman, col chitarrista ridotto a contorno e costretto a coprirsi di ridicolo da qualcuno che pare estorcergli la firma su roba aberrante tipo Mascherina e Frank. Se Mondi Sommersi era un polpettone radiofonico a tratti tamarro, il suo successore sprofonda ancora di più nella melma da classifica, smussata, gentile, accondiscendente, ma pur sempre melma, scendendo sul terreno dei Lùnapop, che però su quel versante, di qui a pochi mesi, si dimostreranno infinitamente più bravi.

Avendo ancora vivo il ricordo della band che fu, c’è di che restare allibiti di fronte a cose come la Sexy Dream stucchevole nenia acustica dai riflessi estivi, Canto di Gioia che è praticamente già il Pelù in solitaria che sentiremo da qui a un annetto in Né Buoni Né Cattivi, al pari della conclusiva Incantesimo. Prendi In Mano I Tuoi Anni è un altro brano in scaletta e il titolo suona come uno sprone, un suggerimento dato a un’interlocutrice giovane, una figlia forse, ma chi lo dice è qualcuno che i suoi, di anni, quelli migliori, li sta rinnegando, sbertucciando.

Pelù sì, proprio lui è il maggior indiziato a esser pietra dello scandalo, il responsabile della deriva stilistica (anche se parlare di stile riguardo a questi Litfiba è abbastanza fuori luogo). Il timbro vocale, poi. Il cantante da macho spiuma-passere qual era si fa “donna”, e questo non sarebbe di per sé un male se non fosse che la plastica non riesce con tutti i crismi e il chirurgo gli lascia una gonade in canna che fa presto ad andare in setticemia. Il suo cantato – fatti salvi alcuni episodi come la socialmente critica (si fa per dire) Nuovi Rampanti – ora è morbido, soave, in certi casi spunta addirittura il falsetto; però resta nel guado, non si decide, e la band – Renzulli in testa – non può che star lì, sospesa, ad aspettare che scenda la manna, col risultato che il sound viene a perdere non solo l’aggressività ma anche la risolutezza che lo contraddistingueva.

Infinito in realtà è finito prima di cominciare. È fasullo, molesto, addirittura offensivo nella sua impudenza caramellosa. La fine indegna di un’epopea, l’eroe omerico che scappa davanti a un gatto, la tragedia che diventa farsa. Nondimeno, l’ottavo lavoro in studio dei Litfiba è il loro che venderà di più (strana la vita a volte) grazie anche al formidabile traino offerto da due singoli quelli sì indovinati, Il Mio Corpo Che Cambia e Vivere Il Mio Tempo. Ma sono davvero gli ultimissimi fuochi del marchio, coi due titolari ai ferri corti che durante il relativo tour promozionale annunceranno la separazione. Non ce li dimenticheremo mai, Pelù e Renzulli all’ultima recita congiunta sul palco del Monza Rock Festival l’11 luglio 1999 condividere il proscenio senza manco guardarsi in faccia (proprio come accade sulla copertina del disco). Ma come si dice, non è finita fino a quando non è (in)finita.

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