Recensioni

8.5

Immaginate un decennio, o gran parte di esso, in cui il presidente degli Stati Uniti è Reagan, quello inglese la Thatcher e quello italiano Craxi; come se non bastasse, in Germania comanda un democristiano e Israele è a guida destra nazionalista: come direbbe Sordi, posso esse’ ancora incazzato? Domanda retorica che avrebbe senso se oggi non stessimo peggio di allora, e domanda che probabilmente i Litfiba da tempo non si fanno più. Però nel 1986 (e per qualche altro anno a venire) hai voglia se erano incazzati, del resto non potevano che uscire (originariamente) per un’etichetta che si chiamava I.R.A..

La Trilogia del potere di Piero Pelù e soci ha in 17 Re, pubblicato il 13 dicembre 1986, il suo apogeo. Diciassette re, e in copertina il cuore di quello più importante, il Re dei re, Gesù Cristo. Ma altro che spirito natalizio: la seconda prova in studio della band fiorentina è vomitamento di bile, una prolungata, cagnesca, fracica espettorazione di catarro e bitume espressa in sedici frecciate frulla-budella, un’opera monumentale, enciclopedica, forse il più importante disco rock italiano degli anni ’80, quello che meglio rappresenta i suoi autori incarnandone lo spirito disallineato, insolente e zozzo rispetto all’edulcorata ideologia consumistico/edonistica, e quindi conformistica e totalizzante, modellata soprattutto dalla TV.

Non c’è un momento di stanca, in 17 Re, nonostante la puzza di torbido e ristagno che lo pervade. Odore di carne marcescente, di fracico appunto. Tutto è in movimento nel mondo zingaro dei Litfiba, artisticamente apolidi come chi vaga all’infinito piantando le tende giusto il tempo di mettere ad asciugare gli stracci lezzosi, in quel continuum itinerante e tormentato di chi è cittadino del mondo ma cittadino alieno, che sta bene ovunque e non sta bene da nessuna parte, che dorme sui serci e si lava se e quando trova una fontanella.

Il sophomore della band fiorentina è un pozzo maleodorante ma pieno di perle sul fondo, è intriso di anarchia e nichilismo, è antiestetico, militante nella sua disobbedienza, è contro natura nell’accezione ungarettiana, perché lo stesso «atto di civiltà, che è un atto di prepotenza umana sulla natura, è un atto contro natura» (cit.). E qui di civiltà (al plurale) ce n’è a bizzeffe: occidente e oriente, nord e sud, consumismo e Terzo mondo, cultura cristiana e cultura islamica, anglosassone e latina. Lo scontro, fragoroso, è reso in musica dalle tensioni interne al gruppo che nel giro di un paio d’anni sfoceranno nella clamorosa scissione a cui seguirà un’incarnazione del marchio molto più addomesticata alle logiche dell’industria musicale.

È ancora di impianto new wave, il nuovo corso dei discoli gigliati con lo studio di registrazione nella mitica via de’ Bardi, ma sempre più la new wave dei Nostri si fa mondialista e sempre meno somiglia a quella dei Joy Division o dei primissimi U2. L’abbiamo detto, siamo nel 1986, in piena guerra Iran-Iraq, con l’America a sostenere Saddam Hussein contro l’Impero del Male, e con Gheddafi che ad aprile bombarda Lampedusa. Undici anni prima Pasolini è stato ucciso e guarda caso stava scrivendo un romanzo che si chiamava Petrolio. Ecco allora Oro Nero, uno dei passaggi più ispirati del lotto, che dà la misura di quanto i Litfiba non si guardino l’ombelico (del mondo) ma mettano il naso fuori fino a toccare la sponda opposta dell’Adriatico e intrufolarsi nell’entroterra assorbendo influssi balcanici, oppure discendere il Tirreno ammaliati da sirene mediorientali, o addirittura attraversare l’Atlantico per addentrarsi tra selve e altipiani latinoamericani, a loro modo anticipando il melting pot tanto di moda nei Novanta.

Migliorano tutti, i singoli componenti del sestetto (se non si considera il contributo addizionale di Daniele Trambusti alle percussioni), che già in Desaparecido avevano mostrato le premesse di una maturazione prossima a completarsi. Pelù aggiunge raffinatezza, scaltrezza ma soprattutto versatilità alla cifra combat che l’ha fin qui contraddistinto: ora ha un tono più sexy, confidenziale, un po’ dolce un po’ acidulo, e si cala perfettamente nelle canzoni controllandosi come un gigolò che ha in mano i tempi del coito. Poi, a conferma della sua polivalenza, cambia registro arrivando perfino a fare il Cane, quando non il muezzin, scivolando con la voce come con una tavola da surf sull’onda araba.

Pelù è notoriamente anche autore dei testi e anche in questo senso tocca picchi di poetica sublime. Ne citiamo due: «Potrei vivere nel sogno di volare / Lanciandomi a cavallo delle scie / Alzandomi come sabbia» e «Il sogno traveste di luce ogni cosa vivente / E non toglie la paura dei fantasmi». Ma un ulteriore salto di qualità lo fa pure Ringo De Palma: il suo drumming adesso è meno secco, militaresco e molto più “melodico”, pieno di cambi di ritmo, tempi dispari e giocate sopraffine ancorché non appariscenti; in linea con l’album, del resto, perché 17 Re è tutto così: una sorpresa dietro l’altra, quando meno te l’aspetti sbuca fuori la stilettata sghemba che ti infilza. Pensi che un pezzo vada in una direzione e all’improvviso fa un testacoda, dà una sgasata e si lascia dietro folate di fumo nero e sgommate nero pece sull’asfalto (a proposito: il cognome del produttore del disco è Pirelli). Un vortice emotivo e sensoriale, niente è scontato, manco la morte, che anzi qui è esorcizzata a mezzo danze pazze intorno al fuoco (un po’ come la Eva di Tziganata).

E al fuoco c’è un sacco di carne. Non otto-tracce-otto come nel lavoro d’esordio ma addirittura due volte tante (l’album in effetti fu pubblicato inizialmente come doppio) e tutte inzeppate degli ingredienti più disparati. 17 Re è un maquillage, è cubista, tanti pezzi diversi attaccati insieme. Café, Mexcal e Rosita è un divertissement arty/funk imbottito di tastiere che neanche gli XTC, Sulla Terra abbozza addirittura passi reggae, Tango rivede i passi della danza argentina in chiave sinistra e Vendette ha intarsi spagnoleggianti. Ma la strada maestra del post-punk non è abbandonata, vedi alle voci Resta e Re del Silenzio. I Litfiba adesso lavorano per addizione senza però nulla perdere dei singoli addendi. Alle linee squadrate e razionali di Desaparecido sovrappongono bizantinismi, arabismi, barocchismi. Così troviamo fisarmoniche, tamburelli, clavicordi e violini perfettamente amalgamati con la cifra ital-rock più classica che – ripetiamo – non smette di guardare al Nord Europa.

Tuttavia la band è dilaniata al suo interno. Le tensioni riguardano principalmente lo stile musicale ma un loro peso nel deteriorarsi dei rapporti ce l’avranno anche il consumo di droga e alcol da parte di alcuni componenti. Dopo il secondo capitolo in studio i Litfiba accentueranno le spinte centrifughe al loro interno, rese plasticamente dalla coesistenza di stili musicali sempre più agli antipodi: dalle lugubri atmosfere dei Tuxedomoon (vertenti soprattutto su basso e tastiere) alla solarità mediterranea, dall’hard-rock più ledzeppeliniano ai soliti influssi della musica araba.

Non che i Litfiba di metà Ottanta disdegnino il pop, anzi tutt’altro, e i germi della svolta degli anni ’90 si colgono già nella splendida Apapaia, ancora oggi un cavallo di battaglia dell’ensemble; anche se poi il gioiello nascosto è quella meraviglia di Pierrot e La Luna, elegia notturna dalle arie conturbanti. «La prossima l’abbiamo suonata pochissimo dal vivo anche negli anni Ottanta, è proprio una chicca», dirà Pelù introducendo la versione della canzone presente nel provvidenziale Trilogia 1983-1989 live 2013. 17 Re non ha un punto debole, è perfetto, tanto che, per esempio, dalle magnifiche sedici canzoni scelte resta fuori la maestosa Transea. In ogni caso siamo ampiamente ripagati anche dall’alcolica e charlesbukowskiana Gira Nel Mio Cerchio, dalla rapsodica Come Un Dio e da una chiusura che più meglio non si può quale il pamphlet antimilitarista Ferito, che a un certo punto dice: «Grande capo bianco vuole carne da cannone / E che sia bello morire insieme». Vedi che poi il mondo del 1986 non è così diverso da quello del 2022 e anzi forse gli anni ’80 erano solo un test per prepararci al XXI secolo.

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