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Quando ho saputo che il 13 febbraio  Giovanni Lindo Ferretti sarebbe venuto a Torino con il suo ultimo spettacolo,  Percuotendo. in cadenza, la perplessità iniziale mi aveva trattenuto dall’andarci. Poi, come già mi era capitato con lui, ho messo da parte le titubanze e ho ceduto, concentrandomi sull’unicità che quell’evento avrebbe potuto avere. E bene ho fatto, perché così è stato. A 73 anni, Ferretti continua ad attraversare i mutamenti della sua esistenza, prendendo piena consapevolezza della preziosità del proprio vissuto. Ancora una volta sul palco, deciso a percuotere non solo la sua vita, ma anche quella di chi continua ad ascoltarlo.

Curato da Musiche Metropolitane, di Luca Zannotti, il tour ha fatto tappa al Teatro Colosseo grazie all’organizzazione puntuale di Hiroshima Mon Amour. Lontano da autocelebrazioni narcisistiche, come temevo potesse essere, Percuotendo. in cadenza si è rivelato invece un vero dono, una condivisione: quella della gioia di un uomo che contempla la fortuna e la bellezza che lo circondano, nonostante il buio e le avversità del nostro tempo.

Accompagnato dalla chitarra di Luca Rossi, e da Simone Beneventi alle percussioni, Ferretti appare sul palco tra uno scroscio di applausi, che rapidamente lasciano spazio a un silenzio totale. In scena, oltre ai musicisti e alla strumentazione, spicca il teschio equino di Tancredi, amico fedele di Ferretti. Elemento scenico dal sapore amletico, memento mori tangibile e metafora del legame profondo tra uomo e animale, la testa liscia e pesante di Tancredi accompagna la voce inconfondibile e sempre emozionante di Ferretti nella versione ecclesiastica e dilatata di Finistère.

La prima delle 18 canzoni in scaletta si dissolve gradualmente in una narrazione che, partendo dall’inaspettata reunion dei CCCP e dal fuoco ardente di quel periodo, si propone come “[…] un viaggio a ritroso nello spazio e nel tempo”.

Tra un aneddoto e l’altro, Ferretti ripercorre la propria vita: l’infanzia, le difficoltà adolescenziali, i compagni di avventura che daranno vita a tutti i suoi progetti, la famiglia, i cavalli, le suore del collegio che lo esortavano a cantare contro la sua volontà, il tempo che passa e trasforma, i viaggi, gli arresti – cardiaci e professionali – gli addii e i ritorni.

Intanto Rossi e Beneventi reinterpretano i repertori di Ferretti, dai CCCP ai PGR, passando per i C.S.I. e i lavori da solista, con un arsenale sonoro che spazia da xilofoni e MalletKat a casse sospese, campane e tamburi.

Si alternano così canzoni emblematiche come A tratti, Brace, Depressione Caspica – in chiave dub –, Cronaca montana e Del mondo verso la chiusura. A metà concerto, Ferretti si avvicina al teschio di Tancredi, lo accarezza e poi lo solleva verso il pubblico, declamando a voce libera: “Essere, non essere, comparire, scomparire, non comparire, quanti problemi nell’anno di grazia 2026, anno del cavallo iniziato con la luna del lupo. Il cavallo e il lupo propiziano un biennio mongolo”. Segue un momento recitato, quindi la ripresa delle danze con una sorprendente versione elettronica di Cavalli e Cavalle dai PGR e la tripletta tratta dal debutto da solista Co.Dex: Pons tremolans, Trabocca, Neukölln.

Le emozioni attraversano il pubblico fino al suggestivo riarrangiamento di Te Deum, dall’album Litania (2004) realizzato con Ambrogio Sparagna. Il colpo di grazia arriva con l’ultimo episodio autobiografico sulla vocazione del canto, che lascia poi spazio alla sublime Annarella, capace di penetrare nelle orecchie, nelle vene e nel cuore. La folla è in delirio, gli artisti ringraziano, il sipario si chiude, e ci si alza con l’ennesima conferma della grandezza artistica e spirituale di Giovanni Lindo Ferretti, della profondità di un uomo per il quale non si possono pronunciare parole che non siano d’amore.

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