Il mio 2022 in musica è stato un anno di déjà vu, non tanto intesi come ripescamenti nostalgici o snobistiche lamentele sul “nuovo” che non arriva (di musica nuova se n’è ascoltata tanta, finanche troppa – qui sotto una playlist con il “meglio” del 2022 che dura poco meno di una giornata), quanto come momenti d’ascolto in cui epifanie musicali del passato si sono fatte risentire nel presente.
Correva l’anno 2004 e durante un interminabile viaggio Roma-Milano in treno nel mio discman girava una copia di Plague Mass di Diamanda Galás, gentilmente masterizzata da una dolce metà in rigorosissima bassa fedeltà. Difficile descrivere a parole l’intensità di quel primo incontro con la veterana della musica sperimentale, le cui laceranti urla finirono per sovrastare qualunque rumore esterno e malumore interno. Allora non sapevo Plague Mass documentasse un’esibizione dal vivo, né che il mix di versi biblici e glossolalie nei perentori j’accuse di Galás pescassero dalla sua trilogia Masque Of The Red Death, dedicata a commemorare e problematizzare gli effetti dell’epidemia dell’AIDS negli anni Ottanta. Eppure quel mix, accompagnato da brutali percussioni e pietrificanti silenzi, agì al contempo da “schiaffo morale” e “chiamata alle armi”, un richiamo a fare attenzione e ridimensionare approcci troppo egoriferiti all’esistenza.
18 anni dopo Galás è tornata a schiaffeggiarmi durante un viaggio in treno nel Sud dell’Inghilterra, il suo Broken Gargoyles l’ultimo, scorticante documento della sua figura di compositrice d’avanguardia e storica di stampo foucauldiano. Era dai tempi di Defixiones, Will and Testament (2003) che Galás non dedicava un intero disco a un lavoro d’impronta concettuale: qui i versi del poeta tedesco Georg Heym diventano il punto di partenza per uno dei più convincenti saggi sul tema dell’abiezione della sua carriera.
La musicista del Colorado Josephine Foster per la prima volta ha fatto uso massiccio di sintetizzatori e atmosfere spirituali à la Alice Coltrane in Godmother, riscoprendo il lato più ieratico ed oscuro della sua musica, quello che me ne fece innamorare dai tempi dell’insuperato A Wolf In Sheep’s Clothing (2006). «I feel like a ghost / Denied the holy host / Inconsequential, quandering», i versi più rappresentativi dell’annata. Arrivato a inizio 2022, il déjà vu fosteriano ha alimentato una sete di sonorità vagamente apocalittiche a cavallo tra folk, elettronica e musica sperimentale in senso lato.
L’imponente Two Sisters di Sarah Davachi ha regnato supremo nei momenti più distensivi, mentre Through a Room di Bill Nace è diventato la colonna sonora ufficiale dei viaggi in metro più asfittici e introspettivi. Autentico déjà vu folk horror, invece, quello generato da Shadow Swamps dei Metal Preyers, un disco capace di ricordarmi al contempo il verminare dei primi Nurse With Wound e le inquietanti immagini di vecchi libri di favole per bambini stampate per sempre nella memoria (l’intero disco è attraversato dal canto improvvisato della figlia di sei anni di Jesse Hackett, membro del gruppo).
Restando in ambito musick to play in the dark, i CS+Kreme, duo australiano composto da Conrad Standish e Sam Karmel, quest’anno ha dato alle stampe Orange, degno successore dell’eccellente Snoopy del 2020. Una performance sorprendentemente danzereccia e sensuale a Cafe OTO all’inizio dell’estate lasciava intuire l’arrivo di un nuove esplorazioni in ambito jazz, tra permutazioni spiritiche (Mandarin) e dissonanti divertissement espressionisti (Shred).
Altrettanto spiritico What Dreams May Come di Rabit, il primo full-length da Life After Death del 2018, l’album con cui il produttore di Houston si lasciava alle spalle l’associazione con grime e deconstructed club a favore di un sound più acusmatico. Dopo una nutrita serie di mixtape in omaggio al suo idolo DJ Screw, Rabit è tornato a celebrare quel senso di comunità che, come ci raccontava in sede d’intervista nel 2018, è sempre stata la forza trainante nel suo lavoro. In What Dreams May Come compaiono, tra gli altri, i SALEM (anch’essi cresciuti a suon di variazioni sul tema screw), Eartheater, la musa del fu circolo NON Worldwide Embaci, Maxwell Sterling, Colin Self e un nutrito gruppo di amici e collaboratori vicini all’etichetta di Rabit Halcyon Veil.
Se il veterano industrial JG Thirlwell ha aggiunto la sua firma all’ultimo lavoro di Rabit assieme a John Beltran (la commuovente suite ambient/trance Reprise, in chiusura), l’ex-Coil Drew McDowall è comparso sull’eccellente Random Girl della musicista di New York James K, un disco che, sotto le “false promesse” di un seguito pop/shoegaze alle sue scorribande alt-pop dei 2010s, durante l’estate ha scatenato l’ennesimo déjà vu, questa volta del mio primo incontro con la power electronics di Pharmakon.
Oltre ai nuovi di Denzel Curry, Saba, Earl Sweatshirt e WiFiGawd, tra gli altri, l’hip-hop si è fatto strada per vie traverse nel mio 2022 in due dei dischi più “urgenti” dell’anno, Conduit di Coby Sey e Nothing To Declare di 700 Bliss. Conduit suona come una risposta post-millenium al Pre-Millenium Tension di Tricky, incapsulando al contempo un senso di profonda disillusione e l’urgenza di una risposta collettivistica a ineguaglianza sociale e alienazione. Laddove in pezzi come le imprendibili Night Ride e Eve, Sey esemplifica il lato più minimalista dei suoi lavori strumentali, noti ai più per le collaborazioni con Tirzah, nei brani più verbosi del lotto, come Mist Through The Bits e Permeated Secrets, Sey emerge come uno dei narratori più acuti e brutalmente onesti della scena British post-grime attuale.
Se in Permeated Secrets Sey annuncia: «I don’t care if you like my work», nello skit Easyjet Moor Mother e DJ Haram scelgono la strada del sarcasmo e inscenano una conversazione tra due “hater” della loro musica: «Who wants to hear that shit»? Nothing To Declare non ambisce ad essere il disco perfetto che l’EP del 2018 Spa 700 lasciava intravedere. A contraddistinguerlo è il menefreghismo punk con cui Haram e Moor approcciano le proprie influenze, accavallando alcuni dei beat più corrosivi e rumorosi della prima (come sempre ispirata a hip-hop, Jersey club e musica tradizionale del Medio Oriente) alle lezioni e visioni di storia della musica Black della seconda (in un’indimenticabile Anthology, Moor Mother evoca la coreografa e antropologa Katherine Dunham, chiamandola «the matriarch of Black dance»). Nothing to Declare è un disco dal sound cangiante in cui radicalismo e divertimento parlano la stessa, irriverente lingua.
Un anno fiacco sul fronte pop, contraddistinto da un rifiuto a misurarsi per bene con i super big, probabilmente dovuto a un divario generazionale sempre più percepibile. Se alle richieste dei miei studenti universitari di un parere su Midnights di Taylor Swift ho risposto con un algido «no comment», le conversazioni sui meriti di ROSALÍA e Shygirl hanno portato a fruttuosi dibattiti su imperialismo culturale e postfemminismo. La musicista di Londra Shygirl, che ho intervistato per SA pochi minuti prima di entrare in aula, con Nymph ha fatto il salto definitivo nel mainstream in termini di visibilità (mai avrei pensato di vedere migliaia di persone cantare i suoi rap in una venue come Printworks, a Londra), mantenendo uno strategico eclettismo nelle co-produzioni realizzate con Mura Masa, Sega Bodega, Kingdom e Cosha tra gli altri. Ascoltando Nymph e il MOTOMAMI dell’ipertalentuosa ROSALÍA, un déjà vu mi ha riportato a tempi più recenti, agli anni 2010 in cui Arca, SOPHIE e altri onnivori produttori vicini alle due artiste gettavano le basi per un “pop alternativo” del futuro che lentamente si sta materializzando – la glitch-porn ballad di ROSALÍA HENTAI, in particolare, mi ha riportato agli estemporanei mash-up dei DJ set di Arca di metà anni Dieci.
Nessun rischio di nostalgie e rivisitazioni ha invece offerto il folgorante Mutate del musicista del Cairo ABADIR, un album che all’ennesimo ascolto ancora riesce a divertire e “schiaffeggiare” con i suoi sincopati ibridi di ritmiche popolari arabe e club music. La vorticosa title-track, in cui una sezione d’archi da un brano anni Cinquanta del Marocco si unisce a sonorità jungle, contiene un sample esemplificativo e un augurio per un 2023 contrassegnato da epifanie nuove di zecca: «I think it’s time to make the floor burn».
Classifica
- 700 Bliss – Nothing To Declare
- Diamanda Galás – Broken Gargoyles
- Coby Sey – Conduit
- CS+Kreme – Orange
- Roméo Poirier – Living Room
- Jeremiah Chiu & Marta Sofia Honer – Recordings from the Åland Islands
- James K – Random Girl
- ROSALÍA – MOTOMAMI
- Sarah Davachi – Two Sisters
- Denzel Curry – Melt My Eyez See Your Future
- Josephine Foster – Godmother
- Metal Preyers – Shadow Swamps
- Huerco S. – Plonk
- Shygirl – Nymph
- Moin – Paste
- Earl Sweatshirt – Sick!
- Rabit – What Dreams May Come
- Bill Nace – Through a Room
- Iceboy Violet – The Vanity Project
- ABADIR – Mutate