Recensioni

7.2

Quanto tempo occorre per digerire quattro album, apprezzandoli come si deve? Con l’uscita di quattro dischi in quattro giorni consecutivi (30 Novembre – 3 Dicembre 2021), la produttrice venezuelana Alejandra Ghersi, sembra interessata, più che a fornire una risposta, a mettere in discussione i presupposti dietro alla domanda. E se il format album potesse essere ripensato? Se il singolo di un’ora @@@@@, pubblicato nel 2020 come trasmissione interplanetaria dell’alter-ego transumana DIVA EXPERIMENTAL, sembrava accavallare gli stilemi e apparati concettuali di plurimi album mai conclusi, sul primo volume della saga KiCk, pubblicato lo stesso anno, già incombevano le ambizioni dei capitoli successivi. Presentato come l’incarnazione “pop” di una saga in divenire, KiCk i giocava a scardinare le proprie premesse, unendo alle indiscusse ambizioni divistiche dei brani più accessibili (Time, KLK, con ROSALÍA), momenti di spietata inscrutabilità (Rip The Slit, La Chíqui, con una SOPHIE in modalità anti-hyperpop). Un album, certo, ma più realisticamente il prodotto di un’arte combinatoria improntata tanto al world-building quanto al caso. 

KiCK ii, KicK iii, kick iiii e kiCK iiiii, dunque, arrivano come missive da un mondo di finzione in continua espansione (quello sinora rappresentato nei magniloquenti video d’impronta sci-fi di Frederik Heyman), un incontenibile apparato audiovisivo che i fan di Arca, come gli adepti delle più intricate saghe di videogiochi di ruolo, si divertono a monitorare e risignificare, seguendo le numerose e spesso fuorvianti indicazioni de la Doña (è così che Ghersi s’introduce nell’omonimo brano di apertura al secondo volume). Da ormai parecchi anni Arca comunica con i suoi mutant (così chiama i suoi fan) attraverso una miriade di canali, tra dirette Instagram, stories, conversazioni su piattaforme come Discord, Patreon e Twitch. Molti dei brani sparpagliati su questi quattro volumi, non a caso, sono apparsi in mixtape, versioni esclusive e stories di varia durata a partire almeno dal 2018, interpretazioni di mood, concept e ispirazioni annesse e (s)connesse. Le stesse tracklist di ciascun capitolo sono andate mutando negli anni e nonostante l’esondante quantità di brani pubblicati nei fatidici quattro giorni (47 in totale), non occorre essere mutant di primo livello per notare l’assenza di pezzi a lungo considerati fondamentali all’impresa. L’organizzazione dei materiali in quattro volumi, dunque, va concepita come un escamotage, un arbitrario tentativo di mettere ordine in un corpus programmaticamente improntato al trasformismo, tema portante nell’opera di Arca.  

Nonostante sia possibile identificare una sensibilità e finanche un genere dominante in ciascun capitolo (il reggaeton in KiCK ii, il nesso IDM/deconstructed club che ha reso Arca nota ai più negli anni Dieci in KicK iii, l’eco di un alternative rock d’altri tempi in kick iiii e l’ambient in kiCK iiiii), un buon numero di brani presenti su ciascun album agisce da forza centrifuga, presentandosi come “outsider” più facilmente allineabili alla direzione di uno dei capitoli contigui. Joya, per esempio, in cui Arca recupera le aritmie della Björk di Homogenic, accavallando una delle sue interpretazioni vocali più liriche e commuoventi di sempre a una pioggia di clavicembali digitali, chiede di essere compresa nel contesto degli inni (auto)curativi di kick iiii, e invece finisce per chiudere il disco più schizofrenico e scorticante del lotto, KicK iii. Quest’ultimo, a sua volta, sembra voler rivendicare la maternità di Araña, uno scombussolante vortice di voci chopped & screwed e iperplastici beats che non avrebbe stonato sui primi, avanguardistici EP di Arca (Stretch 1 e 2), e che invece finisce per perdersi tra i bollori reggaeton di KICK ii, un album talmente disomogeneo da ospitare persino l’inspiegabilmente scialbo duetto con Sia Born Yesterday.  

Momenti di dissonanza estetico-cognitiva come questi abbondano, dimostrando al contempo il fascino e il pericolo dell’impresa. Se da una parte i brani dei quattro album prendono corpo nei loro rimandi interni e nel coagularsi di grandi aree tematiche (il club come santuario alieno; la fluidità di genere; una sessualità queer in bilico tra romanticismo e rivolta), prestandosi più al formato “combinatorio” della playlist che a quello dell’album, dall’altra l’abbondare di stimoli finisce per diluire l’esperienza d’ascolto complessiva, rischiando di adombrare alcuni degli episodi più meritevoli. È su questi trionfi che vale la pena concentrarsi, facendosi strada nel caos. Complice la collaborazione, più che in passato, con un nutrito numero di co-produttori (Cardopusher, Daniel Benza, Boyz Noize, Max Tundra e Machinedrum, tra gli altri), Arca è riuscita a portare agli estremi alcune delle sue intuizioni del passato, producendo alcuni dei suoi brani più accattivanti. Tocca scovarli. 

Molti di questi si concentrano nel terzo volume, una vera e propria celebrazione dell’approccio più performativo e “punitivo” dei suoi mixtape e DJ set di elettronica freeform. L’apripista Bruja, co-prodotta da Daniel Benza, riprende il testo del lussureggiante singolo Rakata e dell’esilarante numero reggaeton Tiro, entrambi da KiCK ii, ma supera di gran lunga entrambe in quanto a impatto sonoro: un intossicante, violento inno ballroom in cui braggadocio e autoironia coincidono («Did I stutter? Hear me roar/While I’m shitting on the pavement/Wow, how? Throw the towel», narra), il brano finisce per esplodere in un assordante, disperato richiamo a una resistenza queer («Let me see you fucking bounce/Let me see you bitches move», urla). Scorticano senza pudore e in un’unica, imprendibile sequenza anche Skullqueen (una sorta di risposta hardcore all’Aphex Twin di Cock/Ver10), Electra Rex, Ripples e Rubberneck, caotici miscugli di drum n bass, IDM e industrial, declinati in chiave verbosa, schizoide e sperticatamente erotica. Si prende persino gioco di Freud, Ghersi, che concepisce l’alter-ego Electra Rex come un archetipo non binario che uccide metaforicamente madre e padre, trovando nell’autoerotismo il materiale necessario alle proprie scorribande identitarie. Nell’ossessiva Rubberneck, complici le distorte, cadenzate note al piano che la ricordano, sembra maturata anche la sessualità dell’alter ego di Ghersi Xen (comparsa per la prima volta sul disco omonimo del 2014), mentre nei tre minuti di My 2, Arca concepisce uno dei suoi attacchi più estremi, un concerto di vocals processati al limite del comprensibile, impiegati a mo’ di lame per ritagliare il fotogramma di un coito («I can hit it, whip it, kill it slow/You want it»). KiCK iii, non c’è alcun dubbio, rappresenta il picco psichedelico ed erotico della discografia di Arca. 

Più che nei toni vagamente didascalici dell’inno Queer, con la veterana Planningtorock, lo status di icona queer di nuova generazione di Arca emerge incontrastato negli eccessi del terzo volume e a cavallo del quarto e del quinto, dove Ghersi racconta a mezzo di sonorità più malinconiche e trascendenti la riscoperta e celebrazione di un sé in costante mutamento. A testimonianza dei suoi gusti e riferimenti onnivori, Arca confida in Shirley Manson (Alien Inside, da kick iiii) e Ryuichi Sakamoto (Sanctuary, da kiCK iiiii), ingaggiati per recitare stralci di un suo manifesto (probabilmente indebitato al poststrutturalismo della filosofa Julia Kristeva) in cui abiezione e rinascita finiscono per sovrapporsi («Asking to remember/To recognize the alien within/Dignity in the abject/The first time you died/Celestial sparkle/A mutant faith/Post-human»). Tra mesti interludi privi di forma (Xenomorphgirl, Altar) e lunghe, cullanti improvvisazioni attraversate da felpate chitarre e glossolalia (Boquifloja, Hija) il quarto volume sembra raccontare un processo di guarigione, lontano da aggressioni e pregiudizi provenienti dall’esterno (l’iridescente chamber pop di Esuna, con Oliver Coates, prende il suo titolo da una magia curativa nella saga Final Fantasy). Il quinto impiega un minimalismo ambient e il collaudato canto operatico del suo album Arca (2017) al fine di catturare il senso di una vera e propria rinascita spirituale e corporea.

È la stessa Arca a fare luce sull’operazione, riprendendo in prima persona il manifesto narrato da Manson e Sakamoto nella splendida Lost Woman Found: «I finally have something to say», annuncia «You can find out on your own/What it means to be mutant/What it means to recognize the alien inside». Tra assordanti sintetizzatori e asfittiche scariche di rumore, Arca intona uno dei suoi inni più solenni e disarmanti, solidificando un percorso di ricerca sonora e concettuale iniziato sì dieci anni fa, ma che solo adesso, forse, riesce propriamente a tendere una mano all’ascoltatore senza rinunciare a sperimentazione e dissonanza. Che a fronte di 47 nuovi brani sia facile lasciarsi sfuggire momenti come questi è indubbio. Pertanto, che ci si identifichi come autentici mutant o casuali ascoltatori, l’unico modo per connettere con il proprio “alien inside” è perdersi nella saga, ritagliandosi percorsi ad hoc che del formato album, in fin dei conti, poco si curano. 

Amazon
SentireAscoltare

Ti potrebbe interessare

Le più lette