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7.3

A distanza di tre anni da Zuu – e con due EP Unlocked nel mezzo – Denzel Curry torna su Loma Vista con Melt My Eyez See Your Future, il suo album finora più ambizioso. Il rapper della Florida ha chiamato a raccolta una schiera di feat. e produttori degna di un disco di Travis Scott, e lo citiamo non a caso dato che è lui il riferimento privilegiato fatto da Luca Roncoroni nella recensione del sopracitato lavoro lungo. Parliamo di due personaggi che prestano grande attenzione alla curatela artistica e a un’estetica personale saldamente radicata nelle rispettive città d’origine. Nel caso di Curry, parliamo di Miami, e dunque il suo è un southern rap densissimo di riferimenti. Cita i decani dell’Hip Hop soul suonato – i Roots – e l’arte marziale Muay Thai tra le influenze di un disco che, di sicuro, si porta appresso una bella quantità di campionamenti cinematografici degli anni 70s, tanto da film di arti marziali quanto da filmazzi western e sci-fi.

L’immaginario è prestato a una fumosa/fangosa estetica da Sunshine state dagli impasti exotici. Perché è lampante, qui si fanno le cose in grande finendo per sprofondare nelle sabbie più nobili del soul, agitate magari da qualche scossetta funk (Worst Comes Worst). Chiaro che uno disallineato come JPEGmafia alla produzione di un pezzo che s’intitola John Wayne ci stia “come er cacio sui maccheroni”, giusto per connotare a livello di carboidrati un prodotto che scoperchia i demoni che si agitano sotto il mito stellestrisce. E poi sì, Sergio Leone è un’influenza dichiarata (Walking). La parte pop del disco si chiama The Last ed è prodotta da due che hanno già un Grammy sul comodino, i FnZ, e HWLS, altro producer sempre australiano sodale di Curry. Quella neo soul, giocata d’eleganza jazz, è Metal, con quei cori r’n’b decisamente in area 90s per gentile concessione dell’angelica Bridget Perez. Quest’ultima, peraltro, appare in ben altri quattro pezzi in scaletta, segno che la sua ugola di miele ben si confà a questo esotico retro-futuro.

Rimanendo sui riferimenti, gli omaggi a J Dilla e non solo quello altezza Soulquarians, a D’Angelo come a Erykah Badu, si sprecano, così come è a dischi quali Graduation di Kanye che Curry ha guardato. Stando sul presente, a riallacciare i contatti con i trappusi in autotune pensa Troubles, con uno zuccherino T-Pain. E se ne poteva far a meno. Dimenticavamo, qui c’è pure Thundercat ad aggiungere un po’ del suo compatibilissimo cartoon sound vintagistico. Una zaffata di g-funkismo che dura lo spazio di un minuto, tanto che sembra di aver visto un episodio di Cowboy Bebop. E slowthai, a occhio l’unico brit tra tutti i collaboratori, che via Pleasant e Jonnywood (che producono) porta pure una ventata di britannicissimo drum’n’bass. Album denso si diceva. Album riuscito è il caso di aggiungere.

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