Recensioni

Tra gli artefici principali di un suono che, negli ultimi anni, ha pian piano conquistato sempre nuovi palcoscenici e numerosi spettatori, lo statunitense Ezra Rubin, meglio noto con lo pseudonimo Kingdom, è non solo membro fondatore dell’etichetta Fade to Mind (a cui dobbiamo anche il recente e massiccio Insurgency firmato da Leonce), ma con le proprie produzioni ha contribuito a formare una nuova idea di funk/soul futurista e dance-music urbana: la punta dell’iceberg del sound proposto da Kingdom e dalla Fade to Mind è rappresentato probabilmente dalle tredici tracce del mixtape d’esordio della meravigliosa cantante Kelela.
In quel mixtape erano tre le tracce prodotte da Ezra, ed è una sorpresa notare come in questo Tears in the Club, ambizioso esordio sulla lunga distanza, Kelela non appaia mai, sostituita invece dalle presenze vocali di sZa, sensuale e dopata, e Syd, più frizzante e solare. Featuring (orientati ad un soul sì contemporaneo, ma meno legato all’elettronica) che rendono bene le velleità pop dell’album: in Tears in the Club mancano completamente gli affondi ritmici, glaciali ma irresistibili, e il sound raffinato e il timbro personale e riconoscibilissimo non bastano a convincere, a conquistare.
Per un disco pensato col fine di confrontarsi con una materia meno elitaria e più universale, quello che manca a Tears in the Club è esattamente ciò che rende memorabile il grande pop: la qualità delle canzoni. E né le vesti scintillanti, né i beat lascivi, né le pur ottime interpretazioni degli ospiti bastano a nascondere questa mancanza.
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