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7.4

Il ritorno di Josephine Foster in Colorado a seguito di più di un decennio trascorso tra gli Stati Uniti e l’adottiva Spagna, sembra aver portato a un ricongiungimento con il lato più oscuro e sperimentale dei suoi primi lavori. Per quanto le parabole folk della musicista, complici il suo duttile mezzo soprano e l’indecifrabilità del suo songwriting odeporico, tendano da sempre a sfuggire a facili categorizzazioni, il trittico di album I’m A Dreamer (2013), Faithful Fairy Harmony (2018) e No Harm Done (2020) sembrava suggerire un assestamento su concilianti sonorità country folk.

Accompagnata alla chitarra da Matthew Schneider, in uno dei brani più leggiadri di No Harm Done Foster cantava, dimessa: «Sure am devilish, Lord Lord Lord», quasi a volerci ricordare di quel suo spirito contrario da tempo dormiente, lo stesso che seppe concepire episodi di martoriante, alieno free jazz, vorticose maledizioni psych-rock, asfittiche interpretazioni di Lieder d’epoca Romantica e incontenibili inni apotropaici («Fertile, I’m so fertile, I’d conceive of anything», cantava in Geyser).

Come l’ostico doppio singolo Spellbinder/Experiment uscito lo scorso anno per l’etichetta di Cafe OTO Takuroku lasciava intendere, quello spirito si è risvegliato in gran stile, trovando nuove fonti d’ispirazione nell’elettronica e, in particolare, nello strumento anti-folk per eccellenza, il sintetizzatore. Hum Menina, il primo brano dell’ultimo album Godmother, ci introduce fin da subito alla nuova sintesi retrofuturista di Foster, accavallando alle corde pizzicate della sua acustica e al tipico scenario bucolico dipinto dal suo canto («On a bright and pretty day / Mother take me away»), inaspettate sonorità new age. Nella sua euforica ricerca di un crescendo, Hum Menina finisce per ricordare uno dei brani più maestosi dell’intera discografia di Foster, The Garden of Earthly Delights da This Coming Gladness (2008), benché qui siano proprio i sintetizzatori, anziché i suoi imprendibili vocalizzi, a trascinarci nell’iperuranio. Rispolverando un’anacronistica (o immortale?) concezione dei sintetizzatori come significanti di un cosmico aldilà, Foster e la sua chitarra sembrano lasciarsi guidare da queste presenze “aliene” verso l’ignoto.

Uno dei temi ricorrenti del disco sembra proprio essere la fuga, intesa sia come ricerca di un altrove spirituale, sia come escapismo terreno. Nella leggiadra Sparks Fly, adornata da un bizzarro effetto “vento” e il rumore di due piccole, improvvise esplosioni, in sottofondo, Foster raggiunge nuove vette di misticismo («Gazing and echoing / in the fundamentals of flight / in the abundance of light»), i suoi melodici synth presi in prestito tanto dalla musica sacra di Alice Coltrane, quanto da quella più sensuale e filosofica dell’Annette Peacock di metà anni Ottanta; in Flask Of Wine sfumature elettroniche piroettano in sede di baccanale («Come drink from the flask of wine /It’s cool when it reach your mind»), trasformandosi in presenze grottesche, mentre nell’ottenebrante singolo Guardian Angel Foster sperimenta con sonorità goticheggianti e una scrittura più confessionale e frammentaria rispetto al passato («Left to my devices / Nothingness suffices / Lost in surrealities»).

Pur ospitando un paio di brani al cui decollo si tende ad assistere con impazienza (Old Teardrop, Dali Rama), Godmother riesce nel calibrato tentativo di unire prewar folk e new age, racconto e mistica, terra e cielo, proponendosi come il diario di un rituale misterico in cui, oltre a ponderare sulla precarietà dell’esistenza, Foster sembra voler ripartire daccapo.

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