Recensioni

Negli ultimi anni non sono pochi i film e le serie televisive che hanno provato a cambiare i connotati della classica romantic comedy, genere che ha origini antichissime ma afflosciatasi ed esauritasi progressivamente per l’inevitabile cambiamento dei tempi (che ha a che fare anche con il diverso modo di fruire di una storia e la generazione che la racconta e che viene rappresentata). Too Much, lo diciamo subito, prova a cambiare le regole del gioco, fornendo tutta una serie di espedienti il cui obiettivo è quello di rileggere il genere donandogli un più ampio respiro, sicuramente più personale, ma dove non tutto funziona per il meglio e i passaggi in cui la narrazione gira a vuoto finiscono quasi per oscurare i momenti davvero memorabili.
Se pensiamo a film come Challengers di Luca Guadagnino o il più recente Material Love di Celine Song (di prossima uscita e di cui torneremo a parlare in sede di recensione), ci accorgiamo di come alcuni autori stiano cercando di riportare in auge la rom-com ma in una nuova veste, riadattata e rimodellata secondo il gusto contemporaneo (che poi è quello che ogni operazione di rinnovamento dovrebbe cercare di perseguire). Tuttavia, entrambi questi due tentativi falliscono miseramente e per ragioni pressoché identiche: la pretesa di rendere emozionante una narrazione e dei personaggi che non sembrano aver alcun punto di contatto con la realtà quotidiana. I protagonisti di Guadagnino, così come quelli di Song, sembrano costantemente scollegati tanto dalla realtà che gli sta attorno che dalle proprie emozioni. Questa consapevole apatia esibita si traduce in un’inevitabile disaffezione del pubblico, che non riesce in alcun modo a empatizzare con quanto proiettato sullo schermo.

Le scelte compiute da queste due pellicole dichiarano inconsapevolmente, forse, quanto sia problematico oggi realizzare una rom-com per una nuova generazione di spettatori, completamente diversa da quella cresciuta con classici come Insonnia d’amore, Harry ti presento Sally o Notting Hill. Cosa significa oggi rom-com? Il genere è ormai stato metabolizzato e decostruito in ogni modo possibile (pensiamo anche a Blue Valentine) o rimangono ancora infinte chiavi di lettura attraverso le quali rileggerla e calarla nel contemporaneo? Altri esempi come Tutti tranne te, The Idea of You e It Ends with Us non hanno fatto altro che riproporre uno schema classico senza innovare, con il successo al box-office lì a dimostrare che il pubblico è affamato di storie di questo tipo, ma con, dall’altra parte, autori che non riescono proprio a ripensarlo in alcun altro modo.
Pensiamo all’importanza del contesto socio-economico per questo tipo di narrazione e a come viene rielaborato nel contesto odierno. Partendo dallo schema classico che vede al centro due personaggi agli antipodi, quel contesto – di fatto una barriera tra i protagonisti – in passato veniva inevitabilmente superato per abbandonarsi all’ideale dell’amore romantico di volta in volta aggiornato ai tempi. Oggi invece quello stesso schema, in crisi, viene giustamente messo in discussione ma non ha ancora trovato la chiave giusta per raggiungere quel livello di codificazione in grado di colpire e conquistare una grossa fetta di pubblico, in modo tale da riportare il genere ai livelli mainstream del passato.

In un periodo in cui il young adult ha conosciuto una seconda giovinezza, soprattutto in campo seriale (basti pensare al successo di Heartstopper, XO, Kitty o SKAM), la rom-com ha faticato a trovare una nuova strada con cui comunicare le ansie e le maggiori paure di oggi verso le relazioni sentimentali “adulte”. In termini di visualizzazioni c’è riuscita Nobody Wants This, che però rappresenta quasi un ibrido tra il classico modello di rom-com e l’effetto nostalgia garantito da due stelle del piccolo schermo del passato (da una parte la star di Veronica Mars Kristen Bell, dall’altro l’idolo nerd di The O.C. Adam Brody). All’interno di questo discorso, Too Much è l’unica vera novità recente che prova a scardinare struttura, regole e psicologia dei tipici personaggi da rom-com, co-creata, scritta e in larga parte diretta da colei che da tutti è stata considerata, se non la voce di una generazione, “una delle voci della sua generazione”, ovvero Lena Dunham.
L’impatto di Girls non solo sulla serialità televisiva ma su tutto un modo di raccontare una determinata storia con ambizioni generazionali è innegabile, si trattò chiaramente di uno dei prodotti meglio costruiti e realizzati di quegli anni e spiace pensare che quel tipo di racconto, quella intuizione basata molto sull’osservazione e sulle dinamiche relazionali di un certo tipo di giovani (i non ancora trentenni dell’epoca) non abbia avuto seguito o quasi nella scena successiva. Normal People e Conversations with Friends, tratte dai lavori di Sally Rooney, volevano inserirsi proprio in quel solco lasciato libero da Girls, ma senza mai eguagliarne la gravitas o l’impatto culturale, mentre invece le mille dramedy uscite a ritmo continuo hanno presto esaurito verve con lo scorrere delle stagioni (pensiamo a Love di Judd Apatow). La stessa Dunham non è riuscita a smarcarsi da quell’operazione, con la sua figura pubblica gradualmente offuscata sia da una serie di insuccessi (film passati inosservati come Sharp Stick e Catherine Called Birdy) sia da dichiarazioni di dubbio gusto.

Uno dei problemi principali di Too Much è che ha veramente molta (forse troppa, come suggerisce il titolo stesso che fa riferimento alla protagonista) carne al fuoco per avere il tono giusto e appropriato per un’operazione che non vuole solamente ricostruire e rielaborare una vicenda che è prima di tutto autobiografica, ma anche rivisitare, scardinare e riproporre in chiave nuova quegli stilemi che hanno decretato il successo della moderna romantic comedy. Non che personaggi e strutture siano fuori fuoco: la Jessica di Megan Stalter e il Felix di Will Sharpe sono personaggi credibili, pieni di traumi e carichi di sofferenza. La loro storia d’amore, specialmente all’inizio, è toccante e credibile, ma viene ripetutamente strozzata e diluita attraverso digressioni inutili che rallentano il ritmo e decentrano l’attenzione dello spettatore; lo vediamo nella descrizioni dei personaggi di contorno, pressoché macchiette che non riescono mai a smarcarsi dalla loro dimensione bidimensionale, così come in episodi che avrebbero meritato di non essere inclusi affatto o quantomeno rielaborati in chiave più funzionale che descrittiva (è il caso di Notting Kill, in cui ha luogo la cena tra colleghi e in cui fa capolino come guest star persino Naomi Watts).
Il talento naturale di Dunham e quel mix tra schiettezza e affettuosità, durezza e indulgenza che sono la sua cifra stilistica principale emerge prepotente quando la storia ritorna sul binario principale. Episodi come Pink Valentine e Terms of Resentment, che riassumono in maniera brillante le psicologie alla base dei due personaggi principali, ci ricordano che la verve e la sensibilità della sua autrice sono ancora vive e vegete, incastrate probabilmente in un meccanismo impossibile da rimodellare in questa specifica sede, dove la “cura” Netflix è onnipresente, quasi a voler ridurre la poetica di Dunham alla stregua di un Emily in Paris qualunque, non senza il consenso della stessa sia chiaro (questo non vuole essere un j’accuse verso la piattaforma, quanto verso certe scelte probabilmente frutto di un compromesso tra le due parti).
È l’insieme a soffrirne, il giusto ritmo viene raggiunto solo a tratti. Too Much suggerisce che i due protagonisti devono innanzitutto superare o quantomeno affrontare i traumi del proprio passato per far sì che la loro relazione possa avere un futuro. Tuttavia, è questa stessa relazione a non essere mai così potente (o ad essere restituita tale sullo schermo) da giustificarne il tentativo. Se sia un sintomo o al contrario il paradigma delle relazioni sentimentali odierne, potrà dirlo probabilmente solo il tempo.
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