Recensioni

C’è qualcosa di funesto e irreparabile che si è abbattuto su molte alternative rock band anni 2000 che al giorno d’oggi gli impedisce di essere cool, centrate, al passo coi tempi: criticare a prescindere i Muse, in particolare, è diventato un esercizio antipatico utile a sfoggiare gusti musicali sofisticati, sparare sulla croce rossa, vandalizzare i resti di un cadavere in avanzato stato di decomposizione.
A quattro anni dall’ultimo lavoro tornano Matt Bellamy & co. con l’atteso The Wow! Signal: tre quarti d’ora di tonitruante space rock, thrash metal e tanto, tanto fan service. I temi del disco sono i soliti: lo spazio, gli alieni, le teorie del complotto e le ipotesi scientifiche, anche le più affascinanti, come quella della foresta oscura, la soluzione al paradosso di Fermi secondo cui le civiltà aliene si nascondano per paura di essere trovate; ma anche quella, tuttora irrisolta, dell’origine extraterrestre del segnale Wow!, ben noto tra gli appassionati del genere: un’onda radio proveniente dalla costellazione del Sagittario registrata dal radiotelescopio Big Ear nel 1977.
Il disco si apre appunto con The Dark Forest, l’intro galoppante e arabeggiante alla guisa delle passate Knights of Cydonia o United States of Eurasia, per poi confluire forzatamente nel pop orecchiabile di Nightshift Superstar, caratterizzata da un riff di basso killer di Chris Wolstenholme, per quest’album nell’inedita veste di ingegnere del suono, e pochi altri elementi degni di nota.
I brani di The Wow! Signal tendono a protrarsi oltre l’ultimo ritornello, a più riprese, quasi come a volergli appioppare a forza una solennità e una rilevanza che va oltre il semplice concetto di “canzonetta”: uno dei tanti trucchetti escogitati, forse, per abbassare il volume delle critiche di fan ed hater prevenuti, che ormai ronzano fastidiosamente nelle orecchie di Bellamy già da qualche anno. È il caso anche della coda della struggente Shimmering Stars, dove i riferimenti al secondo divorzio del frontman sono evidenti. C’è poi il riff stridulo di Cryogen, apprezzatissima dai fan amanti, com’è noto, delle minestre riscaldate, che pare essere uscita fuori da Origin of Symmetry, anzi, pare proprio Plug In Baby; quasi meglio l’organo e gli acuti smielati e prevedibili della tanto vituperata Be With You, che con il suo drop nel bridge per molti può risultare financo cringe, ma in realtà più genuina nelle intenzioni.
A completare la tracklist vi sono le più riuscite Unravelling che, paradossalmente, suona come qualcosa di più recente, nello stile di Simulation Theory oppure Will of the People, il caos di Hexagons e l’intelligente The Sickness of You and I; ma anche il finale orchestrale di Space Debris, registrato nei mitici studi di Abbey Road. A colorare il disco, anche una rara collaborazione: quella con Ellie Goulding nell’ultimo singolo estratto, Hush, a suo modo anch’esso fan service, in quanto la stessa Goulding dichiarava già nel 2012 su Twitter di sognare di entrare a far parte del gruppo. Accontentata pure lei!
The Wow! Signal vede ancora una volta al fianco della band Dan Lancaster, ormai figura imprescindibile tra produzione e attività dal vivo. Sarà lui ad accompagnare il gruppo anche nel nuovo tour, che farà tappa a Milano tra le discussioni suscitate dall’elevato prezzo dei biglietti. E parliamo dell’ennesimo disco del trio a risultare esagerato, pomposo e va da sé, prodotto e suonato da professionisti. Dieci nuovi pezzi che, ed è forse qui la novità, stanno smuovendo critiche maggiormente generose pur a fronte dell’attutitine conservativa della band.
La crisi reputazionale dei Muse presso la critica specializzata è storia nota – basti rileggere le recensioni di questi album pubblicate su SA. Già sul finire del decennio che li aveva consacrati, nel 2008, Supermassive Black Hole (guai a chi la tocca) finì nella colonna sonora dell’esplosione adolescenziale e ormonale che fu Twilight, con il carico ulteriormente aumentato nel 2010 da Neutron Star Collision, singolo scritto appositamente per accompagnare il secondo capitolo della saga vampiresca. Una scelta di marketing non felicissima, mentre le acconciature emo e gli outfit da boutique più mefitica di Camden Town dei tre iniziavano a invecchiare persino peggio di quanto non fossero già discutibili agli esordi.
Le accuse di emotività cheap di matrice radioheadiana e di manie di grandezza in salsa Queen erano già nell’aria, talvolta con più ragione che torto, e la band non ha mai fatto molto per smentirle. Anzi. Il problema è forse proprio questo: da un lato una deriva sempre più pop e spettacolare ai limiti del kitsch; dall’altro il retropensiero di dover ancora dimostrare qualcosa a qualcuno, a partire da sé stessi. L’ossessione di sfornare singoli concepiti anzitutto come detonatori per gli show negli stadi, più che come canzoni destinate a durare, è la stessa che affligge molte rock band arrivate a quel livello di popolarità.
Riusciranno mai questi tre Peter Pan a uscire dalla Matrix che loro stessi si sono costruiti? «Be nice on Reddit, or you’ll break Dom’s heart!» ha esclamato Matt Bellamy al termine della prima esecuzione live di Cryogen alla O2 Academy Brixton. Un’ironica richiesta di indulgenza verso il batterista Dominic Howard, ma anche l’ammissione, neppure troppo velata, di quanto i giudizi continuino a pesare sulla band.
Sia come sia, stando a The Wow! Signal è improbabile che il disco sancisca l’inizio di un nuovo corso: semmai sembra ribadire la distanza che separa i Muse dal loro ultimo decennio discografico e dall’ultimo lavoro davvero convincente. Dal vivo resteranno formidabili; discograficamente parlando, le conclusioni vanno da sé.
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