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Prima serata del secondo weekend nel bel programma de La Prima Estate 2026, al Parco BussolaDomani di Lido di Camaiore, nel segno dell’unica data italiana stagionale di Nick Cave & The Bad Seeds.

Se il festival si conferma uno spazio felice, organizzato sempre meglio di anno in anno con rispetto degli spettatori (lo sappiamo, cosa abbastanza rara), Cave torna in provincia di Lucca un anno dopo il suo giro in solo, anche se si confonde e saluta la città di Pisa. Sarà l’unico simpatico cedimento, se così vogliamo definirlo, di un concerto impeccabile per carica comunicativa e potenza sonora. Dal giro in solo dello scorso anno appunto appena citato torna Colin Greenwood dei Radiohead al basso, ad aggiungersi al resto della solidissima formazione capitanata da un Warren Ellis semplicemente incontenibile.

Nick Cave & Warren Ellis. Credit foto: Fabio Paleari

A precedere il main act sfilano, in ordine, Sara Parigi in solo set elettrico, il giovane folksinger Dove Ellis, una rediviva Emiliana Torrini in distinta gradevolezza e i divertenti per quanto alla lunga un po’ monocordi Sleaford Mods, con Jason Williamson a sparare al solito corrosive invettive post-punk/hip hop e il sodale Andrew Fearn con bombastiche basi elettroniche di corredo (e improbabili movenze alla Mauro Repetto).

Sleaford Mods. Credit foto: Fabio Paleari

Cave irrompe in scena sulle note di Get Ready For Love, manifesto programmatico di quello che sarà un autentico rito di fusione con il pubblico. Preparatevi all’amore, quello che passa tra il songwriter australiano – performer come non ne esistono più, predicatore di un Verbo rock che non teme il trascorrere del tempo – e i propri fedelissimi adepti, in media maturi. Vi sono però delle eccezioni, come il ragazzino adorante preso per mano e issato on stage con eccezionale puntualità durante la toccante esecuzione di O Children.

Al secondo pezzo in scaletta Cave – inizialmente in giacca, gilet, camicia e cravatta nonostante le roventi temperature e relative imprecazioni – si gioca già la gloriosa e furente carta punk From Her To Eternity gettandosi in mezzo alla ressa, dalla quale riemergerà solo a tratti. Si prosegue ad ogni modo a vele spiegate pescando canzoni sia dal vasto repertorio storico sia dagli album più recenti, incluso ovviamente l’ultimo Wild God.

Nick Cave. Credit foto: Fabio Paleari

Altri momenti top: la grazia ultraterrena di Bright Horses, oppure la sorpresa di una Henry Lee che sostituisce l’insostituibile pathos pjharveyiano della versione originale con la vis gospel di Janet Ramus, stella di un coro che rende l’intero set ancora più sacrale. Da una parte i gong e il suadente groove noir di Red Right Hand, dall’altra l’immancabile trascendenza di Jubilee Street. Da una parte la lunghissima Hollywood, maggiormente sperimentale, e dall’altra il minimalismo piano-voce del bis finale, Into My Arms. Due ore e mezza nell’eternità.

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