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«Se tu impari karate, va bene. Se non impari karate, va bene. Ma se tu impari karate “speriamo”, ti schiacciano come uva!». Di questa e di tante altre lezioni, sportive come di vita, è foriero Per vincere domani – The Karate Kid, primo capitolo della saga con Daniel San e il maestro Miyagi, non solo un cult degli anni ’80 ma un classico del cinema tout-court. La pellicola di John G. Avildsen esce in sala il 22 giugno 1984, in Italia il 25 ottobre, giusto in tempo per quella festa di Halloween (anche se in Italia, 40 anni fa, di Halloween non ce ne fregava una mazza) che, nella finzione narrativa, offre il contesto a una delle scene più significative del film. Karate Kid è un capolavoro entrato di diritto nella cultura popolare a mezzo della sua storia, dei suoi personaggi e delle sue quote, molte delle quali oramai utilizzate anche nel lessico comune, come «dai la cera, togli la cera». Una storia “americana” fino al midollo, una storia di sogni, speranze e riscatto; ma anche una storia universale, educativa, una lezione per i più giovani ma anche per gli adulti. Un film del quale è impossibile non innamorarsi.

Il regista è lo stesso di Rocky, il quale la produzione ritiene evidentemente la scelta ideale dietro la macchina da presa di una pellicola avente a tema lo sport, o meglio: un personaggio che si definisce attraverso lo sport. E del celebre film con Sylvester Stallone, anche l’autore musicale è il medesimo, vale a dire Bill Conti, che proprio con Gonna Fly Now, la celeberrima canzone portante della soundtrack del primo film sul pugile italo-americano come lui, si guadagnò una nomination negli Oscar del 1977 (statuetta che Conti, nel 1984, ha appena vinto per le musiche del film Uomini veri). Non solo. Nella colonna sonora è presente anche un brano dei Survivor, The Moment Of Truth, che accompagna i titoli di coda. I Survivor sono quelli di Eye Of The Tiger, la più famosa song di Rocky III (1982), e nel 1985 figureranno anche in Rocky IV con un’altra loro hit, Burning Heart.

Ma oltre alla regia e alla musica, Rocky e Karate Kid hanno molto altro in comune. In entrambi, come detto, vita e sport si intrecciano e lo sport offre una lezione di vita; in entrambi, l’outsider diventa campione partendo da una condizione di netto svantaggio; in entrambi, il protagonista ha origini italiane e appartiene a un basso rango sociale.

E se nel film del 1976 il volto del protagonista era quello squadrato di Stallone, all’epoca un attore e sceneggiatore semisconosciuto come il personaggio che interpretava, in quello del 1984, girato principalmente in California nell’autunno 1983, la faccia è quella imberbe di un altro emergente, Ralph Macchio, noto alle cronache cinematografiche per aver fatto parte del cast de I ragazzi della 56ª strada, il film di Francis Ford Coppola uscito a marzo 1983. Faccia da Bambi, quella di Macchio, che farà impazzire milioni di ragazzine in tutto il mondo e che, almeno a giudicare dallo spin off Cobra Kai, non è cambiata granché. Evidentemente deve tenere nascosto da qualche parte un proprio ritratto che invecchia al posto suo.

Nel film, l’attore interpreta Daniel LaRusso, un diciassettenne del New Jersey orfano di padre che deve trasferirsi a Los Angeles, in un casamento popolare del quartiere Reseda, al seguito della madre per ragioni di lavoro di quest’ultima. Qui viene preso di mira da una gang di suoi coetanei che frequentano una scuola di karate e in più occasioni non mancano di dimostrarglielo a suon di botte. A salvarlo dall’ennesimo pestaggio è Nariyoshi Miyagi, un tuttofare quasi sessantenne giapponese, condomino del comprensorio in cui il ragazzo risiede, ex veterano di guerra, che gli insegnerà i segreti dell’arte marziale nipponica più famosa e originaria proprio dell’isola di Okinawa, dalla quale l’uomo proviene. A interpretare il mentore è il compianto Pat Morita, già noto al grande pubblico per la sua partecipazione al telefilm Happy days nei panni di Matsuo Takahashi, proprietario dell’iconico fast food Arnold’s per le prime tre stagioni della serie. Grazie alla sua interpretazione di Miyagi, l’artista americano figlio di immigrati giapponesi si guadagnerà una nomination agli Oscar 1985 come miglior attore non protagonista.

Quello di Miyagi, però, non è un karate tanto per fare, ma un karate che rappresenta un’idea, proiezione sportiva di un modo di vivere etico, in armonia e in equilibrio con gli altri e soprattutto con sé stessi. «Tutto nella vita ha un suo equilibrio», spiega infatti il vate. Il karate di Miyagi è una bussola nella vita di chi lo apprende e – va da sé – deve essere usato solo per difesa («se vuoi usarlo come mezzo per vendicarti, puoi cominciare a scavare due tombe»). In un parallelo col calcio degli anni ’80, Miyagi è un po’ l’Arrigo Sacchi del karate. Come l’allenatore di Fusignano, infatti, insegna che il risultato non è tutto. Dunque anche Miyagi è un “giochista”. Non conta vincere, ma dimostrare agli altri, e a sé stessi, di aver dato il massimo e aver combattuto (o giocato) seguendo il proprio credo. «Se farai un buon combattimento sarai rispettato, e dopo nessuno ti disturberà» dice il maestro all’allievo. Il confine tra vittoria e sconfitta è tanto labile da non fare quasi differenza. Si può perdere per un dettaglio e arrivare secondi per un calcio subìto in più o per un calcio di rigore (Sacchi lo sperimenterà sulla sua pelle ai mondiali Usa 1994), ma la cultura della sconfitta è il saperlo accettare. Perdere non è un disonore, in fondo chi si classifica secondo non è che il primo di tutti gli altri che non hanno vinto. Mica come Ultimo, il sosia italiano di Macchio, che si arrabbiò quando arrivò secondo a Sanremo 2019…

Karate Kid si avvale anche delle ottime prove del resto del cast, dove a spiccare è la giovane Elisabeth Shue, al debutto sul grande schermo nei panni di Ali, la ragazza di cui Daniel si innamora e che, suo malgrado, diventa l’oggetto del contendere con l’antagonista Johnny Lawrence, interpretato dal parimenti esordiente William Zabka (la cui somiglianza con Robert Redford potrebbe avere avuto un peso nella sua scritturazione), ex partner di lei. Shue, un volto già familiare per buona parte del pubblico americano essendo stata protagonista di alcuni spot pubblicitari, è una delle attrici più promettenti del periodo e con Karate Kid diventa la “fidanzatina” d’America, una bellezza acqua e sapone che ne fa la stereotipica giovane statunitense sana e di buona famiglia, la classica ragazza della porta accanto che ogni suocera vorrebbe come nuora. Non a caso sarà la fidanzata anche di Michael J. Fox/Marty McFly in Ritorno al futuro 2 e 3. Quello della ragazza brava e intraprendente è un topos del cinema per ragazzi degli anni ’80, incarnato anche da svariate colleghe di Shue che – come lei – diventeranno eroine del decennio recitando in ruoli importanti in film iconici dell’epoca, da Alli Sheedy (Wargames, Corto circuito) a Molly Ringwald (Sixteen candles, The Breakfast Club), da Lea Thompson (Ritorno al futuro, Howard e il destino del mondo) a Demi Moore (St. Elmo’s Fire).

Molti aneddoti riguardo al cast possono essere facilmente desunti dalla rete o dai contenuti extra delle varie edizioni del film uscite in home-video. Tra i tanti, il fatto che per la parte di Daniel erano stati considerati anche Sean Penn, Charlie Sheen, Robert Downey jr., Emilio Estevez e Nicolas Cage. Per quella di Miyagi, invece, la produzione individuò dapprima il grande Toshiro Mifune, il quale però non parlava inglese e quindi fu scartato. E per quella del cattivo Lawrence si pensò dapprima a Crispin Glover, che se fosse diventato un bad guy sarebbe stato meno credibile nella successiva parte da lui interpretata del papà imbranato di Marty McFly nel succitato Ritorno al futuro. Tra gli altri protagonisti si segnalano poi Martin Kove nel ruolo di John Kreese, il cattivo maestro e proprietario del Cobra Kai, dove si allena la comitiva di teppisti che prende di mira Daniel, e Randee Heller nella parte della madre di Daniel.

L’universo di All Valley nasce dalla penna dello sceneggiatore Robert Mark Kamen e la storia è in buona parte ispirata alla sua vita, essendo stato egli stesso, all’età di 17 anni, vittima di bullismo da parte di alcuni suoi coetanei, cosa che gli suggerì di imparare le arti marziali. Lo fece dapprima in una scuola simile al Cobra Kai, la cui disciplina era fondata sulla violenza, e poi presso un insegnante giapponese che da giovane era stato a sua volta allievo del vero Mr. Miyagi. Gli elementi autobiografici si fondono poi con avvenimenti di cronaca del tempo non riguardanti l’autore, in particolare la storia, finita sui giornali, di un giovane figlio di madre single diventato cintura nera di karate per difendersi da alcuni bulli del suo quartiere. Anche se, come dice Miyagi, «in Okinawa cintura serve solo per tener su pantaloni».

Karate Kid, che a fronte di un budget di 8 milioni di dollari finirà per incassarne più di 100 nel solo Nord America, sarà l’iniziatore di un franchise cinematografico che conterà tre sequel: l’ottimo capitolo due, uscito nel 1986, il non malvagio terzo episodio, datato 1989, e il dimenticabile (eufemismo) ultimo film del 1994, dove ad avvalersi della lezione del maestro Miyagi (sempre interpretato da Morita) sarà una giovane Hilary Swank in sostituzione di Macchio, il quale, però, non avrà una carriera degna delle premesse evidenziate nella parte di Daniel San. Macchio che, tuttavia, riprenderà il suo personaggio nella serie spin-off Cobra Kai (su SA potete leggerne le recensioni delle stagioni 1 & 2, 3 e 4) al fianco di Zabka/Lawrence, imbarcando poi nel progetto praticamente tutti i protagonisti della trilogia di film con lui protagonista. Inoltre, tra il quarto film e l’inizio della serie si registrerà anche il deludente remake The Karate Kid – La leggenda continua (2010), con Jaden Smith (il figlio dell’attore e rapper Will, in futuro co-produttore proprio di Cobra Kai) e Jackie Chan nei ruoli principali. Jackie Chan che tornerà, insieme a Macchio, nell’annunciata quinta pellicola della saga, Karate Kid Legend, in arrivo al cinema a maggio 2025.

Ma il successo di Karate Kid aprirà la strada anche a diverse imitazioni e, più in generale, risveglierà l’interesse per i film sulle arti marziali, sopito dai tempi delle pellicole con Bruce Lee. Come spesso accaduto (per esempio con Lo squalo) noi italiani saremo capofila nell’arte del “plagio” grazie a Il ragazzo dal kimono d’oro (1987), con protagonista Kim Rossi Stuart e che, a sua volta, frutterà una saga che arriverà a contare ben sei film (di cui gli ultimi quattro solo per la TV) e una serie televisiva. E anche i film con Jean-Claude Van Damme riprenderanno spesso molti cliché forgiati da Karate Kid. Ma né Daniel San né il maestro Miyagi serberanno rancore. Perché «per un uomo che vive senza il perdono nel cuore, vivere è punizione peggiore di morire».

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