Recensioni

C’è chi investe 600 milioni di dollari in tecnologie militari basate sull’AI, chi fa collezione di jet privati consumando 2 milioni di litri di cherosene all’anno, e chi affitta una città per celebrarvi il proprio matrimonio. I super ricchi del XXI secolo ormai spadroneggiano impunemente, e allora torna buono il celebre monologo di Tomas Milian/Vincenzo Marrazzi ne La banda del Gobbo: «Lo sbaglio de noi poracci è de anna’ a rubba’, pe’ arriva’ a esse come voi che venite qua pe’ fa’ vede’ chi c’ha più soldi… Ma allora lo sbajo più grande è er vostro, che date er cattivo esempio. E se date er cattivo esempio bisogna eliminavve!».

Proprio da una rivolta prende le mosse la terza stagione di Squid Game, la sommossa dei giocatori ideata e promossa da Seong Gi-hun, il concorrente numero 456, sedata nel sangue dalle guardie alla fine della seconda season. Già, perché Squid Game 3 è il continuo diretto del numero 2, ripartendo dal medesimo punto, come se i due capitoli fossero un tutt’uno. Pertanto da quest’ottica va analizzata la nuova carrellata di sei episodi disponibile su Netflix dal 27 giugno. Il livello qualitativo è il medesimo, più basso della prima stagione ma pur sempre accettabile, anche se nel complesso la 2 e la 3 non fanno che ripercorrere gli stessi step del primo ciclo di puntate arrivato sugli schermi quattro anni fa, aggiungendo semmai una maggiore spietatezza nelle scelte a cui i concorrenti sono chiamati per poter sopravvivere.

Si torna dunque all’ormai ben noto concorso a premi, la sanguinolenta gara a eliminazione oramai scopiazzata nell’estetica e nel concept dai format televisivi in ogni angolo del mondo, alle sue terribili prove sempre più giocate sul filo della psicologia. Meno test richiedenti collaborazione di squadra, più prove individuali a minare legami finanche di sangue. Lo schema narrativo, gravato in certi momenti da alcune insensatezze nella sceneggiatura, come il parto di una concorrente in pieno svolgimento di competizione, stavolta sembra esaltare ancor di più l’alternanza tra episodi che arrivano provvidenzialmente ad alleggerire la tensione, con prevalenza di sequenze in esterno e sviluppo delle linee narrative secondarie, e quelli riguardanti ovviamente i giochi, girati come al solito nei sinistri stanzoni teatri delle prove ad acuire il senso di terrore e claustrofobia nello spettatore.

I tre giochi mancanti per completare la sequela iniziata con la seconda stagione tengono ancora col fiato sospeso, le idee sono ancora buone. Però Squid Game non è solo i giochi, non è solo una gara per cercare di catturare l’attenzione ed evitare che chi guarda cambi canale (o per meglio dire “shift-i” contenuto) prima del famigerato what the fuck moment, bensì – come abbiamo detto – un’opera dal forte portato critico sul piano sociale che tramite l’allegoria del gioco a premi accusa le moderne società capitaliste che, esattamente come i totalitarismi del XX secolo, squassano le società dall’interno e arrivano a insinuarsi perfino nei rapporti familiari, creando fratture insanabili.

Tutto questo, però, nel sequel perde mordente a beneficio di una scrittura che sembra privilegiare il colpo a effetto, come ogni serie del resto, specie con il passare delle stagioni, relegando ai margini la critica. Aspetto evidente fin dalla rappresentazione dei vip, caricaturale a dir poco. Dalla sciatta delineazione dei loro personaggi, in linea con quella stereotipata di alcuni concorrenti che avevamo già evidenziato nella seconda stagione, si capisce che qualcosa non quadra. I ricconi arroganti e annoiati, che indossano maschere à la Eyes Wide Shut e se ne stanno lì sbracati su comodi divani a gustarsi il macabro spettacolo da dietro un enorme schermo mentre sorseggiano whisky dialogando amabilmente, è un’immagine fin troppo telefonata, sembra tutto apparecchiato per suscitare l’indignazione in chi guarda.

Insomma, il puzzo di fuffa si sente da lontano un miglio e il rischio è che ormai anche Squid Game sia stato in qualche modo normalizzato. Sensazione acuita dall’apparizione a sorpresa nel finale dell’attrice premio Oscar Cate Blanchett, impeccabile in un completo nero e intenta a schiaffeggiare il suo avversario secondo le regole del ddakji. La sua presenza, oltre all’ovvio significato metaforico inerente alla globalizzazione delle disuguaglianze, sembra suggerire che lo Squid Game non finirà mai, e potrà continuare ovunque nel mondo; quindi l’ipotesi di un possibile futuro spin-off in lingua inglese è tutt’altro che peregrina, con tutto ciò che ne deriverebbe in fatto di perdita del significato primigenio della serie, che almeno originariamente, e in parte anche adesso dopo 22 episodi in totale, era una spietata allegoria dello zeitgeist odierno tratteggiata ricorrendo a immagini elementari, bambinesche.

Non più tardi di vent’anni fa, lo slogan del Live 8, tenutosi proprio in questi giorni del 2005, era “Make poverty history” e lo spirito di quella grande iniziativa benefica erede diretta dello storico Live Aid di quarant’anni orsono, pur con tutte le sue contraddizioni, trovava ancora riscontro in ampi settori dell’opinione pubblica. Dopo due decenni, tuttavia, la povertà non è stata consegnata alla storia ed è anzi più viva che mai, non solo in quell’Africa alla quale guardava Bob Geldof, ma anche nelle società occidentali, venendo nel migliore dei casi considerata inevitabile, nel peggiore derisa.

Squid Game riflette sempre questo spirito, criticandolo a suo modo, per cui il povero è un fallito ed è giusto che perisca, secondo le regole di questo neodarwinismo sociale in cui siamo immersi. E allora torna buona anche un’altra massima del Tomas Milian pensiero proferita nello stesso film di cui sopra: «Vòi scommette che er giorno che la merda diventerà oro, noi poveracci nasceremo senza er culo?».

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