Recensioni

Per domenica 28 giugno, l’ultima data del festival La Prima Estate, al termine di una bollente giornata che ha sfiorato i 40 gradi, i Twenty One Pilots sono atterrati al Lido di Camaiore per infiammare ulteriormente l’atmosfera già rosolata a puntino dagli Aurevoir Sòfia e i Midnight Generation. Tuttavia sono state probabilmente le Wet Leg a incarnare la migliore scorpacciata musicale pre-headliner. Sarà stato magari un colpo di calore, ma assistere alla performance di Rhian Teasdale è stato come ammirare una giovane e rediviva Brigitte Bardot dai tratti vagamente vampireschi, muoversi ammiccante tra i fumi dello stage e le folate dei ventilatori, utilizzando gli acuti della propria ugola in lascivi gorgheggi tra le fragorose sferzate di chitarre dei suoi compari. Niente male.

Quando Tyler Joseph e Josh Dun irrompono sul palco del Parco BussolaDomani alle 22.30, sulle note di Overcompensate, una splendida luna quasi piena e color ruggine si è appena levata oltre le chiome dei pini marittimi, ma viene categoricamente ignorata dalle oltre 16 mila paia d’occhi dei presenti. A magnetizzare l’attenzione è quella ricetta che mescola una sopraffina teatralità ad una eccelsa potenza espressiva. Il duo americano ha concentrato la sua prorompente energia in una setlist che ha alternato infuocati groove a struggenti ballate, ben conscio di dover soddisfare le alte aspettative della folla, proprio lì, a 50 metri dal mare, in un’atmosfera intrisa di sabbia, salsedine, entusiasmo e sudore.

Continuando a cercare la permeabilità fisica coi propri fan, Tyler ha letteralmente surfato sulle teste (grazie ad un mini palco sorretto direttamente dal pubblico) ed è sceso più volte ad esibirsi in platea, lasciandosi travolgere dall’isteria collettiva e comportandosi come un ‘occhialaio matto’, mentre Josh poco dopo si è arrampicato su una vertiginosa impalcatura, dove ha utilizzato un drum kit appositamente apparecchiato per martellare e stupire dall’alto, anche grazie ad un convincente montaggio di inquadrature video in alta definizione.

Il resto riesce così bene da sembrare quasi scontato: il meglio dei Pilots accelerato per le esigenze e le leggi dei festival estivi. In un certo senso un best dei concerti a Milano e Bologna, che hanno tenuto poco più di un anno fa, con le novità di rifare Seven Nation Army (con tanto di ironica intro-benedizione da parte di Jack White in video, ma presente in carne e ossa – con uno show e la medesima canzone – sullo stesso palco solo una settimana prima) e addirittura l’accenno a Believe di Cher, sulla loro Tally. Il bacino di canzoni al quale ormai possono attingere è tale da portare a inevitabili scelte ed esclusioni, al punto da scontentare alcuni fan, salvo poi farsi perdonare in termini di forza e resa dal vivo, sempre in perfetto equilibrio (o bilico) tra rap e hip hop estremamente disinvolti, rock con venature hard e melodie talvolta elettroniche, ma mai banalmente pop.

Un livello particolarmente alto e senza alcuna sbavatura, dove spiccano la funkeggiante Center Mass dall’ultimo Breach, One Way smashata con Stolen Dance dei Milky Chance, una dilatata Heavydirtysoul e l’accenno pianistico di City Walls sull’adrenalinica Jumpsuit, più la versione demo di Doubt. Se gli effetti scenografici e i tempi erano evidentemente limitati, un po’ a sacrificare l’elaboratissima lore meta-narrativa che fa da sfondo agli album, i ‘Piloti’ si sono comunque espressi generosamente, dimostrando un’affinità a dir poco invidiabile, se non prodigiosa e commovente, trascinando per ogni singolo secondo i fedelissimi (è il caso di dirlo) da spiaggia.

D’altronde dopo avere affinato le abilità performative negli ultimi tour, la band si sta esibendo al proprio meglio, con varie date che la terrà impegnata per tutta l’estate sia in Europa che in America, per poi inevitabilmente trionfare a ottobre nella sua Columbus, e infine concludere un mese più tardi in Messico, territorio – quello dell’America Latina – che ha definitivamente conquistato col mastodontico The Clancy World Tour.

Eppure la chiave del loro successo in fondo è la sincera ed efficace, nonché diretta, ibridazione musicale, quella che esibiscono fino alla fine, proprio come nella sempre coinvolgente Stressed Out, come due semplici ragazzini dell’Ohio, trasformando il disagio e le problematicità adolescenziali in entusiasmo musicale, coinvolgimento puro e trasporto emozionale. C’è stato poi spazio per Trees, prima di risputare – sulle note registrate della suadente Lavish – la folla fuori dai confini logistici di questo ben organizzato festival, lungo le infinite strade del Lido, nella calura, nel traffico e nelle altre banalità della vita reale, ma con un gran bel sorriso stampato in faccia.

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