Recensioni

«Cinema lies, sport doesn’t». Era da questa celebre affermazione di Jean-Luc Godard che Julien Faraut partiva per costruire il suo studio concettuale su arte, cinema, tennis e vita, mettendo al centro il tennis giocato da una delle sue icone più celebri: John McEnroe. Ed è da una premessa praticamente identica che Luca Guadagnino si muove per imbastire un discorso che non solo parla di rapporti interpersonali, ma si fonde lentamente con il contesto circostante, ne assume le forme e ne riproduce l’esaltazione, l’eccitazione agonistica (e non). Come ne L’impero della perfezione, anche Challengers sfrutta il potere diegetico e filosofico del cinema con cui è in grado di alterare la percezione di tempo e spazio per entrare direttamente nella psiche dei suoi personaggi, per metterli a nudo il più possibile davanti alle proprie pulsioni e lasciarli esplodere a piena potenza dopo averli cotti a puntino per buona parte della sua durata.
Reduce dal flop commerciale (ma non critico) di Bones and All, Guadagnino cambia ancora registro – si rivolge al drammaturgo Justin Kuritzkes (marito della Celine Song di Past Lives) che ha scritto anche il prossimo Queer – per imbastire una nuova storia fatta di passioni, successo, marketing, ma soprattutto di amicizia virile che tradotta per il mondo contemporaneo sfiora la sfera della bisessualità senza pregiudizi né moralismi alcuni. Respingendo fin da subito l’etichetta di “film sportivo” con il quale è stato venduto per buona parte della sua promozione, oltre al fatto di poter contare sul fenomeno da star di Zendaya, recentemente vista nell’acclamato Dune – Parte Due, Challengers abbraccia in toto i caratteri più riconoscibili del noir, reiterando i suoi codici e aggiornandoli per quanto riguarda i suoi lati più controversi (come ad esempio la misoginia). Tutto ruota infatti attorno al triangolo passionale (più che sentimentale) tra Tashi, Patrick e Art, con l’elemento femminile a fare da arbitro a un’amicizia a dir poco fraterna poi disintegratasi sull’asfalto sotto i colpi a ripetizione di una racchetta.

Guadagnino è in brodo di giuggiole quando si tratta di sfruttare artifici narrativi pronti a sovvertire le normali regole della narrazione. La sua macchina da presa si muove virtuosamente all’interno del campo da gioco che altro non rappresenta se non la psiche di chi gioca e di chi da poco lontano osserva. Kuritzkes scaraventa lo spettatore da un lato all’altro della rete, tra passato remoto, passato e presente di un triangolo impossibile, sorretto dall’adrenalinica soundtrack di Trent Reznor e Atticus Ross (raramente usati in maniera così ossessiva). È evidente quanto i tre protagonisti si stiano giocando tutte le carte in unico torneo e che questo rappresenti non solo la resa dei conti tra i due contendenti ma anche la ricerca di una piena consapevolezza di un’identità un tempo solida e ora tragicamente a pezzi. La Tashi di Zendaya sembra manovrare dal dietro le quinte come una Parca greca, una femme fatale disposta a scendere fino al più infimo compromesso pur di mantenere il proprio potere. Il Patrick dell’ottimo Josh O’Connor (La Chimera, The Crown) ha vissuto secondo le sue regole e ha miseramente fallito, l’Art di Patrick Zweig (già visto in West Side Story) si è donato con tutto se stesso al potere che Trisha esercita su di lui.
Insistendo ancora una volta tra le dinamiche comportamentali in gioco (perennemente influenzate dalla sfera sessuale), Guadagnino riproduce puntigliosamente l’estetica fashion contemporanea spogliandola di qualsivoglia morale, compiacendosene (peccando forse troppo di vanità) e gettandola in pasto alle odierne generazioni, che indubbiamente rimarranno con gli occhi sbarrati e col fiato sospeso fino a quel finale orgasmico (dopo un pre-finale decisamente ridondante). C’è chi dice già si tratti del miglior risultato raggiunto dal regista palermitano finora, e per la riproduzione di dinamiche anche fin troppo calate nel presente è assolutamente vero, ma non si può scacciare quella sensazione che qualcosa alla fine dei giochi (calcolatissimi) non torni, una variabile impazzita capace di rimettere tutto in discussione, un dubbio su giusto e sbagliato che si fondono tra loro più e più volte. Perché questo distacco tra Guadagnino e i suoi personaggi più che con imparzialità rischia di far rima con indifferenza.
Amazon
