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Viviamo in una strana epoca dominata da algoritmi, rischi calcolati e pochissimi sprazzi di originalità da ricercare nelle opere più personali e meno soggette alla scure di una casa di produzione importante come lo sono gli studios hollywoodiani. Specialmente nel periodo immediatamente successivo alla pandemia, la stessa esperienza della sala cinematografica è cambiata drasticamente, dove al rito settimanale, o comunque frequente, si è sostituita la visione “evento”, in cui è il film più grandioso possibile a giustificare la sua fruizione in una sala attrezzata (IMAX, Screen X, 4DX, etc.,) e non più il cinema stesso inteso come tale.

Dopo che un’intera generazione ha fatto della nostalgia un brand, spendibile in post o reel via Instagram e TikTok, o nel collezionismo di ricordi ed esperienze mai avute (il ritorno in auge del formato vinile), The Studio – la nuova serie Apple TV+ partorita dalla mente del duo Seth Rogen & Evan Goldberg – si inserisce proprio in questa particolarissima e complicatissima discussione culturale, sociale ed economica: perché cinema d’autore e intrattenimento puro non possono andare a braccetto – magari in un unico film – come accadeva un po’ più spesso in passato?

The Studio: Seth Rogen, Kathryn Hahn, Ike Barinholtz e Chase Sui Wonders in una scena

Rogen e Goldberg rimettono al centro la figura del produttore cinematografico come non si vedeva da tempo e soprattutto ribadiscono una delle verità più sconcertanti dell’attuale funzionamento dell’industria hollywoodiana: tutti i grandi studios sono in mano a gente che non ha nulla a che vedere con la settima arte e il produttore è ormai diventato un semplice contabile, il cui compito è quello di far quadrare i conti alla fine della giostra e magari riuscire a sfornare un successo internazionale al box-office. Lo vediamo fin dalle primissime battute di questa lungimirante e lucida serie (fortunatamente già rinnovata per una seconda stagione): Matt Remick è appena diventato il produttore capo ai Continental Studios ed è alla ricerca di un grande successo ma è anche un sentimentale: è convinto che si possa fare grande arte anche con prodotti pensati per il grande pubblico.

Il primo episodio è di quelli che non si dimenticano: Remick è convinto di poter tentare un azzardo senza precedenti: nel tentativo di replicare il successo dell’avversaria Warner con Barbie, la sua idea è quella di proporre a Martin Scorsese di girare un film incentrato sull’IP (proprietà intellettuale) del noto marchio Kool Aid. Solo che Scorsese è interessato a un film sul massacro di Jonestown e questo potrebbe mandare in frantumi tutta la sua strategia. The Studio, quindi, ci illustra uno dei procedimenti più infami dell’industria: il produttore – Remick nel nostro caso – compra per una bella somma di denaro lo script di Scorsese per sostanzialmente “bruciarlo” e “uccidere” il progetto che in questo modo – finché rimarrà nelle sue mani – non verrà mai realizzato. Remick è addoloratissimo per questa mossa strategica, al quale sostanzialmente è stato obbligato, ma non perde mai la speranza: a fine episodio lo vediamo guardare commosso Quei bravi ragazzi, nonostante abbia appena spezzato il cuore al povero Scorsese.

Anche i rimanenti episodi dello show insistono su questo concetto, anzi rincarano la dose e includono in questa divertita denuncia anche attori (l’opportunismo di Zoe Kravitz, l’isteria di Olivia Wilde), registi (Ron Howard è ritratto come un mostro a dispetto della sua vera reputazione di persona affabile e gentile), i premi (memorabile la puntata sui Golden Globes) e quegli stessi fan che da anni vengono imbambolati a suon di manifestazioni e Comic-Con. Ne hanno fatta di strada Rogen e Goldberg da quando nel 2013 esordirono alla regia con Facciamola finita, cartina di tornasole del cinema demenziale americano, dopo aver contribuito a rinvigorire il genere grazie a successi come Superbad e Strafumati.

The Studio si inserisce in questo stesso solco ma il tono è decisamente più maturo e consapevole (e magistralmente messo in scena), c’è un amore che pulsa a più non posso sotto la coltre che prende in esame ogni aspetto di una produzione, un amore che difficilmente verrà sradicato da questi due tuttofare del cinema americano e la speranza è che continuino in questo percorso analitico e insieme divertito di questo pazzo e grottesco ecosistema. Si tratta senza ombra di dubbio di uno degli show più originali degli ultimi anni e anche uno dei più intelligenti, se non altro perché in mezzo alla sua critica aggressiva e senza esclusione di colpi non dimentica di mettere in piedi uno spettacolo dal grande impatto visivo, sorretto da un’impalcatura da commedia purissima che oggi non trova eguali né sul piccolo né tantomeno sul grande schermo.

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