Recensioni
Mike White
Mike White
The White Lotus - Stagione 1
The White Lotus - Stagione 2
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Carmen Palma
- 17 Gennaio 2023


La tv e il cinema si stanno riscoprendo marxisti (più o meno). La lotta di classe è tornata al centro delle grandi narrazioni, ormai non più con il piglio pungente che contraddistingueva Luis Buñuel o Lina Wertmüller, ma con satire intrise di sangue e violenza. Tanto da ritrovare delle formule ormai fisse in questa stagione inaugurata dal successo di Parasite, qualche anno fa. La tv, ovviamente, non si è sottratta a questo nuove filone, ed ecco che Mike White ha creato The white lotus per HBO.
Partiamo da un presupposto: The white lotus non è un capolavoro. Tuttavia, è uno di quei prodotti che hanno bisogno di essere smaltiti, di attraversare una visione lunga e difficile e di essere ripensati a distanza di qualche tempo, con la mente ormai lontana dal senso di fastidio e imbarazzo che certe scene provocano. Al centro della storia, ci sono le vicende di ricchi americani in vacanza in resort di lusso e dei loro dipendenti: questi due gruppi sociali si sfiorano, si toccano e poi si riallontanano nel giro di una settimana, ma sempre con conseguenze devastanti per qualcuno. Ogni stagione, infatti, inizia con la scoperta di un cadavere, la cui identità resta ignota fino all’ultima puntata, dopo che un lungo flashback ci riconduce allo sviluppo dei fatti.
The white lotus è una serie antologica, perciò ogni stagione è un racconto a sé (a tenerle legate è la storia di Tanya McQuoid, interpretata da Jennifer Coolidge). Quella andata in onda nel 2022, ambientata in Sicilia, ha dato vita a una serie di tormentoni online (these gays, they’re trying to murder me), oltre ad aver portato a Sabrina Impacciatore l’attenzione degli States. Nonostante siano due stagioni autonome e con personaggi completamente diversi, la visione di entrambe è importante nel comprendere il senso ultimo che White intende raggiungere. Possiamo, infatti, considerarle una lo specchio dell’altra, due facce della stessa medaglia.
La visione della prima stagione è letteralmente un’agonia. Non nel senso che gli attori sono incapaci o i dialoghi imbarazzanti, ma in ragione del fatto che è impossibile provare un briciolo di simpatia o empatia per questi personaggi. Non ha niente a che vedere, insomma, con i membri della famiglia Roy di Succession (sempre di casa HBO), molto più ricca e maligna degli ospiti del White Lotus ma molto più appetibili, con le loro caratterizzazioni dal tono shakesperiano e il loro essere in un sistema ben più complesso, che abbraccia politica e media. E non è nemmeno il Ready or not di Matt Bettinelli-Olapin e Tyler Gillett, che offre azione e divertimento. No, in entrambe le stagioni di The White Lotus, il contesto è infinitamente più banale.
Le vite dei personaggi al di fuori del resort sono appena accennate (c’è chi è CEO, chi è erede di qualche fortuna), e già questo basta a renderceli assolutamente poco interessanti. Per intenderci, Succession è un po’ la storia avvincente di Silvio Berlusconi, The White Lotus quella di un borghese qualsiasi. Ma non uno à la Jep Gambardella, che ha qualche spunto filosofico in più da offrire. No, perché i ricchi del White Lotus sono anche stupidi, oltre che noiosi, e scrivere di personaggi del genere non è assolutamente una cosa facile, anzi. Soprattutto nella prima stagione, White spinge sulla loro vuotezza proprio per creare un divario incolmabile tra i personaggi e lo spettatore, e l’unico modo per mantenere la gente incollata allo schermo è l’elemento crime, oltre alla speranza di vedere quella gente ricevere una qualche punizione finale.
E invece nulla, perché ciascuno di loro torna a casa esattamente come è arrivato, con qualche storia in più da raccontare ma sempre fermi nelle loro convinzioni, nei loro stili di vita, che la fanno franca in un modo o nell’altro. Un concetto molto più dostoevskiano di quanto si pensi, nonostante The White Lotus non abbia nulla del rigore o della bellezza di certa letteratura. L’apoteosi in questo senso è il damerino Shane Patton (interpretato da Jake Lacy), la versione più ricca e maschilista di Andy Bernard di The Office USA. Tutti gli altri, i poveri, gli operai, ne escono fuori invece a pezzi.
Cosa c’è nel mezzo? Qualche momento di satira divertente e qualche personaggio per cui fare il tifo, ad esempio Rachel, moglie di Jake, che sembra sull’orlo di lasciare il marito salvo poi ricongiungersi con lui sul finale. Purtroppo, non basta una buona ultima puntata o il solo elemento crime per rendere tutta la stagione più tollerabile o dare motivazioni concrete allo spettatore per continuare. Piccola parentesi su Rachel: nello specifico, dovrebbe rappresentare la “morte” del femminismo, perché accetta di sottostare alle regole assurde e allo stile di vita di Jake, raccontandosi che può essere felice. Anzi, se lo ripete continuamente, come un mantra. Forse perché trova nel denaro quella libertà che cerca, o forse vuole semplicemente la pace? È difficile dire perché torna da lui, così come è difficile dire perché tutte le altre coppie che la serie introduce stiano insieme.
In questo senso, la seconda stagione offre qualche spunto di riflessione in più, esplorando più che i rapporti di classe i rapporti eteronormativi (e per questo, a differenza della prima stagione, parte da un terreno in comune con lo spettatore). Ancora una volta ci troviamo di fronte a dei ricchi che non hanno molto da raccontare di sé se non di come concepiscono il matrimonio e la famiglia. Le due coppie di amici formate da Harper/Ethan e Cameron/Daphne si giudicano a vicenda sul loro modo di vivere, si chiedono continuamente «che ci facciamo qui», e rimane sempre tra loro un sottinteso non espresso, che porta a un accumulo di tensione che si trascina ed esplode nella puntata finale. L’unico personaggio che intrattiene di più, tra loro, è Harper, interpretato da Aubrey Plaza (merito soprattutto della verve dell’attrice). La loro storyline resta l’anello più debole di questa seconda stagione, che, quanto meno, ha il merito di aver portato la musica italiana in primo piano (salvo usarla male, come la scelta di Preghiera in gennaio di Fabrizio De André durante una scena di nudo di Theo James).
È di gran lunga più interessante la storyline di Tanya e della famiglia Di Grasso, quest’ultima rimasta molto più sullo sfondo. I tre membri della famiglia (nonno, figlio, nipote) sono in vacanza in Sicilia per mettersi sulle tracce dei loro parenti italiani. In un suo racconto autobiografico degli anni ’40, il drammaturgo Arthur Miller accompagnava un amico italo-americano in Puglia, alla ricerca dei suoi parenti mai emigrati. Miller, che era nato in una famiglia ebrea, guardava con sospetto e scetticismo l’entusiasmo di un uomo che, con quel viaggio alla scoperta delle proprie origini, cercava di ricostruire la propria identità culturale, divisa in due tra i monti sacri e ancestrali del Gargano e la frenesia e modernità di Brooklyn. In un primo momento la coppia di amici è accolta freddamente dalla famiglia ritrovata, proprio come succede a Dominic, Albie e Bert Di Grasso. Il discorso del drammaturgo potrebbe essere applicato proprio a loro: l’illusione di trovare un senso nella storia può aiutare a ritrovare il senso di una famiglia distrutta da relazioni extraconiugali, bugie, nevrosi?
I Di Grasso ci credono fermamente, tanto da aspettarsi un’accoglienza a braccia aperte da tre signore sconosciute nella Sicilia più vera, quella fuori dalle mura del resort. Arrivano a gamba tesa nella loro proprietà privata, parlando inglese, nella speranza cieca di essere capiti. Che è un po’ anche l’esperienza dello spirito americano, che nel processo di globalizzazione si diffonde in maniera endemica rimanendo cieca alle specificità delle altre culture. Argomento toccato già nella prima stagione con la storyline dei Mossbacher: Paula, amica di Olivia Mossbacher, spinge un dipendente conosciuto nel resort (per la cui costruzione è stato espropriato dalla propria terra) a rubare alla famiglia capitanata da Mark e Nicole in nome di ideali decoloniali. Il risultato? Il dipendente viene arrestato e Paula tornerà più legata che mai alla sua amica.
Ma tornando ai Di Grasso, non sarà l’avvicinamento dei parenti a rimettere insieme la famiglia (Dominic, che si definisce ossessionato dal sesso, è stato lasciato da sua moglie dopo diversi tradimenti): lo faranno i soldi, visto che il figlio Albie mette una buona parola sul padre con sua madre in cambio di 50.000 dollari, con i quali intende aiutare la giovane prostituta Lucia, interpretata da Simona Tabasco. Alla fine torna la morale già affrontata nella prima stagione con Rachel: anche le relazioni sentimentali possono essere frutto di transizioni capitalistiche. Questa volta però la chiave di lettura è doppia, perché Albie non è un semplice riccone arrogante, ma è un giovane uomo che cerca a tutti i costi di distanziarsi dalle narrative delle generazioni precedenti e di dimostrarsi consapevole su temi quali il femminismo. Lui è diverso, lui tratta bene le donne, dice. Ma non si accorge che questo rispetto che tanto decanta è frutto di una performatività spinta, che non basta essere “woke” o di sinistra per essere femministi, perché il patriarcato ha poco a che fare con l’orientamento politico e tanto con schemi strutturali della società. Ed ecco che il giovane uomo consapevole accetta che sua madre torni con suo padre, anzi l’aiuta, nonostante sia a conoscenza del fatto che suo padre non cambierà mai. È un po’ il Nino Sarratore di Elena Ferrante trasportato oltre oceano (non a caso, Rachel nella prima stagione è intenta a leggere L’Amica Geniale).
A proposito di femminismo, The white lotus ha il merito di aver dato una rappresentazione inedita della donna italiana, specialmente quella del sud. Lucia e Mia (interpretate Simona Tabasco e Beatrice Grannò) sono due giovani donne, che si intrufolano nell’albergo nella speranza di passare la notte con qualche ricco straniero e ottenere soldi. Mia ha un obiettivo specifico, visto che inizia questa avventura con lo scopo di diventare cantante (spoiler: ce la fa), Lucia non sembra chiaro dove voglia arrivare ma, alla fine, ne esce comunque soddisfatta, con una truffa riuscitissima e un bel malloppo in mano. E l’algida Valentina (interpretata da Sabrina Impacciatore) è una giovane manager lesbica che, in ogni caso, esercita un potere non diverso da quello che avrebbe potuto esercitare un uomo.
Mia infatti rifiuta di fare sesso con il pianista dell’hotel in cambio di contatti con pezzi grossi della musica, ma accetta di andare a letto con Valentina (che la assumerà e la metterà fissa al piano bar). Anzi, è lei a proporsi, forse con l’illusione di star giocando alla pari perché Valentina è una donna. In realtà lo scambio è sempre lo stesso. In fin dei conti, siamo lontano anni luce dalla figura della donna remissiva del sud a cui Il Padrino ci aveva abituato. Ed anche quando, più in generale, la serie ci sembra stia proponendo una visione macchiettistica degli italiani, in realtà Mike White sta omaggiando esplicitamente autori italiani come Michelangelo Antonioni. Ad esempio, nella scena in cui il personaggio di Aubrey Plaza passeggia per Noto e decine di uomini la scrutano mentre cammina, non vuole descrivere il maschio italiano medio come latin lover o disperato ma sta semplicemente ricreando una scena nota de L’Avventura. Quando invece gli ospiti tentano di vivere il cliché della dolce vita, come Tanya, ne escono fuori come ridicoli.
Infine, The white lotus è la serie che ha dato credibilità a Jennifer Coolidge. Non che non fosse mai stata una brava attrice, semplicemente era rimasta intrappolata nel cliché della bionda prorompente e sciocca, la milf di American Pie per eccellenza. Quel cliché è stato il punto di partenza per Mike White, che ha dato vita a un personaggio che sembra ingenuo e sofferente ma in realtà è meschino e calcolatore al pari degli altri. Tanto che rientra nella schiera dei ricchi che, nella seconda stagione, non la passano liscia. Questa volta infatti c’è un rovesciamento nel finale rispetto alla prima stagione: chi muore non è il dipendente ma il ricco, e i “poveri” se ne escono arricchiti o con le mani pulite. Tutto è bene quel che finisce bene.
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