Recensioni

La scorsa stagione di Black Mirror ha visto un deciso riposizionamento della linea editoriale, divenuto nel corso delle annate ancora precedenti molto sfumata, poco a fuoco. In una prima fase pretestuosamente sperimentale e in quella successiva vigliaccamente reazionaria. Il risultato erano delle conclusioni quasi sempre solipsiste, prive di un reale mordente. Una tragedia, visto che il motivo d’essere della serie di Charlie Brooker è una satirica distopia sulle derive dell’umanità di fronte ad un mondo super tecnologico.

Nel 2023 è avvenuta una faticosa, ma necessaria, inversione a U, riuscita solo in parte, intendiamoci. La manovra è stata però, anche solo per l’intenzione, significativa. Si è deciso di assottigliare la distanza temporale tra il presente dello spettatore e il futuro rappresentato, utilizzare la tecnologia solamente per il suo senso metaforico (attenuando il lato nerd del titolo, che invece era divenuto preponderante ad un certo punto) e tornare alle origini e le origini di Black Mirror sono incontrovertibilmente legate all’indagine delle mille increspature nella relazione tra realtà e finzione in cui l’ago della bilancia è la tecnologia, una sorta di Dio profano che tutto regola e in virtù della quale tutto si fa, ma non ha in sé alcuna capacità di redenzione.
La settima stagione continua su questo leitmotiv, cercando quindi una maggiore regolarità nel generale e necessario effetto sorpresa, che comunque deve sempre permeare le aspettative intorno ad un nuovo round di episodi di un titolo del genere. Anche questa è la sua essenza. Ne esce una settima parte equilibrata, anche se ormai gli alti e i bassi sono diventati strutturali dopo anni passati a perdere terreno nei confronti di uno spettatore che si riesce sempre meno a scuotere.

La puntata di apertura, Gente comune, ricalca in pieno la tipica love story tragica di una coppia sfigatella composta da Rashida Jones e Chris O’Dowd, costretta per una malattia a fare un patto con un diavolo hi-tech. La riflessione su quanto e come il controllo di una tecnologia vassallo del capitalismo ha ormai tolto ogni tipo di libertà nelle nostre vite è incredibilmente riuscita proprio perché la prossimità temporale e contestuale è molto ben pensata. Così tanto da potersi permettere di azzardare la violazione intima più crudele che ci sia, dopo aver reso la qualità dell’esistenza delle persone misurabile in base al piano tariffario che si possono permettere di pagare.
L’idea di prossimità e di intimità è vitale anche nelle puntate successive, da Bestia nera, in cui il rapporto con il senso di colpa del passato è centrale, a Eulogy, che è quasi un assolo d’autore di Paul Giamatti. Egli è protagonista di un vero e proprio viaggio nel passato insieme ad AI di virgiliana memoria nel tentativo di ricordare il volto dell’oggetto d’amore perduto. Per farlo però dovrà abbandonare il proprio punto di vista e abbracciare quello della sua amata perché son si può pretendere di riconoscere qualcosa se non si ha la voglia di vederla nella sua interezza.
Il meccanismo, piuttosto tipico del genere scelto, richiama inevitabilmente alla mente San Junipero — non tanto per l’estetica né per l’impianto narrativo, quanto per la capacità di tenere insieme intelligenza emotiva e riflessione esistenziale, scavando nella memoria con l’aiuto di una tecnologia che, per una volta, non distrugge ma media, non condanna ma accompagna.

La relazione con il passato c’è anche in Hotel Reverie con una Emma Corrin, in gran spolvero nel suo duettare con Issa Rae, probabilmente la puntata più complessa (e più fumosa) della settima stagione. Qui troviamo una rielaborazione del passato costruita attraverso un remake filmico di un classico, reso possibile dall’aiuto di una tecnologia transdimensionale. Cinema e vita si intrecciano alterando la natura di entrambe e sfumando così, ancora una volta, realtà e finzione. Il genere narrativo è comunque sempre la storia d’amore.
In questo episodio così ricco di letture si rende esplicito anche il valore metatestuale in cui l’industria audiovisiva riflette sulla sua tendenza a riappropriarsi del passato, persino stravolgendone i canoni. La puntata è quasi provocatoria in questo senso, anche perché pensata per scatole cinesi. A ben vedere, infatti, la struttura stessa della pellicola è costruita per emulare quella di un film classico. Un modo intelligente di continuare ad avvicinare piani differenti e studiarne le possibili relazioni.

A dimostrare invece la voglia di continuità con il passato della serie ci sono puntate come Come un giocattolo, dichiarato spinoff di Black Mirror: Bandersnatch. Così palese da rendere superfluo persino il cameo del Colin Ritman di Will Poulter, ma tant’è. Il focus è su come la realtà digitale del videogame possa sovrascrivere quella reale, potenzialmente cambiandolo addirittura per il meglio, anche se il costo è l’annullamento dell’umanità stessa. Concetto chiaro da molto tempo a Brooker. Fun fact(s): alla fine di questa puntata c’è una straordinaria citazione al videoclip di Just dei Radiohead (ma non spoileremo) e, parlando sempre di citazioni musicali, sparsi per i muri si possono un poster di Aphex Twin e un altro dell’album Amber di Autechre. Chiusa parentesi.
Anche per il season finale, che è il sequel ufficiale di USS Callister, ovvero USS Callister: Infinity, vale un discorso più o meno simile a quello appena fatto. C’è la continuità narrativa con il passato ben esplicitata e anche un recupero del confronto tra realtà e “finzione” virtuale. Tra l’altro qui l’ecosistema è quello videoludico, che è forse il più caro al nostro amico Charlie, visto che la sua vita è stata legata a doppio filo proprio a quel mondo lì. Se però il focus nella “prima parte” della storia (primo episodio della quarta stagione) con protagonisti ancora, tra gli altri, Cristin Milioti, Jesse Plemons, Jimmi Simpson e Billy Magnussen era ragionare sulla necessità di una divisione tra i due piani, stavolta al centro c’è una riflessione postuma. Cioè dopo che l’unione tra essi è già avvenuta e digerita e indietro non si può tornare.

Probabilmente si tratta dell’episodio più divertente e divertito di una settima stagione di Black Mirror che testimonia come la serie stia trovando (con discreti risultati) gli ingredienti per provare a risalire la china. Tra l’altro facendo quadra intorno ai poli che hanno fatto la fortuna del titolo nell’anno 2011 (seppur la sua forte componente british non è più sul tavolo), cioè utilizzando le nuove tecnologie, soffermandosi soprattutto sui loro effetti collaterali sociologici e psicologici. In quest’ultimo caso pensando alle alterazioni nella percezione di ciò che dovrebbe essere il valore della realtà. Certo è che la strada è ancora bella lunga.
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