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L’amore secondo Judd Apatow è una fantasia che si realizza. Ricordate il finale dell’episodio pilota di Freaks and Geeks (forse la miglior serie teen da vent’anni a questa parte), quando al ballo di benvenuto il timido Sam Weir scendeva in pista con Cindy Sanders? Lo sfigato conquista la ragazza più carina della scuola contro ogni previsione. Nel cinema adolescenziale degli anni Ottanta, pensiamo a Sixteen Candles – Un compleanno da ricordare e Bella in rosa di John Hughes, l’industria hollywoodiana aveva imposto una prospettiva femminile sul desiderio irrealizzabile, con la ragazza emarginata opposta al ragazzo popolare (volendo si trovano tracce della stessa impostazione anche in esempi recenti come Mean Girls e Easy Girl), tuttavia sembra che una certa inversione di tendenza sia stata avviata a partire dal decennio successivo e non soltanto circoscritta al genere teen, ma allargata alla commedia in generale. Da quel mondo poi sono nati il gruppo del Frat Pack (di cui Ben Stiller, Jack Black e Steve Carell sono gli attori identificativi), il movimento indipendente Mumblecore e i surrogati della stand-up comedy americana contemporanea. Tra questi, ovviamente, c’è Judd Apatow.

Ma perché tutto questo preambolo? Non si stava parlando di amore e fantasie? L’anticamera del nostro discorso è solo un modo per spiegare quanto coerente e specifica sia l’impronta dell’autore newyorchese sulla serie distribuita da Netflix, Love, giunta alla sua terza e ultima stagione; un titolo tanto evasivo (come la precedente produzione televisiva di Apatow, Girls) quanto coraggioso, privo di confini morali e obblighi verso lo spettatore, libero insomma di sperimentare e viaggiare da una parte all’altra dei rapporti in un dato tempo storico e attraverso uno spaccato generazionale molto più fragile e complesso della gioventù e meno a fuoco della vita adulta. Ora che Gus e Mickey, i due protagonisti di Love, hanno concluso il loro percorso, possiamo dire che la serie è stata l’espressione perfetta di una filosofia ormai dichiaratamente apatowiana, “A goofy guy ends up with a pretty girl”, declinando lo stesso concetto in una rappresentazione più matura e, consapevole.

Dicevano che la commedia romantica fosse morta, che fosse impossibile replicare gli anni d’oro di Harry, ti presento Sally, Pretty Woman e Notting Hill, ma anche che fosse forte il desiderio di vedere tornare alla ribalta un genere oscurato dall’ombra dei blockbuster più redditizi (franchise, saghe, reboot e cinecomic). La verità è che, una volta passati gli anni Novanta, la concezione stessa di rom-com è andata esaurendosi come i suoi schemi narrativi, i colpi di scena e la caratterizzazione dei personaggi. Il cinismo e l’individualismo hanno prevalso sul lieto fine, talvolta ammettendo che quest’ultimo potesse arrivare sotto forma di fatalità (500 giorni insieme) o come alternativa al fallimento (Elizabethtown). Apatow ha dunque “affittato” questa casa in decadimento, rimodernato la sua struttura, costruito le fondamenta di una nuova commedia americana che avrebbe di lì a poco prodotto Molto incinta (2007), Un disastro di ragazza (2015), The Big Sick (2017) e, appunto, Love (2016-2018).

La vulnerabilità degli adulti mai realmente cresciuti è un po’ il centro di gravità permanente della serie: sono i cosiddetti “post-adolescenti” nati a cavallo tra gli Ottanta e i Novanta, sognatori incalliti in un’epoca che si è lasciata alle spalle il baby boom e la rivoluzione culturale per abbracciare il mito della precarietà. Instabili sentimentalmente, perché le certezze sopraggiungono con la stabilità economica (come se fosse davvero il denaro e ciò che si fa, a determinare chi siamo e cosa vogliamo essere), insicuri sul lavoro, propensi alla negatività e il più delle volte repressi. Lungo tutta la prima stagione, Mickey (interpretata dalla meravigliosa Gillian Jacobs) viene presentata come la damaged thing, l’oggetto danneggiato da sistemare, alcolizzata, dipendente dal sesso, con un fidanzato tossico terribile e zero prospettive; Gus, dal canto suo, è insoddisfatto, nemmeno troppo attraente, fa il tutor sul set di una brutta serie televisiva e nessuno lo rispetta. Una perfetta fotografia dello stato dei giovani d’oggi, sospesi tra realizzazione personale e accettazione di sé, tra responsabilità sociale e illusioni private, sempre in bilico su una sottilissima lastra di ghiaccio che può rompersi da un momento all’altro.

Questa perenne esitazione, che spesso si traduce in paura di affrontare la realtà, è il tratto distintivo della generazione mostrata da Love, ma anche da Lena Dunham in Girls e dal cinema mumblecore di Joe Swanberg e dei fratelli Duplass, tanto per citarne alcuni; e se nell’immaginario classico hollywoodiano il protagonista è quasi sempre un eroe che alla fine del viaggio cambia e diventa migliore rispetto alla partenza, nelle produzioni citate spesso assistiamo al contrario oppure ad una diversa interpretazione del percorso. Come spiegato da Paul Rust (che nella serie interpreta Gus e di cui è anche co-sceneggiatore), Love abbraccia totalmente una filosofia alla Mad Men: i personaggi non cambiano davvero, ma concludono un percorso tortuoso di auto-consapevolezza. Senza compiere gesti eclatanti o tradendo ciò che sono.

C’è effettivamente un happy ending per Gus e Mickey alla fine della terza stagione, solo che la regista dell’episodio, Lynn Shelton (che abbiamo imparato ad amare grazie a gioiellini indie come Humpday – Un mercoledì da sballo, Your Sister’s Sister e Laggies) è così brava da inquadrarlo in una serata buia poco illuminata. Tutto il contrario dei fastosi epiloghi delle classiche commedie romantiche, con musica, corse disperate e dialoghi indimenticabili. In Love niente di tutto questo avviene, perché la vera magia si manifesta quando meno te la aspetti: nei gesti che ripetiamo ogni giorno, nella paura di deludere chi ci piace, nel coraggio di mettersi in gioco e nell’accettazione di sé. Una filosofia che Judd Apatow, dalla scena del ballo di Freaks and Geeks al finale di Love, sembra portare avanti con orgoglio e che ognuno di noi, anche fantasticando, riconosce come il solo e unico pretesto per ravvivare le speranze e porsi un obiettivo. E non c’è niente di più romantico di un obiettivo raggiunto con successo.

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