Recensioni

A quasi cinquant’anni di distanza dalla sua pubblicazione, avvenuta nel 1955, il romanzo The Talented Mr. Ripley di Patricia Highsmith rivive oggi in Ripley, adattamento seriale scritto e diretto da Steven Zaillian e interpretato da Andrew Scott che, lo diciamo subito a scanso di equivoci, è probabilmente il migliore tra quelli tratti finora dal materiale di partenza, nonché l’unica in grado di indagare così in profondità il suo protagonista da restituirne completamente l’ambiguità e il fascino duraturo del suo personaggio e di una storia dai caratteri universali.

Prodotto in origine per Showtime Network (il progetto è approdato a Netflix solo a cose fatte), Ripley si presenta fin da subito come un character study in grado di esporre e raccontare senza l’ansia di inseguire i ritmi forsennati della Hollywood contemporanea o gli algoritmi delle piattaforme, senza l’ostacolo della durata limitata di un lungometraggio (l’intero show dura all’incirca otto ore), ma con un protagonista in stato di grazia che dopo il potente ritratto dell’Adam di Estranei ci regala qui un’interpretazione se vogliamo agli antipodi, costantemente sul filo del rasoio di una tensione che Zaillian costruisce episodio dopo episodio sì con assoluta fedeltà al romanzo della Highsmith, ma senza rinunciare a quel tocco personale che permea l’intera narrazione/operazione.

Ma chi è Tom Ripley? Nessuno lo sa, probabilmente è proprio da questa premessa che la Highsmith è partita per raccontare le traverse vicende del suo personaggio più celebre. Ogni adattamento ha proposto delle soluzioni senza però mai affondare il colpo, presentando il protagonista in stretta relazione al suo involontario doppio, Dickie Greenleaf. Zaillian si premura fin da subito di esplicitare al pubblico la dubbia moralità del personaggio, presentandocelo come un truffatore dilettante, nemmeno così furbo o esperto viste le sue condizioni di vita a dir poco decadenti. Ma per quale ragione Zaillian riesce a scavare in profondità e restituirci un ritratto credibile e sincero di un personaggio profondamente dilaniato internamente, paradigma perfetto della suddivisione a cui l’identità contemporanea sembra essere soggetta al giorno d’oggi?

Alain Delon in “Delitto in pieno sole”

Occorre fare decisamente un passo indietro e far tornare le lancette al 1960. In piena esplosione Nouvelle Vague, esce il primo adattamento cinematografico del romanzo, intitolato Delitto in pieno sole di René Clément, con Alain Delon nei panni di Tom Ripley. Pur non condividendo quasi nulla con la corrente che renderà celebri registi come Truffaut, Godard, Resnais, Rivette e Rohmer, la pellicola si ricorda principalmente per l’interpretazione di Delon nei panni del protagonista e per un senso dell’umorismo in alcuni casi davvero surreale (come il dialogo tra Tom e Philippe/Dickie, in cui il primo gli comunica l’intenzione di ucciderlo e il secondo rimane in ascolto tra il divertito e il preoccupato). Sebbene l’ambiguità del personaggio sia restituita abbastanza adeguatamente, al netto di ciò che era possibile in quegli anni (non si parla mai di omosessualità in riferimento al protagonista in maniera esplicita), Alain Delon è addirittura troppo “bello” (nell’accezione più superficiale del termine, che però non esclude la sua importanza all’interno dello scenario, come suggerito da uno splendido articolo del New Yorker che vi consigliamo di recuperare), talmente tanto che ogni tentativo di analisi e approfondimento psicologico svanisce nel nulla non appena quegli occhi così azzurri e brillanti vengono catturati dalla macchina da presa.

Delitto in pieno sole è quindi pienamente figlio del suo tempo, con quel finale moralistico che non può fare a meno di punire la depravazione e restituire alla giustizia il criminale. Tuttavia, al suo interno vi sono i semi di un discorso molto più ampio sulle ragioni che spingono Ripley ad assumere l’identità di Dickie Greenleaf (nella versione francese è Philippe). Clément mette al centro lo scontro sociale che affligge il Ripley di Alain Delon, minuziosamente schernito dall’altolocato Greeanleaf (interpretato da Maurice Ronet). Questo affronto, unito all’avidità, mette in moto il piano criminale del protagonista, restituendoci un personaggio sbruffone e ansioso di vivere una vita fino a quel momento solo immaginata, tuttavia mai veramente irrisolto.

Gwyneth Paltrow, Jude Law e Matt Damon ne “Il talento di Mr. Ripley”

Quasi quarant’anni dopo, nel 1999, il romanzo è oggetto di un nuovo adattamento, stavolta scritto e diretto da Anthony Minghella, vincitore pochi anni prima dell’Oscar per Il paziente inglese. Anche stavolta ci troviamo dinanzi un prodotto profondamente calato nel suo tempo e che, sfortunatamente, rivisto oggi fa ancora più sorridere mentre almeno il precedente è ancora in grado di mantenere un suo fascino. In questa versione, Tom Ripley è un Matt Damon che sogna l’alta società e nel frattempo si diverte a recitare nei panni di chi non è, sbarcando il lunario con lavoretti quotidiani. Tralasciando tutti i cliché sull’Italia di cui il film è farcito in maniera nauseante (l’ambientazione è immaginaria, situata sulla costa amalfitana, ma tutti parlano in siciliano, ecc.), è fin troppo chiara la volontà di Minghella di voler trasformare questo Ripley in una sorta di anti-eroe, quasi un personaggio con cui il pubblico possa entrare in empatia per il suo conflitto interiore (a malapena approfondito) e l’omosessualità mai veramente accettata.

Il suo rapporto con il Dickie Greenleaf di Jude Law è immediatamente morboso, possessivo e assolutamente a senso unico, ma mai veramente analizzato alla radice. Il talento di Mr. Ripley rimane un guilty pleasure che ci ricorda oggi come certo cinema di fine millennio sia invecchiato terribilmente male, dove le macchinazioni dietro le quinte (la volontà di sfruttare il successo di Damon, che l’anno prima aveva trionfato agli Oscar con Will Hunting – Genio ribelle, e di Minghella con quello che già sulla carta era un successo assicurato) sono fin troppo evidenti, a discapito di una storia che si sarebbe potuta costruire narrativamente in modo più attento.

Fin dal suo primo episodio, Ripley si prende tutto il tempo per una descrizione certosina del suo protagonista. Andrew Scott non è Alain Delon e nemmeno Matt Damon, ha una fascino diverso (né troppo evidente né troppo nascosto) e la sua omosessualità non è mai veramente messa in discussione (il motivo diventerà evidente negli episodi successivi) eppure la sua ambiguità rimarrà un mistero e per il suo autore e per gli spettatori, rapiti dal fascino della scrittura di Zaillian che ci riporta sulla costa amalfitana dell’Italia degli anni Sessanta, quando Mina cantava Il cielo in una stanza e De Sica e Fellini vincevano Oscar a ripetizione (la ricostruzione storica e visiva è molto debitrice verso certo cinema neorealista italiano, trasfigurato ovviamente dallo sguardo tipicamente americano).

Andrew Scott in “Ripley”

Cosa spinge questo Ripley ad agire? È ancora il conflitto sociale? È la perenne crisi di identità da cui è afflitto? È avidità, gelosia? È voglia di rivalsa e l’occasione di far parte di un mondo che fino a quel momento lo aveva tenuto in disparte? È la volontà di affermare se stesso tramite una serie di maschere che costituiscono vari tratti del suo io? Sono tutte queste cose messe insieme e apparentemente nessuna. Perché prima di ogni altra cosa, bisogna evidenziare che il Ripley del “talented” Mr. Scott non ha il DNA del serial killer ma è perennemente aiutato dalla fortuna. È la fortuna l’arma vincente dello show e che, con la sua capacità di rendere vano ogni tentativo di controllo, cala la sua scure e getta un velo su tutti i personaggi in campo. La regia di Zaillian insiste nel mostrarci i dettagli che potrebbero compromettere il destino del protagonista, ma per un caso o per l’altro riesce a farla franca e, solo con il procedere degli eventi a lui favorevoli, trasformarlo (quasi) in un beniamino del pubblico, che dopo averlo “odiato” nella prima parte, si ritrova a fare il tifo per lui, poiché nulla può battere la fortuna, nemmeno un ispettore totalmente dedito al suo mandato (un incredibile Maurizio Lombardi) o una strenua fidanzata (una Dakota Fanning molto lontana tanto dall’irritante Gwyneth Paltrow quanto dal fascino eterno di Marie Laforêt).

Dopo aver messo la firma su una delle migliori serie mai realizzate (The Night Of), Zaillian continua il suo character study da camera con la sua versione di Tom Ripley, infarcita di riferimenti all’arte e alla cultura italiana (forse la pecca principale è il fin troppo ovvio parallelo con Caravaggio, seppur affascinante), dall’aspetto respingente e irresistibile allo stesso tempo (il ritmo lento, oltremodo rilassato e il magnifico bianco e nero), che esplicita fino in fondo perché si tratta di uno dei personaggi più attuali della letteratura contemporanea e perché proprio non possiamo fare a meno di continuare a porci altre domande sulla sua e sulla nostra natura primordiale e identitaria.

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